Politica, il grande tradimento: l'Istat svela la sfiducia che uccide la democrazia
Il rapporto Istat è un atto d’accusa. Milioni di italiani abbandonano la politica non per apatia, ma per sfiducia in una classe dirigente inadeguata.
Un tradimento consumato nel silenzio, che sta spegnendo la democrazia italiana. Il nuovo rapporto Istat sulla partecipazione politica non è un’analisi sociologica, ma un durissimo atto d’accusa contro un’intera classe politica che ha smarrito il suo popolo. I dati, freddi e impietosi, certificano una verità che è sotto gli occhi di tutti: milioni di cittadini, soprattutto giovani e residenti nel Sud, stanno abbandonando la vita pubblica. Ma la narrazione comoda della “gente che non si interessa” viene demolita dai numeri stessi. La radice del male non è l’apatia, ma una profonda e radicata
Indice
Perché il rapporto Istat è un atto d’accusa contro la classe politica?
Il bollettino medico sulla salute della nostra democrazia, firmato
Come i partiti hanno ‘espulso’ i cittadini dalla vita pubblica?
I dati sul crollo della partecipazione “visibile” sono la prova del nove di questo fallimento. La partecipazione a un comizio (2,5%) o a un corteo (3,3%) è ormai un’attività di nicchia, quasi folkloristica. Questo dato non descrive solo piazze vuote, ma certifica la morte dei partiti come luoghi di aggregazione e formazione. I partiti, che nella Costituzione dovrebbero essere lo strumento attraverso cui i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, sono diventati comitati elettorali chiusi, incapaci di dialogare con la società reale. Hanno espulso, con i loro comportamenti e il loro linguaggio, intere generazioni. I dati sui giovani sono una condanna senza appello: oltre il 60% dei 14-17enni e il 35% dei 18-24enni non si informa mai. Non è una generazione apatica, è una generazione che non ha mai ricevuto un’offerta politica credibile in cui riconoscersi.
La politica parla una lingua incomprensibile: chi ne paga il prezzo?
Un dettaglio significativo, quasi una nota a margine nel rapporto Istat, rivela una delle armi usate dalla classe politica per erigere un muro tra sé e i cittadini: il linguaggio. Tra le donne che non si informano, quasi una su dieci (9,7%) ne attribuisce la colpa alla “complessità del linguaggio politico”. Ma questa non è una questione di genere, è un problema sistemico. La politica italiana ha sviluppato un gergo oscuro, un “politichese” fatto di acronimi, sottintesi e formule astruse, che non serve a comunicare, ma a escludere. È un linguaggio del potere per il potere. A pagarne il prezzo più alto sono i cittadini con un livello di istruzione più basso, che si trovano di fronte a un muro invalicabile. Il 41% di chi ha la licenza media non si informa mai, contro l’11% dei laureati. Questa non è una coincidenza, è il risultato di una scelta deliberata: rendere la politica un affare per iniziati, allontanando chi non possiede gli strumenti per decodificarla.
La fuga nell’astensione: è disinteresse o una forma di protesta?
L’errore più grande che si possa fare leggendo questo rapporto è liquidare la non partecipazione come semplice menefreghismo. L’esodo di massa dalla politica è, in realtà, la più grande e silenziosa protesta di piazza che questo Paese abbia mai visto. È un “Aventino” di milioni di persone che, non avendo altri strumenti per esprimere il proprio dissenso, scelgono l’unica via rimasta: il silenzio, l’astensione, la disconnessione. È una forma di obiezione di coscienza di massa contro un sistema che non li rappresenta. L’emorragia di partecipazione nel Mezzogiorno (37% non si informa mai) non è un segno di arretratezza culturale, ma la risposta di un territorio che si sente da decenni tradito e abbandonato dalle istituzioni centrali. La non partecipazione non è il problema, è il sintomo più evidente della malattia.
Possono i colpevoli della crisi offrire la soluzione?
La parte più surreale del dibattito generato da questo rapporto è ascoltare gli stessi esponenti politici che hanno causato il disastro proporre ora le soluzioni. Il testo dell’Istat si chiude con un elenco di buone intenzioni: educazione civica, assemblee, partiti più forti. Ma queste proposte suonano come un insulto. È come se il piromane si offrisse di guidare la squadra dei vigili del fuoco. Come possono i partiti, principali responsabili della disaffezione, diventare improvvisamente luoghi di aggregazione? Come può una classe politica, che ha fatto della sfiducia il proprio marchio di fabbrica, chiedere un “patto per la partecipazione”? È un tentativo ipocrita di scaricare la responsabilità sui cittadini, sulla scuola o sui media. La verità è che non c’è bisogno di insegnare ai cittadini come partecipare. C’è bisogno di dare loro qualcosa per cui valga la pena partecipare: una politica credibile, onesta e competente. Fino ad allora, il silenzio degli italiani continuerà a essere il giudizio più eloquente sul suo fallimento.