Il fisco può controllare le spese sul mio conto?

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Autore: Angelo Greco

19 giugno 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Il Fisco può controllare come spendi i soldi depositati sul tuo conto bancario? Guida ai poteri dell’Agenzia Entrate (Art. 32 DPR 600/73), presunzioni e come difendersi.

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Nell’era della tracciabilità quasi universale, il nostro conto corrente bancario è diventato una sorta di diario finanziario dettagliato: in esso sono registrate non solo le nostre entrate, ma anche ogni singola spesa, dal caffè mattutino all’acquisto del biglietto aereo o della vacanza estiva. Questa mole di informazioni, se da un lato ci aiuta a gestire meglio le nostre finanze, dall’altro può suscitare un interrogativo non da poco: tutte queste informazioni sono accessibili anche all’occhio vigile dell’Agenzia delle Entrate?

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Il fisco può controllare le spese sul conto corrente per verificare la coerenza con i redditi che dichiariamo? La risposta è affermativa: l’Amministrazione finanziaria italiana dispone di strumenti potenti per accedere ai dati bancari dei contribuenti, e da queste analisi possono scaturire richieste di chiarimenti o veri e propri accertamenti. Comprendere come e perché ciò avviene è il primo passo per evitare spiacevoli sorprese.

Spese sul conto corrente: il Fisco le può controllare?

Il Fisco italiano (l’Agenzia delle Entrate) ha il potere di controllare le spese, e più in generale tutte le movimentazioni, effettuate sui conti correnti bancari e postali dei contribuenti. Questo potere è uno strumento fondamentale per l’attività di accertamento e per il contrasto all’evasione fiscale.

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Il fondamento normativo principale che attribuisce all’Amministrazione finanziaria questo potere di indagine sui rapporti finanziari si trova nel Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi). In particolare:

  • l’articolo 32, primo comma, conferisce agli uffici delle imposte la facoltà di richiedere a banche, Poste Italiane S.p.A. (per le attività finanziarie e creditizie), intermediari finanziari, imprese di investimento, organismi di investimento collettivo del risparmio, società di gestione del risparmio e società fiduciarie, “dati, notizie e documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto od operazione effettuata, ivi compresi i servizi prestati, con i loro clienti”;
  • l’articolo 33 del medesimo D.P.R. n. 600/1973 disciplina le modalità con cui gli uffici possono eseguire accessi, ispezioni e verifiche direttamente presso gli operatori finanziari, richiamando le disposizioni dell’articolo 52 del D.P.R. n. 633/1972 (disciplina dell’IVA), che dettaglia le garanzie e le procedure per tali attività ispettive.

Queste norme, unitamente all’esistenza dell’

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Anagrafe dei Rapporti Finanziari (un enorme database in cui confluiscono le informazioni sui conti e sui rapporti finanziari degli italiani, spesso chiamato “Super Anagrafe dei Conti Correnti”), forniscono al Fisco una visione d’insieme delle disponibilità e delle movimentazioni finanziarie dei contribuenti.

L’Anagrafe dei Rapporti Finanziari è accessibile all’Agenzia delle Entrate senza bisogno di avviare indagini bancarie e quindi senza accedere alle filiali. Infatti esiste un flusso telematico di informazioni – annualmente aggiornato – tra intermediari finanziari e Amministrazione finanziaria con cui i primi comunicano alla seconda tutti i contratti e rapporti in essere con i contribuenti italiani: movimentazioni, saldaconti, titoli, cassette di sicurezza, ecc.

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L’Agenzia Entrate deve avvisarmi prima di controllare il conto?

L’Agenzia delle Entrate non è tenuta a informare preventivamente il contribuente dell’avvio di controlli sui suoi conti correnti, né a convocarlo prima di utilizzare tali dati per un accertamento. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9903 del 27 maggio 2020, ha chiarito che:

«È del tutto legittima la utilizzazione da parte dell’Amministrazione finanziaria dei movimenti dei conti correnti bancari e dei dati risultanti dalle operazioni bancarie, anche se il contribuente non è stato previamente convocato per giustificare le operazioni bancarie, né è stato previamente informato dell’oggetto della verifica».

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Questo significa che il Fisco può acquisire i dati bancari e utilizzarli per le sue analisi senza che il contribuente ne sia immediatamente a conoscenza. Il contraddittorio con il contribuente si instaura, di solito, in una fase successiva, ad esempio quando l’Agenzia invia una richiesta di chiarimenti, un questionario, un processo verbale di constatazione o direttamente un avviso di accertamento basato sulle risultanze delle indagini finanziarie.

Come le spese sul conto possono indicare un maggior reddito?

Una volta che abbiamo stabilito che il fisco può sapere come utilizziamo i nostri soldi sul conto corrente, dobbiamo vedere come può utilizzare tali dati per verificare se c’è un’evasione fiscale. Qui entra in gioco la

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presunzione legale prevista sempre dall’articolo 32, primo comma, numero 2), del D.P.R. n. 600/1973. Sebbene la norma parli genericamente di “movimentazioni” (sia entrate che uscite), la sua applicazione alle spese (uscite o prelevamenti) assume una connotazione specifica. Se l’Agenzia delle Entrate rileva sul conto corrente di un contribuente delle spese o dei prelievi che appaiono sproporzionati rispetto al reddito dichiarato, può presumere che tali uscite siano state finanziate da redditi ulteriori, non dichiarati e quindi evasi.

