Offese a un collega: quando si rischia il licenziamento?

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Autore: Angelo Greco

29 settembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Deridere un collega per una disabilità può causare il licenziamento per giusta causa. Scopri perché la Cassazione lo considera una doppia discriminazione e perché il contratto collettivo non vincola il giudice.

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Il posto di lavoro dovrebbe essere uno spazio sicuro, fondato sul rispetto reciproco e sulla collaborazione. Non si tratta solo di un principio etico, ma anche di una regola che incide direttamente sul benessere delle persone e sulla produttività dell’impresa. Quando, invece, emergono comportamenti offensivi e denigratori, il clima aziendale si deteriora, con conseguenze pesanti sia per la persona offesa sia per chi li commette.

Molti lavoratori si chiedono:

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fino a che punto uno scherzo o un insulto possono costare caro? E, soprattutto, quando si può arrivare addirittura al licenziamento per giusta causa?

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso emblematico: la derisione di una collega con disabilità. Un comportamento che i giudici hanno definito doppia discriminazione, ritenendolo tanto grave da giustificare l’allontanamento immediato dal posto di lavoro.

Quale condotta ha causato il licenziamento per giusta causa?

Il caso riguarda un esattore, licenziato nel 2020, accusato di aver deriso una collega imitando il verso e il gesto di una gallina, prendendo di mira la sua menomazione fisica.

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Un atto che, oltre a essere offensivo, è stato giudicato profondamente degradante per la dignità della persona.

Non si trattava nemmeno di un episodio isolato: il lavoratore aveva alle spalle ben 21 contestazioni disciplinari. Un curriculum del genere ha pesato come aggravante, rendendo impossibile per il datore di lavoro mantenere il rapporto fiduciario.

Per capire meglio: il licenziamento per giusta causa è come la “pena massima” nel diritto del lavoro. Viene applicato solo in caso di comportamenti così gravi da impedire la prosecuzione anche temporanea del rapporto. E qui, secondo i giudici, non c’era spazio per alternative.

Perché l’offesa è stata considerata una doppia discriminazione?

La Corte ha spiegato che non si trattava di una semplice maleducazione, ma di una condotta che colpiva la collega sotto due fronti diversi:

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  1. discriminazione di genere: imitare la gallina, storicamente, è un modo per ridicolizzare le donne, associandole a un animale che richiama superficialità o chiasso;

  2. discriminazione per disabilità: l’imitazione non era generica, ma mirata a colpire una condizione fisica della collega, rendendo ancora più grave lo scherno.

È come se la stessa freccia avesse due punte: una diretta alla donna, l’altra alla sua disabilità. Per la Cassazione, questa duplice offesa ha un disvalore sociale elevatissimo, tanto più in un’epoca in cui la sensibilità verso questi temi è cresciuta enormemente.

Il contratto collettivo può impedire il licenziamento?

Il lavoratore ha cercato di difendersi appellandosi al

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contratto collettivo (CCNL), sostenendo che la sua condotta rientrasse tra i “comportamenti inurbani”, puniti con sanzioni più lievi, come la sospensione.

La Cassazione, però, ha chiarito un punto chiave: il giudice non è vincolato in maniera rigida dal CCNL.
Il contratto collettivo serve come guida, ma il vero parametro resta la legge, in particolare l’articolo 2119 del Codice civile, che disciplina la giusta causa.

In pratica: se un comportamento supera il limite di tollerabilità e mina in modo definitivo la fiducia tra datore e dipendente, il giudice può confermare il licenziamento anche se il contratto collettivo prevedrebbe solo una multa o una sospensione.

Un esempio pratico: se il CCNL punisce genericamente la “scortesia”, ma un atto sconfinasse in un’aggressione razzista o sessista, il giudice non potrebbe fermarsi al contratto: deve guardare alla gravità reale del fatto.

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Il licenziamento può essere annullato se è ritorsivo?

Il dipendente ha provato anche un’altra strada: sostenere che il licenziamento fosse in realtà una ritorsione per un lungo periodo di malattia.

La Cassazione ha ricordato che per parlare di licenziamento ritorsivo occorrono due condizioni:
a) il motivo illecito deve essere l’unico ed esclusivo alla base del recesso;
b) ci deve essere un chiaro collegamento temporale e causale tra il comportamento del datore e la ritorsione.

Nel caso concreto, però, la gravità dell’offesa bastava da sola a giustificare il licenziamento, e le assenze erano troppo lontane nel tempo per pensare a una ritorsione.

Qual è il principio affermato in via definitiva dalla Cassazione?

Con questa decisione, la Cassazione ha fissato un principio chiaro: la valutazione della

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giusta causa spetta al giudice, che deve verificare la gravità effettiva del comportamento.
Le sanzioni previste dai contratti collettivi sono utili come riferimento, ma non possono limitare la possibilità del giudice di applicare la legge e decidere un licenziamento se i fatti lo giustificano.

In questo caso, la doppia discriminazione – di genere e per disabilità – è stata considerata talmente intollerabile da rendere inevitabile la rottura del rapporto di lavoro.

FAQ pratiche: offese e licenziamento

Se insulto un collega senza disabilità rischio lo stesso il licenziamento?
Sì, perché l’offesa in sé può bastare a minare la convivenza sul lavoro. Naturalmente, molto dipende dalla gravità: un insulto isolato e “a caldo” potrebbe giustificare una sanzione disciplinare minore (come una sospensione), mentre offese reiterate, umiliazioni pubbliche o frasi discriminatorie possono arrivare a giustificare il licenziamento.

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Qual è la differenza tra licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo?

Un singolo scherzo può portare al licenziamento?
Se si tratta di una battuta infelice o di uno scherzo di cattivo gusto, probabilmente no: si applicheranno sanzioni più lievi. Ma se lo scherzo diventa discriminazione (per sesso, razza, religione, disabilità, età, orientamento sessuale), allora sì: anche un singolo episodio può bastare.

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Il datore di lavoro deve sempre dimostrare la gravità delle offese?
Assolutamente sì. Non basta dire che un comportamento è stato “scortese”: servono prove, come testimonianze o documenti, che dimostrino la portata offensiva e il contesto in cui è avvenuta l’offesa.

Cosa posso fare se vengo offeso sul posto di lavoro?
Il lavoratore ha diversi strumenti:
a) segnalare l’accaduto ai superiori o alle risorse umane;
b) rivolgersi al sindacato o al rappresentante dei lavoratori;
c) in casi gravi, agire in giudizio per mobbing, discriminazione o risarcimento danni.

Il licenziamento è sempre definitivo?
Il lavoratore può impugnarlo entro 60 giorni. Se il giudice ritiene che la sanzione sia sproporzionata, può annullare il licenziamento o riconoscere solo una sanzione conservativa.

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