Chi non ha lavorato ha diritto alla pensione di vecchiaia?

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Autore: Angelo Greco

20 giugno 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La pensione di vecchiaia spetta a chi non ha mai lavorato o ha pochi contributi? Guida ai requisiti contributivi (20 o 15 anni), deroghe e Assegno sociale.

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Il pensiero della pensione accompagna, come un orizzonte più o meno lontano, la vita lavorativa di ognuno. Ma cosa succede a chi, per le più svariate ragioni, non ha avuto un percorso lavorativo continuativo o, addirittura, non ha mai svolto un’attività lavorativa formale che abbia generato contributi previdenziali? Chi non ha lavorato ha diritto alla pensione di vecchiaia? La risposta, nel sistema previdenziale italiano, è intrinsecamente legata al concetto di “contribuzione”. Tuttavia, seppure la pensione di vecchiaia è un diritto che si costruisce con il lavoro, esistono forme di tutela sociale pensate per chi non ha potuto accumulare i requisiti necessari. È fondamentale, quindi, distinguere chiaramente tra prestazioni previdenziali e assistenziali.

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La pensione di vecchiaia si basa sui contributi versati?

Il sistema pensionistico italiano, per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, si fonda in linea generale sul

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principio contributivo. Questo significa che il diritto a percepire tale prestazione e l’ammontare della stessa sono, di norma, direttamente correlati ai contributi previdenziali versati o accreditati durante l’arco della vita lavorativa.

La pensione di vecchiaia è, infatti, una prestazione previdenziale, il cui scopo è garantire un sostegno economico al lavoratore che, raggiunta una certa età e avendo accumulato un determinato montante contributivo, cessa la propria attività. Non è una forma di assistenza universale per la terza età, ma il risultato di un “patto” tra il lavoratore, il datore di lavoro (se dipendente) e lo Stato, mediato dagli enti previdenziali come l’INPS.

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Quanti anni di contributi servono di solito per la pensione?

A seguito delle riforme che hanno interessato il sistema pensionistico italiano, in particolare quella introdotta dal Decreto Legge n. 201 del 2011 (convertito dalla Legge n. 214 del 2011, nota come “Riforma Fornero”), il requisito contributivo minimo ordinario per il diritto alla pensione di vecchiaia è stato fissato a 20 anni di contribuzione.

Questo significa che, per accedere alla pensione di vecchiaia al raggiungimento dell’età pensionabile prevista dalla legge (attualmente 67 anni, ma soggetta ad adeguamenti periodici in base all’aspettativa di vita), un lavoratore deve poter far valere almeno 20 anni di contributi versati o accreditati a suo favore

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.

Questo requisito è stato confermato da numerose circolari INPS, come la n. 35 del 14 marzo 2012 e la n. 117 del 8 ottobre 2020. Per il raggiungimento dei 20 anni, è valida tutta la contribuzione a qualsiasi titolo versata o accreditata (obbligatoria, da riscatto, volontaria, figurativa).

Esistono eccezioni per andare in pensione con meno di 20 anni?

Nonostante la regola generale dei 20 anni, la normativa italiana prevede delle deroghe che consentono l’accesso alla pensione di vecchiaia con un’anzianità contributiva inferiore, in particolare con 15 anni di contributi. Queste deroghe sono state introdotte principalmente dall’articolo 2, comma 3, del Decreto Legislativo n. 503 del 1992 (la cosiddetta “

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Legge Amato“) e sono rimaste applicabili anche dopo le riforme successive per specifiche categorie di lavoratori che si trovavano in determinate situazioni alla data del 31 dicembre 1992 o che presentano particolari carriere lavorative.

La Circolare INPS n. 16 del 1 febbraio 2013 e diverse sentenze (come quella del Tribunale di Bari, n. 2829 del 20 ottobre 2023) hanno dettagliato i beneficiari di queste eccezioni.

Quali sono i casi specifici per la pensione con 15 anni?