In verità, oggetto dei controlli del Fisco non sono tanto le spese quanto i versamenti di contanti e i bonifici ricevuti sul conto. In altri termini, all’Agenzia delle Entrate non interessa come impieghi i tuoi soldi ma solo se questi sono stati correttamente dichiarati. E, se si tratta di somme esenti o già tassate alla fonte (cioè prima del versamento), sei tu a doverlo dimostrare.

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Il Sig. Rossi dichiara un reddito annuo di 25.000 euro. Tuttavia, dai controlli sul suo conto corrente, l’Agenzia rileva entrate per 70.000 euro. L’ufficio chiederà chiarimenti a Rossi pretendendo che questi giustifichi la maggiore disponibilità di denaro. Spetterà al contribuente fornire la prova della provenienza delle somme e del perché queste non sono state riportate nella dichiarazione dei redditi. Tali somme potrebbero derivare, ad esempio, da prestiti, donazioni, vendite di beni usati, vincite al gioco, ecc. Ma, per ciascuna di tali motivazioni, Rossi dovrà fornire una prova documentale, preferibilmente con data certa.

Il Fisco potrebbe anche effettuare un altro tipo di controllo: rilevare che il

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volume di spesa del contribuente è incompatibile con il suo reddito e tra i due c’è una notevole sproporzione. Il che avviene, ad esempio, tutte le volte in cui vengono acquistati beni di “lusso”, come auto e immobili, che il soggetto sottoposto a controlli non potrebbe permettersi. In presenza quindi di un considerevole scostamento tra il reddito dichiarato e quello speso, è verosimile che l’ufficio delle imposte chiami il contribuente presso le proprie sedi, per fornire spiegazioni.

Questa presunzione di reddito vale per tutti i contribuenti?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9902 del 27 maggio 2020, ha specificato un punto molto importante:

“In tema d’imposta sui redditi, la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari, giusta l’art. 32, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 600 del 1973, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti”.

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Questo significa che la presunzione che le movimentazioni bancarie ingiustificate (incluse le spese anomale rispetto al reddito) possano celare redditi non dichiarati si applica a tutti, persone fisiche non titolari di partita IVA incluse, e non solo a imprenditori o professionisti.

Cosa devo fare se il Fisco contesta le mie spese bancarie?

Se l’Agenzia delle Entrate, a seguito di un controllo, ti contesta delle spese o dei prelievi ritenuti incongrui rispetto al tuo reddito dichiarato, e presume quindi l’esistenza di maggiori redditi non dichiarati, scatta un’inversione dell’onere della prova. Sarai tu, contribuente, a dover dimostrare che quelle somme movimentate non costituiscono redditi imponibili non dichiarati o che, comunque, le spese sono state sostenute con fondi di provenienza lecita e già tassata (o esente/esclusa da tassazione).

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La prova contraria deve essere:

  • analitica: devi giustificare le singole movimentazioni contestate o, quantomeno, fornire una spiegazione complessiva e documentata della tua capacità di spesa;
  • documentata: devi supportare le tue affermazioni con documenti certi e attendibili (estratti conto da cui risultino entrate lecite non reddituali, atti di donazione, contratti di mutuo, documentazione di vincite, ecc.). Non basta una giustificazione generica; occorre una ricostruzione puntuale delle fonti di finanziamento delle spese contestate.

Il Fisco può controllare anche i conti di miei familiari o amici?

In determinate circostanze, le indagini finanziarie possono essere estese anche a conti intestati a soggetti terzi (familiari, soci, prestanome), qualora vi siano elementi concreti che facciano presumere una connessione o un’interposizione tra tali conti e il contribuente sottoposto a verifica.

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La Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 32 del 19 ottobre 2006 ha fornito chiarimenti su questo punto, specificando che l’Amministrazione può utilizzare i dati relativi a conti di terzi se emergono indizi di un collegamento significativo con la posizione fiscale del contribuente accertato (ad esempio, frequenti bonifici tra i conti, deleghe operative, o se le spese del contribuente vengono sistematicamente pagate da conti di terzi senza una giustificazione plausibile).

L’imprenditore Bianchi è sotto verifica fiscale. L’Agenzia nota che molte spese voluttuarie (vacanze, auto di lusso) sono pagate da un conto intestato a un suo stretto collaboratore o a un familiare con redditi non compatibili. Se emergono elementi che fanno ritenere che quel conto sia di fatto nella disponibilità o utilizzato nell’interesse di Bianchi, i controlli potrebbero estendersi anche a quel conto.

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Quali strumenti usa il Fisco per le indagini finanziarie?

L’Agenzia delle Entrate dispone di diversi strumenti per le indagini finanziarie:

  • anagrafe dei Rapporti Finanziari (o “Anagrafe dei Conti Correnti”): è una sezione speciale dell’Anagrafe Tributaria dove confluiscono, con cadenza periodica, i dati comunicati da banche, Poste e altri operatori finanziari relativi a tutti i rapporti continuativi (conti correnti, depositi titoli, polizze, ecc.) e a tutte le operazioni extra-conto di importo significativo. Questo database permette al Fisco di avere una mappa dei rapporti finanziari dei contribuenti;
  • richieste puntuali agli intermediari finanziari: sulla base dell’art. 32 DPR 600/73, l’Agenzia può chiedere direttamente alle banche i dettagli delle movimentazioni di specifici conti;
  • strumenti di analisi e data mining: l’Agenzia utilizza software e algoritmi (come il “Redditometro” o analisi basate sugli Indicatori Sintetici di Affidabilità – ISA per le imprese/autonomi) per incrociare i dati reddituali dichiarati con le informazioni sulle capacità di spesa, sul patrimonio e sui movimenti finanziari, al fine di far emergere potenziali anomalie.

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