Perizia di parte ignorata: il giudice non deve motivare il perché

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Autore: Raffaella Mari

28 settembre 2025

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

La Cassazione stabilisce con una nuova ordinanza che la perizia stragiudiziale giurata è solo un indizio. Il giudice può scartarla senza spiegazioni specifiche.

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Una decisione destinata a ridisegnare le strategie processuali e a chiarire definitivamente il peso documentale di uno degli strumenti più utilizzati nelle aule di tribunale. Con una mossa che rafforza la discrezionalità del magistrato, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio tanto netto quanto dirompente: il giudice non ha alcun obbligo di motivare esplicitamente il proprio dissenso rispetto a una perizia stragiudiziale presentata da una delle parti, anche qualora questa sia asseverata con giuramento. Questo tipo di documento, secondo gli Ermellini, non possiede un’autonoma

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efficacia probatoria e deve essere considerato alla stregua di una mera allegazione difensiva. Un semplice indizio, dunque, la cui valutazione è interamente rimessa al libero e insindacabile convincimento del giudicante. La pietra miliare di questa interpretazione è contenuta nell’ordinanza n. 26169/2025, pubblicata lo scorso 25 settembre dalla sezione tributaria della Suprema Corte, un provvedimento che affonda le sue radici in un contenzioso fiscale ma estende i suoi effetti a un orizzonte giuridico ben più ampio.

Il valore della perizia: da prova a semplice indizio

Il cuore della pronuncia della

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Cassazione risiede nella qualificazione giuridica della perizia di parte. Contrariamente a quanto spesso si possa pensare, il fatto che un consulente metta nero su bianco le proprie conclusioni e le asseveri con un giuramento non eleva l’atto al rango di prova legale. La Suprema Corte è categorica: la perizia stragiudiziale non ha forza probatoria, neppure in relazione ai fatti che il tecnico dichiara di aver accertato personalmente. La sua natura rimane quella di un contributo difensivo, un argomento a sostegno della tesi di una parte. Di conseguenza, il suo valore è equiparato a quello di “ogni altro documento proveniente da un terzo”, ovvero un indizio. Questo significa che il giudice può prenderlo in considerazione, ma non è assolutamente vincolato a seguirne le conclusioni né tantomeno a spiegare, punto per punto, perché decide di discostarsene. L’ordinamento, sottolineano i giudici, non contempla la possibilità di “precostituire” fuori dal processo un mezzo di prova con queste caratteristiche.
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La motivazione implicita del giudice

Ma allora come si coordina questa impostazione con l’obbligo di motivazione della sentenza? La Corte offre una spiegazione chiara. Non è necessario che il giudice si impegni in una confutazione analitica e puntuale di ogni singola argomentazione contenuta nella perizia di parte. Affinché la motivazione del provvedimento sia ritenuta adeguata, è sufficiente che il magistrato compia una valutazione complessiva di tutto il materiale probatorio a sua disposizione. Deve indicare gli elementi sui quali ha fondato il proprio convincimento e illustrare l’iter logico che lo ha portato a una determinata decisione. Se questo percorso argomentativo risulta intrinsecamente e logicamente incompatibile con le conclusioni della perizia di parte, quest’ultima si intende implicitamente disattesa. In altre parole, la scelta di un percorso logico alternativo e coerente basta a escludere le tesi della consulenza privata, senza bisogno di un rigetto formale ed esplicito. La

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discrezionalità del giudice ne esce, pertanto, ampiamente rafforzata.

Il caso concreto: l’Imu su un complesso industriale

La vicenda processuale che ha originato l’ordinanza riguarda una società a responsabilità limitata e un Comune, contrapposti su un accertamento IMU relativo a un grande complesso industriale in stato di abbandono dal 2008. La società sosteneva che l’immobile fosse di fatto inagibile e, sulla base di questa condizione, chiedeva il dimezzamento della base imponibile dell’imposta, come previsto dalla normativa. A sostegno della propria istanza, dopo un primo diniego da parte dell’ente locale, aveva prodotto una perizia estimativa di parte che attestava lo stato di degrado e inagibilità. Tuttavia, il giudice di secondo grado aveva riformato la decisione precedente, accogliendo le ragioni del Comune (pur escludendo l’applicazione delle sanzioni) e, di fatto, ignorando le conclusioni del consulente della società. La srl ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando proprio l’omessa valutazione di tale perizia.

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L’epilogo in Cassazione e il principio di diritto

La Suprema Corte ha respinto la censura della società su questo specifico punto, consacrando il principio secondo cui la perizia è solo un’allegazione difensiva. Tuttavia, il ricorso della contribuente è stato parzialmente accolto per un altro motivo: i giudici di merito avevano omesso di pronunciarsi su un aspetto differente della controversia, ovvero la corretta determinazione della rendita catastale. Per questa ragione, la Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e ha disposto il rinvio della causa a un’altra sezione della commissione tributaria regionale. Sarà quest’ultima a dover decidere nuovamente la vertenza, ma dovrà farlo attenendosi al principio di diritto stabilito dalla Suprema Corte: la perizia di parte, per quanto giurata, resta un elemento indiziario la cui valutazione è affidata alla piena discrezionalità del giudice, il quale non è tenuto a fornire una motivazione specifica per non averne tenuto conto.

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