Cosa fare se il tuo capo ti tratta male?
Azienda responsabile per il comportamento del superiore che scredita il dipendente anche se non c’è mobbing.
La giornata storta capita a tutti. Ma c’è chi è storto tutti i giorni. E questo succede molto spesso nell’ambito dei rapporti di lavoro. Così i superiori si accaniscono sui dipendenti, a volte per un’antipatia personale, a volte per una questione caratteriale. In questi casi ti sarai chiesto: cosa fare se il tuo capo ti tratta male? Chi risponde quando un superiore scredita un dipendente? Quali sono le implicazioni legali di tale comportamento? In che modo il datore di lavoro può essere ritenuto responsabile? A tali domande daremo una risposta qui di seguito tenendo conto degli indirizzi sposati dalla giurisprudenza più recente e, in particolare, di una pronuncia del Tribunale di Udine che ha trattato proprio tale questione. Questo caso è emblematico in quanto mette in luce la responsabilità del datore di lavoro, anche quando non si configura un caso di mobbing.
Indice
Esiste una legge che punisce il mobbing?
Prima di spiegare cosa fare se il tuo capo ti maltratta dobbiamo fornire alcuni chiarimenti con riferimento al concetto di mobbing. Spesso infatti si richiama tale termine a sproposito.
Il mobbing è un comportamento vessatorio ai danni di un lavoratore posto, in modo continuativo, dal suo superiore o dai suoi colleghi. Per aversi mobbing è necessario che le vessazioni e le angherie:
- siano reiterate nel tempo;
- siano poste con l’unico scopo di emarginare il dipendente;
- determinino un danno alla salute (mentale o fisica) o alla carriera del dipendente.
Il mobbing può consistere anche in atti che, singolarmente presi, sono leciti ma che, nella loro complessità, manifestano un atteggiamento vessatorio (si pensi alla continua richiesta di lavoro straordinario o notturno, alla negazione delle ferie nei periodi indicati dal dipendente, ecc.).
Non esiste una legge che sancisca cosa sia il mobbing, ma lo si ricava dall’interpretazione dell’articolo 2087 del codice civile a norma del quale il datore di lavoro deve sempre garantire la salute psicofisica dei dipendenti. Dunque, di regola, il mobbing è un illecito civile che garantisce il
Il mobbing può integrare anche un reato, quello di «maltrattamenti», ma solo nei piccoli ambienti di lavoro, dove il datore è a diretto e giornaliero contatto con il dipendente.
Chi risponde del mobbing?
Come anticipato il mobbing può essere realizzato da un dipendente ai danni di un altro (mobbing orizzontale) oppure da un superiore gerarchico ai danni di un sottoposto (mobbing verticale). Potrebbe trattarsi, in questo secondo caso, anche dello stesso datore di lavoro (bossing). In tutti questi casi, del mobbing risponde sempre l’azienda: e ciò proprio perché, come anticipato sopra, al datore spetta sempre garantire la salute psicofisica dei propri dipendenti.
Attenzione però: secondo la giurisprudenza, affinché il datore sia chiamato a rispondere del mobbing posto dal personale ai danni di un suo dipendente è necessario che ne sia messo al corrente. Quindi la vittima deve segnalare gli episodi di violenza ai suoi danni per poter poi esigere il risarcimento del danno.
Quando non c’è mobbing?
L’elemento distintivo del mobbing rispetto ad altri illecito sul lavoro è la coscienza e l’intenzionalità di danneggiare il dipendente e di emarginarlo con una serie continua di atti. Atti quindi che devono essere tutti “unificati” dal medesimo intento. Lo scopo insomma che muove il datore di lavoro deve essere sempre lo stesso: allottare il dipendente, farlo sentire isolato, eventualmente provocarne le dimissioni. Per questo, secondo la Cassazione, il capo che tratta male il dipendente per una sua indole personale, a causa del carattere burbero, irascibile e scontroso, non commette mobbing. In tale ipotesi infatti il suo atteggiamento non è rivolto ad emarginare lo specifico lavoratore e probabilmente si manifesta anche con gli altri dipendenti. Questo non toglie però che il fatto di denigrare un dipendente, di prenderlo in giro o minacciarlo costituisca comunque un illecito a fronte del quale è possibile chiedere un risarcimento del danno.
Cosa dice la legge sul comportamento del capo che scredita un sottoposto?
Secondo la sentenza n. 2019 del 2023 del Tribunale di Udine, quando un superiore scredita il dipendente è il datore di lavoro che risarcisce a quest’ultimo il danno non patrimoniale subito a causa di tale comportamento. Tale responsabilità sussiste anche se non si configura un caso di mobbing in quanto manca il disegno preordinato a emarginare e vessare qualche dipendente in particolare.
L’azienda ha l’obbligo di richiamare il dirigente a un comportamento consono al suo ruolo e, se non lo fa, è quindi tenuta a risarcire i danni da questi causati ai lavoratori.
Nel caso di specie un dirigente aveva screditato pubblicamente e gratuitamente un sottoposto. Le sue azioni variavano tra commenti denigratori sulle prestazioni lavorative e osservazioni personali inappropriatamente offensive. Nonostante le segnalazioni, l’alta dirigenza ha semplicemente suggerito di “portare pazienza”.
Il Tribunale di Udine ha stabilito che l’azienda doveva risarcire il lavoratore per il danno non patrimoniale subito. Anche se non c’era un disegno preordinato di mobbing, il datore di lavoro è stato ritenuto responsabile per non essere intervenuto a fermare il comportamento inappropriato del dirigente.
Quali sono le implicazioni di questa sentenza per datori di lavoro e dipendenti?
Per i datori di lavoro, la sentenza sottolinea l’importanza di mantenere un ambiente di lavoro rispettoso e di intervenire prontamente in caso di comportamento offensivo da parte dei dirigenti. Per i lavoratori, invece, questa sentenza il diritto di essere trattati con rispetto e dignità sul posto di lavoro, e che esistono strumenti legali per tutelare tali diritti.