Previdenza: come andare in pensione 5 anni prima?
Smettere di lavorare in anticipo è possibile con una pianificazione attenta. Scopri il capitale necessario, come gestire i risparmi e i passi da seguire per raggiungere questo obiettivo.
Il pensiero affiora con insistenza nella mente di molti lavoratori che hanno superato la soglia dei sessant’anni: l’orizzonte della pensione è visibile, ma mancano ancora cinque o sei anni, un tempo che appare interminabile dopo una lunga carriera. La stanchezza si fa sentire, la voglia di dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni cresce, e così la domanda che si pongono è sempre la stessa: come andare in pensione 5 anni prima?
Quello che per molti sembra un sogno irrealizzabile è, in realtà, un progetto finanziario concreto che, sebbene non semplice, può essere attuato con un’organizzazione meticolosa. L’idea di base è creare una sorta di “ponte” economico, utilizzando i risparmi accumulati per mantenersi nel periodo che intercorre tra l’ultimo giorno di lavoro e la data di decorrenza della pensione pubblica.
Si tratta di un percorso che non ammette improvvisazione e che si articola in tre fasi distinte: analizzare con precisione il proprio patrimonio, gestire in modo oculato il capitale durante gli anni di inattività e, infine, godersi la pensione vera e propria con la serenità economica costruita nel tempo.
Indice
Qual è il primo passo per pianificare l’uscita anticipata?
Il punto di partenza imprescindibile per chiunque voglia pianificare un’uscita anticipata dal mondo del lavoro è l’analisi della propria situazione previdenziale. Per farlo, lo strumento fondamentale è l’
Consultando l’estratto conto, è possibile, con l’aiuto di un consulente, effettuare una stima precisa dell’assegno pensionistico che si andrebbe a percepire continuando a lavorare fino al raggiungimento dei requisiti di legge (ad esempio, 67 anni di età). Questa proiezione serve come metro di paragone per calcolare a quanto ammonterebbe, invece, la pensione interrompendo l’attività lavorativa con cinque o sei anni di anticipo. La differenza tra i due importi, unita alla conoscenza delle proprie necessità economiche mensili, permette di quantificare con esattezza il “vuoto” finanziario da colmare e, di conseguenza, il capitale necessario per vivere serenamente in attesa della pensione.
Quanti soldi servono per smettere di lavorare prima?
Definire la cifra esatta necessaria per smettere di lavorare in anticipo è complesso, poiché dipende strettamente dallo stile di vita e dalle spese personali di ciascuno. Tuttavia, gli esperti del settore offrono una stima di riferimento per orientarsi. Si ipotizza che un capitale minimo di partenza di circa 250.000 euro possa essere adeguato per chi prevede di avere spese mensili intorno ai 2.000 euro.
È importante sottolineare che questo valore è puramente indicativo. Per calcolare esattamente il proprio fabbisogno personale, bisogna considerare tutte le uscite fisse e variabili: mutuo o affitto, bollette, spese sanitarie, viaggi, hobby e imprevisti.
Un esempio pratico può aiutare a chiarire il concetto. Immaginiamo un lavoratore di 61 anni con spese mensili consolidate di 2.200 euro, che vuole andare in pensione a 67 anni. Dovrà coprire un periodo di 6 anni, ovvero 72 mesi. Il calcolo base (72 mesi x 2.200 euro) restituisce un fabbisogno di 158.400 euro. Tuttavia, a questa cifra bisogna aggiungere un “cuscinetto” finanziario per far fronte all’inflazione, a spese inattese e alla volatilità degli investimenti, motivo per cui il capitale iniziale deve essere significativamente più alto.
Come si costruisce un piano finanziario per il prepensionamento?
La costruzione di un piano finanziario per il prepensionamento è un processo sartoriale – cioè definito su misura – che deve tenere conto di ogni dettaglio della situazione economica dell’individuo o della famiglia. Il primo passo consiste in un’analisi approfondita dei
Un approccio prudente prevede di partire da uno scenario a “rendimento zero”, ovvero si verifica se il capitale accumulato sia sufficiente a coprire tutte le spese per gli anni necessari anche senza generare alcun rendimento dagli investimenti. Questo serve come stress test per valutare la sostenibilità del piano nelle peggiori condizioni possibili.
Se la prova viene superata, si possono inserire delle variabili di rendimento realistiche e conservative, tipicamente tra il 2% e il 4% annuo. È sconsigliato basare il piano su rendimenti attesi superiori, poiché in questa fase della vita l’obiettivo primario non è la crescita aggressiva del capitale, ma la sua preservazione e la generazione di un flusso di cassa stabile. In sostanza, si trasforma una parte del proprio patrimonio in una
Di quanto si riduce la pensione se smetto prima?
Uno dei timori più diffusi tra chi valuta un’uscita anticipata dal lavoro è quello di subire una drastica decurtazione dell’assegno pensionistico. In realtà, la riduzione è spesso più contenuta di quanto si pensi. Interrompendo l’attività lavorativa con cinque o sei anni di anticipo, la pensione futura si riduce mediamente di un importo intorno al 10%.
