Avvocato con l'AI: stangata del giudice per lite temeraria

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Autore: Angelo Greco

24 settembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

L’uso acritico dell’Intelligenza Artificiale costa caro. Il Tribunale di Torino condanna un legale per colpa grave. Un monito per la professione.

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L’innovazione tecnologica bussa alle porte degli studi legali, ma non sempre porta a risultati brillanti. Anzi. L’uso sconsiderato dell’intelligenza artificiale nella stesura di un atto giudiziario è costato caro a una lavoratrice, condannata per lite temeraria a causa di un ricorso definito “un coacervo di citazioni”. La recente ordinanza del Tribunale di Torino accende un faro impietoso sulla responsabilità dell’avvocato, che non può abdicare al proprio controllo critico in nome della velocità, pena pesanti sanzioni economiche e la violazione del

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diritto di difesa.

Cosa ha stabilito il Tribunale di Torino sull’uso dell’AI?

Una recente ordinanza del Tribunale di Torino, sezione lavoro, ha messo nero su bianco un principio fondamentale per la professione forense nell’era digitale. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per redigere atti processuali, se non accompagnato da un’attenta e profonda revisione da parte del legale, può facilmente sfociare in una difesa palesemente infondata.

Nel caso specifico, il giudice ha sanzionato duramente l’operato di un

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avvocato che aveva presentato un ricorso basato sull’AI, ritenendolo incompatibile con il corretto esercizio del diritto di difesa. L’assenza di un filtro critico umano è stata considerata una colpa grave, un’abdicazione alla funzione stessa del difensore, che non può limitarsi a un mero “copia e incolla” da un software, per quanto avanzato.

Perché il ricorso è stato giudicato infondato?

L’atto giudiziario al centro della controversia è stato descritto dal magistrato con parole durissime, definendolo un “coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte“. Il ricorso, presentato da una lavoratrice contro avvisi di addebito dell’ente previdenziale, mancava di qualsiasi collegamento con la realtà fattuale del caso.

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Le argomentazioni erano formulate in maniera generica, senza un ordine logico e, per di più, risultavano in gran parte tardive, essendo state presentate oltre il termine di decadenza di quaranta giorni dalla notifica. In sostanza, l’atto era un prodotto inutilizzabile, completamente slegato dal thema decidendum (l’oggetto del giudizio), a dimostrazione di come la tecnologia, senza la guida dell’intelletto umano, possa produrre un risultato non solo inutile, ma attivamente dannoso.

Quali sono state le conseguenze economiche per la parte soccombente?

La manifesta infondatezza del ricorso ha portato a conseguenze economiche severe, che vanno ben oltre la semplice sconfitta processuale. La parte opponente è stata condannata non solo al pagamento delle spese di lite in favore delle controparti, come di prassi.

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Il giudice, applicando l’articolo 96 del codice di procedura civile per lite temeraria, ha inflitto una sanzioneaggiuntiva di 500 euro da versare a ciascuna delle controparti. Ma non è finita qui. È stata disposta un’ulteriore condanna di 500 euro a favore della cassa delle ammende, a testimonianza della gravità della condotta, qualificata come azione intrapresa con mala fede o colpa grave. Una vera e propria stangata che ricade direttamente sul cliente, vittima di una difesa negligente.

Esistono precedenti simili in Italia?

La pronuncia del foro torinese non rappresenta un fulmine a ciel sereno nel panorama giurisprudenziale italiano. Già nel 2024, il Tribunale di Firenze

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aveva affrontato una questione analoga, mettendo in guardia sull’impiego dell’intelligenza artificiale nella redazione degli atti.

Anche in quel frangente, pur con motivazioni parzialmente diverse, era stata ribadita la necessità che la tecnologia rimanga un mero strumento di supporto. L’AI può accelerare la ricerca e l’analisi, ma non può e non deve mai sostituire il controllo e il ragionamento dell’avvocato. Questa linea interpretativa si allinea perfettamente con le emergenti regolamentazioni comunitarie, che mirano a governare l’uso dell’AI, sottolineando la centralità della supervisione umana per garantire pertinenza, coerenza e, in ultima analisi, la tutela dei diritti del cittadino.

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