Telecamere in casa: quali regole con colf e baby sitter?

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Autore: Angelo Greco

30 ottobre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

L’installazione di telecamere per la sicurezza è lecita, ma con personale domestico cambiano le regole. Scopri gli obblighi di informazione, i limiti e le sanzioni per tutelare la privacy del lavoratore.

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Nell’era della casa intelligente, installare un sistema di videosorveglianza è diventato un gesto comune. Lo si fa per controllare gli animali domestici, per scoraggiare i ladri o semplicemente per sentirsi più sicuri. Questa scelta, del tutto legittima finché rimane confinata alla sfera privata, assume contorni giuridici complessi nel momento in cui un lavoratore domestico – una colf, un assistente familiare o una baby-sitter – varca la soglia di casa. L’abitazione, infatti, si trasforma anche in un luogo di lavoro, e con essa cambiano le regole del gioco. Diventa quindi fondamentale per ogni famiglia porsi la domanda:

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quali regole con colf e baby sitter con telecamere in casa?

La risposta risiede in un delicato equilibrio tra il diritto alla sicurezza del proprietario e la tutela della dignità e della privacy del lavoratore, un equilibrio normato da leggi sulla protezione dei dati e contratti collettivi di settore.

Quando la videosorveglianza non è più un fatto privato?

Per capire la normativa applicabile, è essenziale partire da un concetto fondamentale del

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GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati). La legge prevede una “deroga per uso domestico“, secondo cui le regole sulla privacy non si applicano quando una persona tratta dati per finalità esclusivamente personali (Provvedimento del 6 giugno 2024).

Installare una telecamera per sorvegliare la propria casa vuota rientra in questa categoria. Tuttavia, questa eccezione ha un’interpretazione molto restrittiva, come chiarito dal Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (Linee guida 3/2019 sul trattamento dei dati personali attraverso dispositivi video).

La situazione cambia radicalmente con la presenza di un lavoratore (come una colf, badante o baby sitter)

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. Nel momento in cui le telecamere sono in grado di riprendere, anche solo occasionalmente, l’attività lavorativa di una persona, il trattamento dei dati cessa di essere “esclusivamente personale”.

Il datore di lavoro domestico diventa a tutti gli effetti un titolare del trattamento dei dati personali del suo dipendente (le immagini registrate) e, come tale, è tenuto a rispettare tutti gli obblighi previsti dal GDPR e dalle specifiche norme sul lavoro. La sfera privata si allarga fino a diventare un contesto professionale, con diritti e doveri precisi per entrambe le parti.

Quali obblighi informativi ha il datore di lavoro?

La trasparenza è il pilastro su cui si fonda la liceità della

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videosorveglianza in un rapporto di lavoro. Il datore di lavoro ha l’obbligo ineludibile di informare il lavoratore domestico della presenza delle telecamere. Questa non è una cortesia, ma un preciso dovere legale. L’informazione deve essere fornita preventivamente, cioè prima che il lavoratore inizi a svolgere le sue mansioni in un’area monitorata.

Il CCNL che regola il lavoro domestico è estremamente chiaro in merito. L’articolo 10 stabilisce che i datori di lavoro devono comunicare al personale la presenza degli impianti, la loro esatta ubicazione, le modalità di registrazione e le politiche di conservazione e cancellazione dei dati (CCNL che regolamenta il rapporto di lavoro in collaborazione coordinata e continuativa, subordinato e alla pari in ambito al settore di ausilio familiare).

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Non basta una comunicazione verbale generica. L’informativa deve essere completa e documentabile.

Inoltre, il Garante per la Privacy ha più volte sottolineato l’importanza di apporre cartelli ben visibili che segnalino le aree videosorvegliate, rappresentando un primo e immediato livello di informazione per chiunque acceda a quegli spazi (Ordinanza ingiunzione – 9 marzo 2023 doc. n. 9872646).

Le telecamere possono controllare come lavora la colf?