La ragione di questo impatto limitato risiede nel meccanismo di calcolo delle pensioni. Dopo una carriera di 35-40 anni, la maggior parte dei contributi necessari a determinare l’importo dell’assegno è già stata versata. Gli ultimi anni di lavoro, pur incidendo, hanno un peso proporzionalmente inferiore sul montante contributivo complessivo.
Molte persone in Italia, pur avendo a disposizione il capitale necessario per affrontare un prepensionamento, rinunciano a questa possibilità proprio perché, non essendo a conoscenza di questo dettaglio, temono di compromettere in modo irreparabile la propria pensione futura, ma come abbiamo visto non è così.
Quali sono i rischi e come si gestiscono?
Intraprendere un percorso di pensionamento anticipato non è esente da rischi, che devono essere attentamente valutati e gestiti. I principali sono tre. Il primo è legato alle possibili modifiche al quadro normativo: le leggi in materia pensionistica possono cambiare, modificando i requisiti di accesso. Il secondo è la
Il terzo, più tecnico ma fondamentale, è il rischio di sequenza. Questo rischio si manifesta quando si verificano perdite di mercato significative proprio nei primi anni del prepensionamento. Subire un -10% sul capitale all’inizio del percorso è molto più dannoso che subirlo verso la fine, perché erode la base patrimoniale da cui dipenderanno tutti i prelievi futuri.
Per mitigare questi ultimi due rischi, la strategia più efficace è l’adozione di un portafoglio bilanciato, ben diversificato e con un profilo di rischio conservativo. L’asset allocation (distribuzione del proprio portafoglio in base a forme di investimento e tipologia dei titoli, es. azionari o obbligazionari) deve essere studiata per ridurre al minimo le oscillazioni e proteggere il capitale, garantendo al contempo un rendimento sufficiente a sostenere il piano.
Quali sono le attuali regole per la pensione?
Per pianificare correttamente l’uscita dal lavoro, è utile avere un quadro chiaro della legislazione vigente in materia pensionistica, ricordando che i requisiti sono soggetti ad adeguamenti periodici in base all’aspettativa di vita. Le principali vie d’accesso alla pensione sono due.
Per chi ha iniziato a lavorare prima del 1° gennaio 1996
- pensione di vecchiaia: si matura a 67 anni di età con un minimo di 20 anni di contributi.
- pensione anticipata: si matura indipendentemente dall’età, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 (sistema contributivo puro)
- pensione di vecchiaia: a 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi, a condizione che l’importo maturato sia almeno pari all’assegno sociale.
- opzione anticipata: è possibile a 64 anni di età con almeno 20 anni di contributi effettivi, a condizione che l’importo della pensione sia superiore a determinate soglie legate all’assegno sociale.
Come organizzare i flussi con obbligazioni e cedole
Il periodo di transizione tra l’uscita dal lavoro e la prima rata di pensione (ad esempio 5 anni) va pianificato con cura. Con un capitale iniziale di 250 mila euro e spese di 2 mila euro al mese (24 mila l’anno), senza alcun investimento il gruzzolo si ridurrebbe quasi della metà: dopo 5 anni resterebbero circa 130 mila euro, al netto di 120 mila euro di uscite, senza considerare imprevisti. Conviene quindi adottare una strategia per contenere l’erosione del capitale.
Se l’obiettivo è non intaccare affatto il patrimonio iniziale, servirebbe un rendimento annuo vicino al 10%, difficile da ottenere in un orizzonte così breve, tenendo conto anche della necessità di mantenere liquidità disponibile.
«Scartando l’ipotesi di non investire – osserva Mario Allegra, responsabile investimenti Alfa Scf – si può costruire un piano quinquennale con 5 obbligazioni governative area euro “a scalare” sulle cinque scadenze». Questi titoli, con prevalenza della scadenza a 5 anni, rendono tra il 2 e il 2,5% netto. Con tale impostazione, il capitale finale sarebbe intorno a 156 mila euro, cioè 26 mila in più rispetto al caso di totale inattività.
Un’alternativa sempre prudente ma più incisiva prevede, nei 5 anni pre-pensione, l’acquisto di bond a breve termine insieme a un’obbligazione di durata lunga (oltre 10 anni) con peso superiore al 50%. Le tranche a 4/5 anni possono essere ottimizzate con certificati, sia a rischio credito sia a rischio mercato (capitale condizionatamente protetto), per alzare i flussi rispetto ai governativi. «Così – conclude Allegra – dopo 5 anni il capitale salirebbe a circa 166 mila euro, 10 mila in più dello scenario precedente, con parte del patrimonio ancora investita nel bond long term all’avvio della pensione».
Resta poi il capitolo azionario, il più incerto: su un orizzonte di 5 anni i risultati possono variare molto in base al ciclo, con il rischio di perdite e tempi di recupero anche superiori a un decennio in alcune fasi storiche. Considerazioni simili valgono per altri asset, come l’oro, oggi con un andamento al rialzo, ma in passato soggetto a ribassi anche marcati.