Risarcimento ai parenti per vittima incidente stradale: a chi spetta?

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Autore: Angelo Greco

06 ottobre 2023

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Il risarcimento successivo all’incidente stradale non spetta solo ai conviventi: conta il legame affettivo, non solo il legame di sangue.

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Hai mai pensato a cosa succede dopo un incidente stradale dal punto di vista del risarcimento ai parenti della vittima? Chi ha diritto a ottenere i soldi dall’assicurazione? E quanto incide realmente il legame di sangue e l’eventuale convivenza rispetto al legame affettivo?

Andiamo a scoprire insieme la recente sentenza che potrebbe cambiare la prospettiva.

Cosa dice la giurisprudenza sul risarcimento del danno ai superstiti

In linea generale, in caso di perdita definitiva del

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rapporto parentale a seguito di morte, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto all’integrale risarcimento del pregiudizio subìto. Esso è comprensivo sia del “danno morale” (consistente nella sofferenza interiore soggettiva patita sul piano strettamente emotivo, non solo nell’immediatezza dell’illecito, ma anche in modo duraturo, pur senza protrarsi per tutta la vita) che di quello “dinamico-relazionale” (consistente nel peggioramento delle condizioni e abitudini, interne ed esterne, di vita quotidiana).

Come chiarito dalla Cassazione (sent. n. 10335/2023), ai fini di tale risarcimento non rileva necessariamente la convivenza: essa infatti non è l’unica forma attraverso cui si manifesta l’intimità dei rapporti parentali. Anche i familiari non conviventi possono aver diritto al risarcimento se forniscono la prova dell’ampiezza e della profondità del vincolo affettivo che li legava al deceduto. È proprio l’intensità di tale rapporto a determinare l’ammontare del risarcimento.

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Per il danno ai superstiti non conta il grado di parentela ma il legame affettivo con la vittima

La sezione seconda civile della Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza del 4 ottobre 2023, ha stabilito che per il risarcimento ai congiunti superstiti, ciò che conta maggiormente è il legame affettivo con la vittima e non esclusivamente il grado di parentela.

Questo significa che certamente i familiari che vivevano insieme alla vittima avranno diritto a un risarcimento maggiore poiché l’intensità del loro legame viene presunta attraverso la convivenza stessa. Sorprendentemente però anche i familiari non conviventi (ad esempio i nipoti) possono avere diritto a un risarcimento se riescono a dimostrare un intenso legame affettivo con la vittima (visite periodiche, telefonate frequenti, cure, ecc.).

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Pensiamo a una famiglia in cui un nonno, nonostante non viva con il nipote, passa molto tempo con lui, insegnandogli diversi mestieri o condividendo momenti speciali. Anche se i due non vivono sotto lo stesso tetto, il legame affettivo potrebbe essere molto più forte rispetto a un parente con cui si condivide solo il tetto. Questo garantirebbe al nipote il diritto al risarcimento se il nonno dovesse decedere a seguito di un incidente o altro fatto illecito.

Cos’è il danno parentale?

Il danno parentale è un danno non patrimoniale che si verifica quando un familiare subisce un grave pregiudizio a seguito di un evento dannoso (es. un incidente stradale, un errore medico). Tale danno riflette la sofferenza emotiva e psicologica dei parenti stretti della vittima.

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Il danno da perdita parentale scatta quando il familiare decede a seguito dell’illecito.

Chi può subire un danno parentale?

Solitamente, il risarcimento del danno parentale riguarda i familiari più stretti della vittima: genitori, figli, coniugi o partner. Tuttavia, secondo la giurisprudenza, anche altri parenti (come fratelli, sorelle o nonni) possono ottenere il risarcimento se riescono a fornire la prova dell’esistenza di un legame affettivo particolarmente stretto.

Il danno da perdita del rapporto parentale scatta quando la vittima muore. Quindi in tali casi il risarcimento sarà maggiore rispetto al danno parentale puro e semplice.

Come viene valutato il danno parentale in termini di risarcimento?

Valutare in termini monetari il dolore e la sofferenza di un parente è complesso. La giurisprudenza tende a considerare vari fattori, come l’età della vittima, il tipo di rapporto con il parente, la presenza di figli minori e altre circostanze particolari. A volte, vengono utilizzate tabelle per determinare un importo standard, ma spesso ogni caso viene valutato individualmente.

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Immaginiamo una famiglia in cui un padre viene gravemente ferito in un incidente. I figli, pur non avendo subito danni fisici diretti, vivranno il trauma della situazione, la possibile perdita del sostegno economico e affettivo del genitore e altre possibili ripercussioni. Questo costituisce un danno parentale per i figli.

Cosa dice la giurisprudenza

Secondo il tribunale di Torino (sent. n. 3454/2022) ai fini di evitare duplicazioni e nel rispetto del principio di integralità del risarcimento del danno non patrimoniale, il danno da perdita di rapporto parentale ricomprende sia il danno morale, costituito dalla sofferenza patita per la perdita del congiunto, sia le ripercussioni nella sfera dinamico-relazionale, da qualificarsi come danno esistenziale, restando escluso il solo danno biologico eventualmente sofferto dal congiunto. In giudizio, la parte che voglia far valere la responsabilità dell’agente dovrà provare la sussistenza di una relazione affettiva seria, stabile e duratura, non bastando la prova della convivenza. Per quanto, infine, concerne la liquidazione, si dovrà fare riferimento alle tabelle di riferimento, che fissano una forbice risarcitoria entro un limite minimo ed un massimo, entro il quale l’importo sarà stabilito sulla base delle circostanze del caso concreto provate in giudizio.

Inoltre – ha aggiunto la Cassazione (sent. n. 22397/2022), la morte di una persona fa presumere da sola una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli o ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini dall’ammontare del risarcimento).

In tal caso, grava sul danneggiante o sulla sua assicurazione l’onere di provare che vittima e superstite fossero tra loro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo.

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