Assegno per i figli, la Cassazione: il padre poco presente deve pagare di più

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Autore: Angelo Greco

19 luglio 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

L’assenza affettiva e materiale di un genitore può far aumentare l’importo dell’assegno di mantenimento. Lo stabilisce la Corte di Cassazione, che ha confermato un maxi-assegno a un padre ricco ma “latitante” dalla vita delle figlie, monetizzando di fatto il suo disimpegno.

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Essere un genitore separato non è un obbligo che si esaurisce con un bonifico mensile. È un dovere di presenza, cura e supporto morale. E chi sceglie di essere “latitante” su questo fronte, deve essere consapevole che la sua assenza ha un prezzo, non solo emotivo, ma anche economico. Con un’ordinanza di portata rivoluzionaria (la n. 17449/2025), la Corte di Cassazione ha stabilito un principio dirompente: la

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sistematica assenza di un padre dalla vita dei figli è un fattore che ha un “peso significativo” e può giustificare un aumento dell’assegno di mantenimento a suo carico. La decisione, che ha confermato un assegno di 1.600 euro al mese per due figlie a carico di un padre facoltoso ma affettivamente distante, segna un punto di svolta culturale e giuridico. La Suprema Corte, di fatto, “monetizza” il disimpegno genitoriale, stabilendo che il vuoto lasciato da un genitore assente deve essere, almeno in parte, compensato da un maggiore contributo economico.

La ‘tassa sull’assenza’, come la latitanza affettiva diventa un costo economico

La sentenza introduce una logica innovativa nella determinazione dell’assegno. Il dovere di un genitore verso i figli, sancito dalla legge, è duplice: materiale e morale. L’assegno di mantenimento copre, per definizione, il contributo materiale. Ma cosa succede quando un genitore abdica completamente al suo ruolo sul piano della cura, dell’educazione e della presenza?

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Secondo la Cassazione, questa assenza ha una ricaduta economica diretta sull’altro genitore, quello presente. Quest’ultimo, infatti, si trova a dover sopperire da solo a tutte le necessità quotidiane, pratiche ed emotive dei figli, un carico che va ben oltre la semplice spesa economica. Il genitore presente deve dedicare il 100% del suo tempo, delle sue energie e delle sue risorse per compensare il vuoto lasciato dall’altro. In quest’ottica, un assegno di mantenimento più elevato a carico del genitore “latitante” non è una punizione, ma una forma di ribilanciamento. Serve a fornire al genitore accudente maggiori risorse economiche per far fronte al suo doppio carico di lavoro e di cura. In pratica, la Cassazione afferma: se non contribuisci con il tuo tempo e la tua presenza (il cosiddetto “mantenimento diretto”), allora devi contribuire con più denaro.

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Non solo lo stipendio, la cassazione guarda tutto il patrimonio (e un milione di euro pesa)

Il padre, nel suo ricorso, si era lamentato che l’assegno di 1.600 euro, sommato al suo affitto, azzerasse quasi il suo stipendio da 3.100 euro mensili. Una tesi che, presa in isolamento, potrebbe apparire fondata. Ma la Cassazione, come i giudici di merito prima di essa, ha guardato oltre la busta paga, applicando un principio di giustizia sostanziale.

È emerso, infatti, che l’uomo disponeva di un patrimonio mobiliare (liquido) superiore al milione di euro. Di fronte a una simile ricchezza, la sua lamentela sullo stipendio è apparsa pretestuosa. La sentenza ribadisce un principio fondamentale: la capacità economica di un genitore non si misura solo dal suo reddito mensile, ma dalla sua

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condizione patrimoniale complessiva. Un genitore non può “schermarsi” dietro uno stipendio modesto se possiede ingenti ricchezze. La Corte ha quindi ritenuto che, a fronte di un patrimonio milionario, un esborso di 1.600 euro al mese fosse assolutamente sostenibile e proporzionato, specialmente se confrontato con il reddito della ex moglie di 1.380 euro al mese, che si occupava in via esclusiva delle figlie.

Il rifiuto dei figli non è una scusa, quando la colpa è del genitore

Uno degli argomenti più delicati e spesso usati dai genitori “lontani” è quello di lamentare il rifiuto dei figli a incontrarli, quasi a giustificare un minore impegno economico. Anche su questo punto, la Cassazione è stata netta. Nel caso di specie, è emerso che “la chiusura ai rapporti con il papà era da attribuire ai comportamenti di quest’ultimo, distante affettivamente”.

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In altre parole, il rifiuto delle figlie non era un capriccio immotivato, ma la conseguenza diretta del disimpegno del padre. La Corte ha stabilito che un genitore non può usare come “scusa” per pagare di meno una situazione che lui stesso, con la sua condotta, ha contribuito a creare. Non si può prima causare una frattura affettiva e poi lamentarsi delle sue conseguenze per ottenere uno sconto sull’assegno di mantenimento.

Una giurisprudenza a ‘due velocità’, la tutela del genitore debole e la sanzione per quello assente

Questa sentenza, arrivata pochi giorni dopo un’altra in cui la stessa Cassazione aveva invece accordato una riduzione dell’assegno a un padre in reale difficoltà economica, dimostra che la Suprema Corte sta costruendo un sistema di valutazione a “due velocità”, basato non su formule matematiche astratte, ma su un’analisi caso per caso che tiene conto sia della sostenibilità economica sia della responsabilità genitoriale. Da un lato, si tutela il

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genitore economicamente debole, riducendo un assegno che lo porterebbe alla povertà. Dall’altro, si sanziona con un assegno più pesante il genitore economicamente forte ma affettivamente assente.

È una giurisprudenza che cerca l’equità sostanziale, premiando la responsabilità e sanzionando il disimpegno, sempre nell’ottica di garantire il massimo benessere possibile per i figli.

Conclusione, essere genitori è un dovere di presenza, non solo un bonifico mensile

In definitiva, questa ordinanza della Cassazione segna un’evoluzione culturale prima ancora che giuridica. Invia un messaggio potentissimo a tutti i genitori separati: essere un genitore non si esaurisce nel dovere di contribuire economicamente. Esiste un dovere altrettanto importante di cura, di educazione e di presenza morale e affettiva. Chi sceglie di abdicare a questo ruolo, chi decide di essere un “genitore bancomat”, deve ora sapere che questa sua assenza può essere misurata e quantificata anche economicamente da un giudice. È l’affermazione che il tempo, la cura e l’affetto hanno un valore che, quando viene a mancare, deve essere in qualche modo compensato per garantire ai figli le migliori condizioni di crescita possibili.

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