Una delle paure più comuni tra i lavoratori e uno degli errori più gravi che un datore di lavoro possa commettere è utilizzare le telecamere per monitorare la prestazione lavorativa: la legge lo vieta espressamente.

La finalità

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dell’impianto di videosorveglianza deve essere legittima e chiaramente definita. È ammessa l’installazione per esigenze di sicurezza e di tutela del patrimonio, come la prevenzione di furti o danni (Provvedimento in materia di videosorveglianza – 8 aprile 2010 [n. 1712680]).

Tuttavia, le telecamere non possono mai diventare uno strumento per controllare a distanza se il lavoratore svolge i suoi compiti con diligenza, se rispetta le pause o quanto tempo impiega per una determinata mansione. Questo tipo di controllo a distanza è vietato dall’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970).

Il sistema di videosorveglianza deve anche essere proporzionato allo scopo

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: se l’obiettivo di sicurezza può essere raggiunto con mezzi meno invasivi per la privacy del lavoratore, si dovrebbero preferire questi ultimi. In sintesi, la telecamera è un occhio sulla sicurezza della casa, non sul rendimento del dipendente.

Dove si possono installare le telecamere e per quanto tempo?

Il rispetto della normativa passa anche attraverso scelte tecniche precise, guidate dai principi di minimizzazione dei dati e proporzionalità. Questo significa che è possibile raccogliere solo i dati strettamente necessari per la finalità dichiarata.

Dal punto di vista pratico, ciò impone regole precise su posizionamento e conservazione delle immagini:

  • posizionamento e angolo di ripresa: le telecamere devono inquadrare solo le aree di stretta pertinenza del proprietario e necessarie per la sicurezza (es. porte d’ingresso, zone con oggetti di valore). L’angolo di ripresa deve essere limitato per non includere aree pubbliche, proprietà di terzi o spazi non rilevanti. La giurisprudenza ha chiarito che, qualora sia inevitabile una ripresa parziale di aree esterne, è necessario adottare accorgimenti tecnici per oscurarle (Tribunale di Palermo, sentenza n.4732 del 3 ottobre 2024);
  • divieto di ripresa in aree private: è assolutamente vietato installare telecamere in luoghi che ledono la dignità e la riservatezza della persona. Questo include il bagno e, nel caso di lavoratori conviventi, la loro camera da letto. Il CCNL di settore è esplicito su questo punto (CCNL che regolamenta il rapporto di lavoro in collaborazione coordinata e continuativa, subordinato e alla pari in ambito al settore di ausilio familiare);
  • tempi di conservazione: le immagini registrate non possono essere conservate a tempo indeterminato. Il Garante Privacy indica che, di norma, i tempi di conservazione devono essere molto brevi, solitamente non superiori alle 24-72 ore. Periodi più lunghi sono ammessi solo in circostanze eccezionali e motivate, come la chiusura dell’abitazione per ferie o su richiesta delle autorità (Provvedimento del 6 giugno 2024).

Cosa rischia chi non rispetta le regole sulla privacy?

Ignorare queste normative espone il

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datore di lavoro domestico a conseguenze significative su più fronti. Sul piano del rapporto di lavoro, la mancata informazione sulla presenza di telecamere è una violazione grave. Il CCNL di settore prevede che tale mancanza possa costituire una giusta causa di dimissioni per il lavoratore, che potrebbe quindi interrompere il rapporto senza preavviso, e può comportare l’applicazione di una penale a carico del datore di lavoro.

Sul piano della protezione dei dati, le sanzioni possono essere ancora più severe. Un trattamento illecito dei dati personali del lavoratore costituisce una violazione del GDPR, che prevede sanzioni amministrative pecuniarie molto elevate.

Inoltre, il lavoratore che ritenga di aver subito un danno a causa della violazione della sua privacy può avviare un’azione legale per ottenere un risarcimento. Rispettare le regole non è quindi solo una questione di correttezza, ma anche un modo per tutelarsi da rischi legali ed economici importanti.

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