Le principali deroghe “Amato” che permettono di accedere alla pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi (pari a 780 settimane) sono tre:

  1. lavoratori che al 31 dicembre 1992 avevano già maturato i requisiti di assicurazione e di contribuzione previsti dalla normativa allora vigente: si tratta di lavoratori (dipendenti e autonomi) che a quella data avevano già perfezionato un’anzianità contributiva di almeno 15 anni. Come precisa la Circolare INPS n. 16/2013, sono utili tutti i tipi di contributi (obbligatori, figurativi, volontari, da riscatto, da ricongiunzione) purché riferiti temporalmente a periodi anteriori al 1° gennaio 1993;
  2. lavoratori ammessi alla prosecuzione volontaria dei contributi in data anteriore al 31 dicembre 1992: questa deroga si applica ai lavoratori (sia dipendenti che autonomi) che avevano ottenuto dall’INPS l’autorizzazione a versare volontariamente i contributi prima della fine del 1992. Per beneficiare di questa eccezione, è sufficiente che la decorrenza dell’autorizzazione alla prosecuzione volontaria si collochi entro il 26 dicembre 1992. Non è invece richiesto che l’assicurato avesse effettivamente già effettuato dei versamenti volontari prima di tale data (Circolare INPS n. 16/2013);
  3. lavoratori dipendenti con almeno 25 anni di anzianità assicurativa e occupazione discontinua per almeno 10 anni: questa terza deroga, più specifica, si applica ai lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) o a fondi sostitutivi o esonerativi. Per questi lavoratori, è fatto salvo il requisito contributivo di 15 anni per il pensionamento di vecchiaia a condizione che abbiano congiuntamente:
    • un’anzianità assicurativa di almeno 25 anni (l’anzianità assicurativa decorre dalla data del primo contributo versato o accreditato, anche molto indietro nel tempo);
    • e siano stati occupati per almeno 10 anni, anche non consecutivi, per periodi di lavoro durante i quali sono state accreditate meno di 52 settimane contributive nell’anno solare. Questa condizione mira a tutelare i lavoratori con carriere caratterizzate da forte discontinuità, come i lavoratori stagionali o quelli con frequenti contratti a termine di breve durata. È importante sottolineare che anche in questi casi di deroga a 15 anni, è sempre necessario aver raggiunto il requisito anagrafico previsto per la pensione di vecchiaia.

L’età conta per la pensione di vecchiaia, oltre ai contributi?

Il conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia è sempre subordinato, oltre al requisito contributivo (20 anni o, nei casi di deroga, 15 anni), anche al perfezionamento di un requisito anagrafico (un’età minima).

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Questa età pensionabile è stata oggetto di progressive modifiche nel tempo, con un generale innalzamento (ad esempio, l’art. 1, comma 1, del D.Lgs. 503/1992 aveva già elevato i limiti di età, e l’art. 24 del D.L. 201/2011, la “Riforma Fornero”, ha previsto ulteriori e significativi incrementi).

Inoltre, l’età per la pensione di vecchiaia è soggetta ad adeguamenti periodici in base all’evoluzione della speranza di vita della popolazione italiana, certificata dall’ISTAT. Attualmente (e per gli anni immediatamente a venire, salvo nuove riforme), l’età per la pensione di vecchiaia è fissata a 67 anni sia per gli uomini che per le donne.

Devo smettere di lavorare per prendere la pensione di vecchiaia?

Per i lavoratori dipendenti, la normativa (art. 1, comma 7, del D.Lgs. n. 503/1992) richiede generalmente la

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cessazione del rapporto di lavoro subordinato come condizione per il conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia. La giurisprudenza della Corte di Cassazione (es. Sez. L, N. 14417 del 27-05-2019, richiamata da diverse sentenze dei Tribunali di Velletri e Tivoli) ha chiarito che è necessaria la cessazione di qualsiasi rapporto di lavoro dipendente, non solo di quello in riferimento al quale sono stati versati i contributi alla gestione che eroga la prestazione.

Questo requisito è spesso interpretato come una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale ai sensi dell’articolo 38 della Costituzione (Tribunale di Velletri, Sentenza n. 214 del 8 febbraio 2024 – data indicata).

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Per i lavoratori autonomi invece la cessazione dell’attività non è sempre richiesta con la stessa rigidità, ma è bene verificare la normativa specifica della propria gestione previdenziale.

I lavoratori invalidi hanno regole diverse per la pensione?

La normativa prevede delle tutele per i lavoratori con un’invalidità significativa. Ai fini del perfezionamento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, l’elevazione dei limiti di età (introdotta dalle varie riforme) non si applica ai lavoratori invalidi in misura non inferiore all’80%. Questi soggetti, quindi, possono accedere alla pensione di vecchiaia con un’età anagrafica inferiore rispetto alla generalità dei lavoratori.

