Padre assente: l'assegno per i figli aumenta? 

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Autore: Angelo Greco

11 settembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Un padre poco presente deve versare un assegno di mantenimento più alto? La guida completa alla sentenza della Cassazione che spiega perché la “latitanza” affettiva ha un costo economico.

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La fine di un matrimonio porta con sé decisioni difficili, specialmente sugli aspetti economici che riguardano i figli. L’assegno di mantenimento viene calcolato sulla base dei redditi dei genitori, ma non solo. Esiste una componente, spesso sottovalutata, che va al di là dei numeri: la presenza, l’impegno, la dedizione quotidiana. Ma un genitore che è costantemente assente dalla vita dei figli, che non partecipa alla loro crescita morale e affettiva, deve contribuire di più economicamente? E, in sostanza, se il

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padre è assente, l’assegno per i figli aumenta? La risposta, che arriva forte e chiara da una recentissima e importante ordinanza della Corte di Cassazione (sent. n. 17449/2025), è un deciso sì. La “latitanza” di un genitore non è solo una mancanza affettiva, ma un onere concreto che ricade interamente sull’altro, e questo ha un prezzo che il giudice deve considerare.

Come si calcola l’assegno di mantenimento per i figli?

Il dovere di mantenere i figli, sancito dall’articolo 30 della Costituzione e dall’articolo 147 del Codice Civile, non si limita a un obbligo alimentare. Comprende tutto ciò che è necessario per garantire una crescita sana ed equilibrata: le esigenze abitative, scolastiche, sportive, sanitarie e, soprattutto, l’assistenza morale.

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In caso di separazione o divorzio, il giudice determina l’importo dell’assegno non con una formula matematica, ma applicando un principio di proporzionalità. Deve, cioè, bilanciare una serie di fattori:

  • le esigenze attuali del figlio, che cambiano con l’età;
  • il tenore di vita goduto durante la convivenza;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • il valore economico dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

È proprio in quest’ultimo punto che si inserisce il ragionamento della Cassazione: un genitore assente, di fatto, scarica sull’altro il 100% dei compiti di cura, e questo ha un valore che va compensato.

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Il caso deciso dalla Cassazione: un padre “latitante” e un assegno più alto

La recente ordinanza n. 17449/2025 è un esempio perfetto di come questi principi vengono applicati.

Un padre divorziato ha fatto ricorso in Cassazione contro la decisione dei giudici di merito di porre a suo carico un assegno di 1.600 euro al mese per le due figlie (una maggiorenne ma non autosufficiente), oltre al 60% delle spese straordinarie, e un assegno di 300 euro per la ex moglie.

La decisione si basava su un evidente divario economico. La madre, che aveva un lavoro part-time, poteva contare su un’entrata di 1.380 euro al mese, a fronte dello stipendio di 3.100 euro dell’ex marito. Quest’ultimo, inoltre, disponeva di un

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patrimonio mobiliare superiore al milione di euro. Ma a pesare sulla decisione non è stato solo il dato economico. I giudici hanno dato un “peso significativo” alla “situazione di assenza del padre nella vita delle figlie”. È emerso che il padre era stato poco presente sia durante il matrimonio (anche a causa del suo impegno come giudice sportivo), sia, e soprattutto, dopo la separazione. Non provvedeva mai al mantenimento diretto delle ragazze (portarle a fare shopping, pagare una visita, etc.), perché queste si rifiutavano di incontrarlo.

La Corte ha ritenuto che la chiusura delle figlie nei confronti del padre non fosse un capriccio, ma fosse attribuibile ai comportamenti dello stesso genitore

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, descritto come “distante affettivamente” anche in occasioni importanti come le feste.

Perché l’assenza di un genitore fa “lievitare” l’assegno?

Il ragionamento della Cassazione è logico e basato su un principio di equità. Il dovere di un genitore non è solo quello di “staccare un assegno”. È anche quello di educare e assistere moralmente i figli.

Se un genitore si sottrae completamente a questo dovere, l’altro si trova a dover sopportare da solo l’intero carico, non solo pratico ma anche emotivo, della crescita dei figli. Questa “latitanza” affettiva si traduce in un maggiore onere per il genitore presente, che deve compensare l’assenza dell’altro. L’assegno di mantenimento, quindi, deve tenere conto di questo squilibrio. Non è una “punizione” per il padre assente, ma una compensazione economica per la madre che, di fatto, sta svolgendo il ruolo di due genitori.

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Nel suo ricorso, il padre aveva tentato di smontare la decisione dei giudici con diverse argomentazioni, che però la Cassazione ha respinto. Ha sostenuto che la ex moglie avrebbe potuto tornare a lavorare a tempo pieno. La Corte ha dato peso, invece, al fatto che quella del part-time era stata una scelta condivisa durante il matrimonio, fatta proprio per curare le figlie quando erano molto piccole (uno e tre anni). È un classico esempio di funzione compensativa dell’assegno: si compensa la ex coniuge per i sacrifici professionali fatti nell’interesse della famiglia.

La Cassazione ha ritenuto questo elemento irrilevante ai fini della determinazione dell’assegno, che si basa sulla valutazione comparativa dei redditi e dei patrimoni attuali, non su singole somme ricevute in passato.

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Il padre ha lamentato che, tra l’assegno e l’affitto che doveva pagare, il suo stipendio si azzerava. I giudici hanno respinto anche questa tesi, tenendo conto del suo ingente patrimonio mobiliare (oltre un milione di euro), che garantiva ampiamente la sua capacità economica.

Conclusioni: essere genitori è un dovere, non solo un diritto

La sentenza della Cassazione n. 17449/2025 è una decisione di grande importanza, che riafferma un principio fondamentale: il dovere di mantenimento non è un’equazione matematica, ma una valutazione complessa che tiene conto di tutti gli aspetti della vita familiare.

Il messaggio è forte e chiaro:

  • l’assenza affettiva e materiale di un genitore dalla vita dei figli ha un costo economico, che deve essere considerato nella determinazione dell’assegno di mantenimento;
  • il mantenimento non è solo “dare da mangiare”, ma anche garantire quell’assistenza morale e quella presenza che, se mancano, devono essere compensate;
  • le scelte professionali sacrificate per la famiglia durante il matrimonio hanno un valore e devono essere riconosciute attraverso la funzione compensativa dell’assegno.

È una sentenza che, a pochi giorni da un’altra che ha invece concesso una riduzione a un padre troppo gravato, dimostra la capacità della giustizia di valutare ogni storia nella sua unicità, bilanciando sempre il principio di proporzionalità con le esigenze concrete dei figli. E ricordando a tutti che essere genitori è un impegno a 360 gradi, fatto di responsabilità economiche, ma anche e soprattutto di una presenza che nessun assegno potrà mai sostituire del tutto.

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