Come si sovvenziona la Rai

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Autore: Paolo Remer

09 febbraio 2024

Laureato con lode in Giurisprudenza e Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria. Già magistrato ordinario, giudice tributario ed ufficiale nella Guardia di Finanza. Attualmente, è consulente di direzione aziendale.

Quali sono le fonti di finanziamento della televisione pubblica: oltre al canone e agli introiti pubblicitari ci sono contributi statali posti a carico di tutti i cittadini.

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Tutti pensano che la Rai costi agli italiani esattamente quanto l’importo del canone, che quest’anno è sceso da 90 a 70 euro. Ma questo è solo parzialmente vero: esistono altre importanti entrate derivanti dalla pubblicità sui canali radiotelevisivi, ed anche contributi pubblici erogati alla Rai a fondo perduto. E allora come si sovvenziona la Rai? Leggendo questo articolo scoprirai che a favore della nostra azienda nazionale di servizio pubblico radiotelevisivo esistono importanti fonti di finanziamento, poste a carico dello Stato e dunque di tutti i cittadini, compresi quelli che non hanno la televisione o comunque non guardano i programmi Rai.

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Quanto rende alla Rai la pubblicità?

La Rai attualmente si finanzia in gran parte con gli introiti pubblicitari, che costituiscono ormai un’importantissima fonte di guadagno per le televisioni pubbliche, come già avveniva da decenni per le tv commerciali. Il fenomeno è noto: le aziende pagano per pubblicare inserzioni e spot nei vari programmi televisivi, e la cifra dipende dall’andamento della trasmissione in termini di ascolti e dal gradimento del pubblico.

Gli introiti pubblicitari si basano sull’audience

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Ad esempio, quasi ogni anno Sanremo batte tutti gli altri programmi sia per audience, cioè il numero complessivo di telespettatori che seguono il Festival, sia per share (la percentuale di utenti collegati in quel momento davanti ai teleschermi), e dunque la pubblicità su Sanremo ed altre trasmissioni di grande successo (come alcune fiction, ma anche determinati quiz o film), fa incassare parecchio alla Rai.

Gli indici di ascolto, che vengono elaborati in maniera molto precisa, minuto per minuto, sulla base dei dati rilevati dall’Auditel, servono proprio a registrare il gradimento di un programma televisivo, o radiofonico, e a stimare le entrate pubblicitarie che è possibile ricavare: le

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tariffe delle inserzioni si basano sull’audience ed anche sullo share, quindi per stabilire il prezzo della pubblicità conta sia il dato totale delle persone collegate sia la porzione di spettatori che stanno guardando quel programma rispetto a coloro che stanno seguendo le altre trasmissioni. Uno share del 56% per Sanremo 2024, significa, ad esempio, che più della metà del totale dei telespettatori segue proprio quel programma, e il resto si distribuisce tra tutte le altre trasmissioni in onda nello stesso momento.

Con riferimento a Sanremo e a trasmissioni di successo analogo, in base al tariffario Rai ogni secondo di pubblicità negli orari di picco può costare più di 100mila euro al secondo, quindi per ottenere uno spot di 15 secondi bisogna spendere almeno un milione e mezzo di euro. Il picco è nella telepromozione di 45 secondi alle 23,30, offerta a un prezzo di 2.380.000 euro (per 5 passaggi previsti, uno a sera).

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Ecco perché Sanremo rende parecchio alla Rai: secondo le stime dei distributori di pubblicità, riportate dal Sole 24 Ore, nell’edizione del 2024 si potranno sfiorare i 60 milioni di euro di ricavi. Nel 2023 gli introiti pubblicitari erano stati di 42 milioni, a fronte di costi quantificati dalla Corte dei Conti – su dati riferiti, però, al 2021 – di 17 milioni. Tra l’altro, le tariffe pubblicitarie Rai per Sanremo 2024 sono aumentate dell’8% rispetto all’edizione dello scorso anno, in perfetta linea con l’incremento degli ascolti.

Quindi il bilancio di Sanremo è sicuramente positivo, come anche quello di alcuni altri programmi, ma non così per la situazione finanziaria Rai nel suo complesso, come vedremo ora. La pubblicità non basta a coprire tutti i costi, e la principale fonte di finanziamento è e rimane tuttora, sempre il famoso canone.

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Il canone Rai: quanto costa e a cosa serve

Il canone Rai è la fonte principale di finanziamento dell’azienda pubblica: rispetto alla pubblicità, vale quasi i tre quarti del totale degli incassi. Nell’anno 2022 (ultimi dati disponibili nel momento in cui scriviamo), il gettito totale derivante dal canone Rai era stato di 1.946 milioni di euro, dunque poco meno di due miliardi di euro. La pubblicità, invece, rende complessivamente attorno ai 700 milioni di euro all’anno, tenendo conto di quella effettuata su tutti i vari canali televisivi e radio della Rai.