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Tuttavia, è fondamentale comprendere che questa agevolazione riguarda solo il requisito anagrafico. Anche per questi lavoratori invalidi, l’accesso alla pensione di vecchiaia “anticipata” (in termini di età) ai sensi dell’articolo 1, comma 8, del D.Lgs. n. 503/1992, richiede il possesso degli altri requisiti previsti per la pensione di vecchiaia ordinaria, e in particolare:

  • un requisito contributivo di almeno 20 anni (1040 settimane di contribuzione);
  • la cessazione di ogni attività lavorativa dipendente. (Tribunale di Velletri, Sentenza n. 214/2024; Tribunale Di Napoli, Sentenza n. 5779 del 11 Settembre 2024 – date indicate).

Non sono quindi previsti “sconti” sul numero minimo di anni di contributi per questa categoria a causa della sola invalidità, se si parla di pensione di vecchiaia. Esistono poi altre prestazioni specifiche per l’invalidità (come l’assegno ordinario di invalidità o la pensione di inabilità) che hanno requisiti diversi.

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Se non ho contributi, esiste un aiuto economico per la vecchiaia?

Per le persone che, raggiunta una certa età, non hanno maturato i requisiti contributivi per accedere alla pensione di vecchiaia e si trovano in condizioni economiche disagiate, l’ordinamento italiano prevede una prestazione di natura puramente assistenziale: l’assegno sociale.

L’assegno sociale, disciplinato dall’articolo 3, comma 6, della Legge 8 agosto 1995, n. 335, è erogato dall’INPS:

  • a cittadini italiani (o stranieri con determinati requisiti di soggiorno) che abbiano compiuto una certa età (attualmente 67 anni, ma questo requisito anagrafico può variare ed è allineato a quello per la pensione di vecchiaia);
  • che si trovino in condizioni reddituali particolarmente disagiate, ossia con redditi personali (e talvolta coniugali) inferiori a determinate soglie stabilite annualmente dalla legge;
  • indipendentemente dal versamento di contributi previdenziali. L’Assegno Sociale, quindi, non è una “pensione da lavoro”, ma una forma di sostegno al reddito per gli anziani in stato di bisogno. Il suo importo è fisso (rivalutato annualmente) e può essere ridotto o azzerato in base ai redditi del richiedente.

Qual è la differenza tra assegno sociale e pensione di vecchiaia?

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Dobbiamo aprire una importante parentesi per comprendere la differenza tra assegno sociale e pensione di vecchiaia. Difatti, è fondamentale non confondere queste due prestazioni.

La pensione di vecchiaia è una prestazione previdenziale che si basa sui contributi versati durante la vita lavorativa. Essa, come visto, richiede un minimo di anni di contribuzione (generalmente 20, con deroghe a 15) e il raggiungimento di un’età anagrafica. Di conseguenza, l’importo è generalmente proporzionale ai contributi versati.

L’assegno sociale invece è una prestazione assistenziale che prescinde dal versamento di contributi. Richiede il raggiungimento di un’età anagrafica e la sussistenza di uno

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stato di bisogno economico (redditi bassi). L’importo è fisso (o ridotto in base al reddito) e non dipende dalla storia lavorativa. Quindi, una persona che non ha mai lavorato o ha versato pochissimi contributi, insufficienti per la pensione di vecchiaia, se si trova in condizioni economiche disagiate al compimento dei 67 anni (o dell’età prevista), potrebbe avere diritto all’Assegno Sociale, ma non alla pensione di vecchiaia.

Pensione legata al lavoro, assistenza per chi è in difficoltà

In conclusione, rispondendo alla domanda iniziale, chi non ha lavorato e, di conseguenza, non ha accumulato il minimo di contributi previdenziali richiesti dalla legge (generalmente 20 anni, con le deroghe a 15 anni per casi specifici), non ha diritto alla pensione di vecchiaia nel sistema previdenziale italiano. Questo perché la pensione di vecchiaia è un diritto che si matura attraverso il lavoro e la contribuzione.

Tuttavia, ciò non significa che chi si trova in età avanzata senza contributi e in condizioni di difficoltà economica sia privo di tutele. L’ordinamento prevede l’Assegno Sociale, una prestazione di carattere assistenziale, slegata dalla storia contributiva, destinata a garantire un sostegno minimo a chi ne ha bisogno. È quindi essenziale distinguere tra i due istituti e verificare i requisiti specifici per ciascuno, rivolgendosi all’INPS o a un patronato per una consulenza personalizzata sulla propria situazione.

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