La moglie deve cucinare e badare alla casa?

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Autore: Angelo Greco

12 luglio 2023

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Una sentenza della Corte di Cassazione rivoluziona il concetto di dovere coniugale, sollevando domande sul ruolo della moglie nella gestione domestica.

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Quali sono i doveri coniugali di una moglie? È sua responsabilità cucinare, pulire, fare il bucato, badare alla casa, prendersi cura dei figli e delle loro necessità post scolastiche? Quali sono le implicazioni legali se lei rifiuta di svolgere tali attività? Un recente caso giudiziario ha messo in discussione queste aspettative tradizionali, portando a un’ordinanza rivoluzionaria della Corte di Cassazione, la n. 19502/2023.

Di tanto parleremo qui di seguito, investigando sul significato dell’articolo 143 del codice civile che fissa gli obblighi del marito e della moglie. Ma procediamo con ordine.

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È dovere della moglie occuparsi della casa?

Secondo l’articolo 143 del Codice civile, i doveri coniugali includono non solo la convivenza e la fedeltà, ma anche la contribuzione alla gestione familiare. Questo significa che ogni coniuge deve prendersi cura dell’altro e della famiglia, a seconda delle proprie capacità economiche e fisiche. In pratica, questo potrebbe significare contribuire economicamente o, se non si lavora, gestire le faccende domestiche. Cerchiamo di chiarire meglio cosa significa tutto ciò.

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In termini semplici, l’articolo 143 pone il dovere di collaborazione tanto in capo al marito quanto alla moglie. “Collaborare” nel contesto del matrimonio significa lavorare insieme per soddisfare le esigenze della famiglia nel suo insieme. Questo può includere una serie di attività, come prendersi cura dei figli, contribuire alla loro istruzione ed educazione, mantenere i rapporti con l’esterno della famiglia, prendersi cura dei parenti anziani, e pianificare e realizzare attività che coinvolgono tutta la famiglia. Ma anche badare al ménage domestico: lavare, stirare, cucinare, pulire, ecc. Sarebbe ad esempio responsabile tanto il marito quanto la moglie che, disoccupato, vada sempre a passeggio lasciando la casa in una situazione di degrado e disinteressandosi dei bisogni dell’altro e/o dei figli.

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L’obbligo di collaborazione è leggermente diverso dall’obbligo di assistenza posto dal secondo comma dell’articolo 143 Cod. civ. («Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione»). Mentre l’assistenza si riferisce alla vita di coppia, la collaborazione riguarda l’intera famiglia. Inoltre, il dovere di collaborazione è strettamente legato al dovere di contribuire ai bisogni della famiglia e alle decisioni che riguardano il percorso della vita familiare.

Se un coniuge agisce in modo non conforme alle decisioni prese per la famiglia o non concordate, potrebbe violare l’obbligo di collaborazione. Questo potrebbe accadere, per esempio, se un coniuge si comporta in modo violento o aggressivo, o se umilia costantemente l’altro con minacce ripetute. In tali casi, un giudice può considerare la violazione dell’obbligo di collaborazione come motivo per attribuire la responsabilità della separazione a un coniuge.

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Ci sono, tuttavia, delle eccezioni. Non si considera una violazione dell’obbligo di collaborazione se un coniuge decide, in base ai propri principi e abitudini, di non conformarsi alla mentalità o alle strutture patriarcali della famiglia dell’altro coniuge. Allo stesso modo, se una moglie rifiuta di sottoporsi a trattamenti specifici per aumentare la fertilità, questo non viene considerato una violazione dell’obbligo di collaborazione.

Cosa succede se la moglie rifiuta di occuparsi della casa?

In un caso recente, la Corte di Cassazione ha deciso che il rifiuto della moglie di occuparsi della casa può costituire un elemento di “disaffezione” che può essere valutato come motivo per attribuire la responsabilità della separazione ossia il cosiddetto

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addebito. Come noto, l’addebito implica l’impossibilità di chiedere l’assegno di mantenimento in caso di separazione e l’assegno divorzile dopo il divorzio. Chi infatti, con il proprio comportamento colpevole, ha decretato la fine della convivenza, violando i doveri del matrimonio imposti dalla legge, non ha diritto a ottenere gli alimenti.

Nella vicenda in questione, la Corte ha accolto il ricorso di un marito che si è opposto al pagamento del mantenimento alla moglie, sostenendo che il suo rifiuto di occuparsi delle faccende domestiche era dovuto al suo nuovo credo religioso, un comportamento contrario ai doveri del matrimonio.

La religione può essere un motivo di esonero dai doveri familiari?

La Corte ha precisato che la scelta della moglie di aderire a un nuovo credo religioso non può di per sé essere considerata come motivo di addebito della separazione, a meno che non porti a comportamenti incompatibili con i doveri coniugali. Questo pone una sfida unica per la corte, che deve bilanciare il diritto alla libertà di religione con gli obblighi coniugali.

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Il caso è stato risolto in parte a favore del marito, con la Corte di Cassazione che ha chiesto ulteriori indagini. La Corte ha sostenuto che se la violazione dei doveri coniugali era solo il risultato di una rottura già avvenuta, allora avrebbero dovuto essere fornite prove concrete di questo. Il testimone, che ha riferito del rifiuto della moglie di occuparsi della casa, ha anche parlato di continui insulti e richieste di denaro. Se queste azioni erano parte di un comportamento moralmente violento, la Corte sostiene che dovevano essere considerate incompatibili con gli obblighi di assistenza morale e materiale e collaborazione nell’interesse della famiglia.

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