Il cosiddetto “canone Rai” è in realtà una tassa sul possesso di un apparecchio atto alla ricezione dei vari canali televisivi (compresi quelli non Rai, ad esempio, Mediaset, La7, Sky e Sportitalia): quindi anche se non guardi la Rai, o se non usi affatto la televisione ma comunque ne detieni una funzionante, devi comunque pagare il canone ad uso privato (ci sono poi gli usi speciali, come quelli di bar, alberghi e ristoranti, che pagano un canone maggiorato).

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Tecnicamente, il canone di abbonamento tv si definisce una imposta di scopo perché colpisce tutti i cittadini (salve esenzioni, come quella per gli over 75, gli invalidi e le famiglie a basso reddito) ed è finalizzata al finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo che viene gestito, appunto, dalla Rai, la quale è destinataria di una grossa parte del canone, ma non dell’intero importo versato dagli italiani.

Il canone si paga all’Erario, non alla Rai

Fino al 2015 l’importo annuo del canone Rai veniva fissato da un decreto ministeriale e dipendeva dall’andamento dei costi da coprire. Dal 2016, con la riforma Renzi, la cifra è determinata direttamente dalla legge: all’epoca si era partiti da 100 euro, e poi, dall’anno seguente e sino al 2023, si è scesi a 90, per arrivare infine agli attuali 70 euro.

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L’importo del canone di abbonamento tv viene versato all’Agenzia delle Entrate – quindi all’Erario, non alla Rai – e dal 2016 viene addebitato, a rate, direttamente nelle bollette elettriche, in modo da ridurre l’evasione. Dal 2024 si pagano in bolletta 10 rate mensili di canone Rai, da gennaio a ottobre, di 7 euro ciascuna, per un totale di 70 euro annui (fino al 2023 l’importo annuale era di 90 euro).

Inoltre, una parte del canone – precisamente, quella relativa alla tassa di concessione governativa e all’Iva – non viene riversata alla Rai, ma viene incamerata e trattenuta dallo Stato. Infatti, in linea generale, dal 2021 la legge prevede che alla Rai spettano tutti gli introiti del canone di abbonamento alla radiotelevisione, ad eccezione delle somme destinate a specifiche finalità, come appunto le due suddette imposte erariali. Secondo le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, dei 70 euro di canone pagato da ogni abbonato soltanto 53 vanno effettivamente alla Rai (anche perché una quota del canone è destinata a coprire il finanziamento pubblico dell’editoria: esiste un apposito «fondo per il pluralismo dell’informazione» che si alimenta con una parte del canone annuale versato dagli italiani).

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Qual è la situazione finanziaria della Rai?

Abbiamo visto che la Rai incassa, complessivamente, tra canone e pubblicità, ogni anno circa 2 miliardi e 700 milioni di euro. Ma questa ingente cifra a volte non basta per pareggiare i conti della Rai se non a fatica, come emerge dalle ultime relazioni di bilancio depositate dalla Rai stessa: tutti gli incassi bastano, a malapena, a coprire i costi, quindi la Rai a conti fatti non è in crisi da indebitamento (ad eccezione degli squilibri momentanei o talvolta cronici, ad esempio lo scorso anno ha riportato perdite per circa 500 milioni di euro), ma non registra neppure alcun guadagno economico, al di là della riconosciuta qualità del servizio che svolge.

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La Rai si mantiene col canone, ma non basta

Insomma, la Rai mantiene con difficoltà l’equilibrio finanziario, e il principale sostegno rimane sempre la quota del canone che ogni anno arriva nelle sue casse. Stando così le cose, alle condizioni attuali non è possibile abolire il canone Rai – come auspicato da alcuni politici – e mantenere un effettivo servizio pubblico radiotelevisivo. D’altronde Mediaset – con un fatturato molto simile a quello della Rai, ma con un numero di dipendenti inferiore di due terzi – si alimenta quasi esclusivamente con la pubblicità, eppure ha sempre avuto i bilanci in utile d’esercizio.

Prima di parlare delle sovvenzioni per coprire i cronici “buchi” di bilancio dell’azienda radiotelevisiva nazionale, bisogna ricordare che la Rai è una

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società per azioni, posseduta per il 99,56 delle quote azionarie dallo Stato, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, e per il restante 0,44% della Siae (Società italiana autori ed editori). Possiamo dire, quindi, che la Rai è un’azienda interamente in mano pubblica, e infatti essa esprime il servizio pubblico radiotelevisivo italiano, come stabilisce espressamente il contratto di servizio sottoscritto con il Ministero delle Comunicazioni.

È interessante notare che il servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale è affidato alla Rai in concessione demaniale di durata decennale, non quindi a tempo indeterminato e con un contratto permanente; l’ultimo affidamento è avvenuto nel 2017

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[1] e quindi il rinnovo (o il cambiamento di società concessionaria) dovrà avvenire entro il 30 aprile del 2027. Il servizio pubblico è svolto sulla base di un contratto nazionale di servizio stipulato tra la Rai ed il Ministero dello sviluppo economico, previa delibera del Consiglio dei ministri, che individua tutti i diritti ed obblighi della società concessionaria (tra cui i tempi massimi di pubblicità da rispettare, che prevedono un tetto orario, quotidiano e settimanale molto più basso rispetto a quello delle tv private commerciali); la cadenza di rinnovo di questo contratto è quinquennale.

Sovvenzioni statali alla Rai: quanto e perché?

La legge di Bilancio per l’anno

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2024 ha stabilito un’importante novità rispetto al passato: subito dopo aver previsto la riduzione del canone da 90 euro a 70 euro (temporanea, in quanto, salvo proroghe, vale soltanto per l’anno in corso) , ha stabilito l’erogazione alla Rai di un contributo pubblico pari a 430 milioni di euro per l’anno 2024: si tratta di un vero e proprio finanziamento statale straordinario e aggiuntivo rispetto al canone.

Questa rilevante somma (erogata alla Rai in tre tranche di pari importo, nei mesi di gennaio, marzo e giugno 2024) viene posta a carico del bilancio dello Stato e dunque viene pagata, pro quota, da tutti i contribuenti italiani (compresi quelli che, per varie ragioni, non versano il canone).

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Facendo un conto rapido, ognuno dei 59 milioni di italiani viventi (compresi i neonati e gli ultracentenari) contribuisce – nell’intero anno 2024 – con 7 euro e 28 centesimi a persona per sovvenzionare la Rai con questo nuovo contributo pubblico, ulteriore rispetto al canone. La cifra pro capite raddoppia, o triplica, se ci riferiamo ai soli contribuenti effettivi, quelli che lavorano, pagano le tasse ed hanno a carico i rispettivi nuclei familiari.

Potremmo definirla, se vogliamo, una tassa speciale, istituita nel 2024 (e che verrà molto probabilmente rinnovata anche per i successivi) posta a carico di tutti gli italiani, compresi quelli che non guardano mai la tv e non possiedono neppure un apparecchio radiotelevisivo. Nel recente passato, soltanto nel 2019 e nel 2020, con la manovra varata dal Governo Conte 1 (quello a maggioranza giallo-verde, cioè Lega e M5S) c’era stato un altro conferimento straordinario di

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contributi statali di questo tipo: 40 milioni di euro alla Rai per ciascuno di questi due anni, mentre oggi la cifra è dieci volte superiore, e riguarda un singolo anno.

Questa speciale sovvenzione ha lo scopo dichiarato – si legge nella manovra finanziaria [2] – del «miglioramento della qualità del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale su tutto il territorio nazionale, nell’ambito delle iniziative, previste dal contratto di servizio nazionale tra la società RAI-Radiotelevisione italiana S.p.A. e il Ministero delle imprese e del made in Italy, di ammodernamento, sviluppo e gestione infrastrutturale delle reti e delle piattaforme distributive, nonché di

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realizzazione delle produzioni interne, radiotelevisive e multimediali».

Analizzando la documentazione parlamentare allegata alla legge di Bilancio 2024, però, si rileva che il nuovo finanziamento statale di 430 milioni di euro serve, in realtà e al di là delle finalità auspicate dal legislatore, semplicemente a coprire la perdita di gettito derivante dalla riduzione del canone Rai da 90 a 70 euro. La relazione tecnica finanziaria chiarisce che questa riduzione del canone unitario avrebbe comportato una diminuzione dei trasferimenti finanziari in favore della Rai, quantificabili, appunto, in 430 milioni di euro in meno (mentre le imposte tratte dal canone e riversate direttamente allo Stato sarebbero rimaste invariate); dunque, per compensare queste mancate entrate si è deciso di istituire un contributo pubblico di pari importo. La situazione potrebbe ripetersi anche nel 2025 e negli anni successivi, specialmente se venisse confermata la riduzione del canone Rai che per ora è stata stabilita, in via temporanea, solo per il 2024.

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