Rider e consegne di cibo a domicilio: come funziona il caporalato digitale

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Autore: Angelo Greco

29 settembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Un sistema di sfruttamento nel food delivery che colpisce i rider più vulnerabili. Account falsi, paghe dimezzate e minacce: ecco come agiscono i caporali e quali tutele esistono per i ciclofattorini.

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La figura del rider che sfreccia nel traffico cittadino per consegnare cibo a domicilio è ormai parte del nostro panorama quotidiano. Dietro la comodità di un pasto consegnato in pochi minuti, però, si nasconde sempre più spesso una realtà di grave sfruttamento, un sistema parallelo che ha preso il nome di caporalato digitale. A differenza del modello tradizionale legato all’agricoltura, questo fenomeno non ha bisogno di piazze per il reclutamento né di furgoni per il trasporto: prospera online, nelle pieghe di un sistema di lavoro frammentato e spesso privo di controlli efficaci. Per comprendere a fondo questo fenomeno e le sue implicazioni, è fondamentale chiedersi: cos’è il caporalato digitale e come funziona? È un meccanismo che sfrutta la vulnerabilità per trasformare un’opportunità di lavoro in una forma di servitù moderna.

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Come agiscono i ‘caporali’ del food delivery?

Il caporalato digitale si manifesta come una vera e propria agenzia interinale criminale che opera all’oscuro delle piattaforme di consegna. Il “caporale” offre un pacchetto “chiavi in mano” a chi non avrebbe modo di iniziare a lavorare autonomamente. Questo pacchetto include gli strumenti essenziali: un account per accedere all’applicazione di delivery, spesso acquistato illegalmente su canali Telegram per cifre che arrivano fino a

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1.500 euro, una bicicletta elettrica e, in alcuni casi, persino un posto letto in un appartamento sovraffollato.

In cambio di questo “servizio”, il caporale pretende una parte consistente dei guadagni del rider. La “gabella” richiesta è esorbitante e può arrivare a trattenere fino al 50% degli incassi giornalieri. Di fatto, il rider lavora per ore in condizioni estreme non per sé, ma per ripagare il suo sfruttatore, che monetizza la sua posizione di potere senza mai esporsi direttamente.

Chi sono le vittime principali di questo sfruttamento?

Le prede perfette di questo sistema di sfruttamento sono i soggetti più vulnerabili, in particolare i migranti irregolari, spesso privi di un

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permesso di soggiorno valido per lavorare in Italia. L’inchiesta condotta dal sindacato Cgil Nidil evidenzia come le vittime siano prevalentemente di origine pakistana e bengalese. Queste persone si trovano in una condizione di estrema fragilità: non parlano la lingua, non conoscono i loro diritti e, soprattutto, arrivano in Italia dopo aver contratto debiti ingenti con le organizzazioni che ne hanno favorito l’ingresso, per cifre che possono raggiungere i 15.000 euro.

Questa condizione di indebitamento li rende di fatto schiavi dei loro connazionali che, agendo da caporali, si offrono come unici intermediari per trovare un lavoro. Sfruttando la barriera linguistica e la necessità impellente di guadagnare, i caporali diventano l’unico punto di riferimento, intrappolando i rider in un circolo vizioso di dipendenza e sfruttamento.

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Quali condizioni di lavoro favoriscono il caporalato?

Il fenomeno del caporalato digitale attecchisce con particolare virulenza in specifici contesti lavorativi del food delivery. La vulnerabilità è massima per i circa 30.000 rider che operano come lavoratori autonomi per piattaforme come Glovo e Deliveroo, dove la retribuzione è a cottimo, ovvero basata esclusivamente sul numero di consegne effettuate. Questo modello contrattuale, unito a guadagni netti molto bassi (spesso inferiori a 4 euro a consegna), crea il terreno fertile per l’inserimento del caporale.

Un altro fattore determinante è la modalità di assunzione: i contratti vengono attivati interamente online, basandosi su autocertificazioni che le piattaforme faticano a verificare. La totale assenza di un presidio fisico sul territorio rende quasi impossibile controllare chi sia realmente la persona che effettua le consegne. Al contrario, questo fenomeno non coinvolge i rider di Just Eat, inquadrati con un

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contratto di lavoro subordinato che garantisce una retribuzione oraria a prescindere dal numero di consegne.

Quali strumenti usano i caporali per controllare i rider?

Il controllo esercitato dai caporali sui rider non si limita alla riscossione di una parte dei guadagni, ma si estende a un’organizzazione complessa e pervasiva. Oltre a fornire account e mezzi, queste reti criminali mettono in vendita patenti false e persino software illegali capaci di manipolare gli algoritmi delle app per ottenere una priorità nell’assegnazione degli ordini. L’organizzazione è tale da riuscire a spostare in massa gruppi di rider da una città all’altra per seguire i picchi di domanda, come osservato a Cagliari durante la stagione estiva.

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Quando il controllo economico non basta, subentrano la violenza e le intimidazioni. Le cronache riportano episodi di pestaggi, come quello avvenuto a Parma ai danni di un giovane pakistano aggredito mentre tentava di documentare le illegalità. Anche i rider che provano a collaborare con i sindacati ricevono minacce esplicite, con il chiaro messaggio di non parlare e non denunciare, pena ritorsioni violente.

Come si sta contrastando il caporalato digitale?

La lotta a questo fenomeno si muove su più fronti. Da un lato, le forze dell’ordine, in particolare i Carabinieri per la Tutela del Lavoro, stanno conducendo indagini che hanno portato all’apertura di procedimenti in diverse procure italiane, tra cui quella di Milano. Dall’altro, un ruolo fondamentale è svolto dalle organizzazioni sindacali come la

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Cgil Nidil, che non solo denunciano, ma creano presidi di legalità e sostegno come le “Case dei rider”, luoghi sicuri dove i ciclofattorini possono trovare riposo, assistenza e il coraggio di denunciare.

Anche le piattaforme si stanno muovendo. Assodelivery, l’associazione di categoria, ha dichiarato di aver adottato modelli organizzativi specifici (ai sensi del D.Lgs. 231/2001) e protocolli per la legalità. Sul piano pratico, un tentativo di contrastare l’uso fraudolento degli account è l’introduzione del riconoscimento facciale da parte di Deliveroo, un sistema che verifica l’identità del rider all’accesso all’app.

In conclusione, il caporalato digitale è un fenomeno complesso che richiede una risposta sistemica. Se da un lato è necessario rafforzare i controlli ispettivi, come sottolineato dal sindacato, dall’altro si guarda a futuri strumenti normativi come la Direttiva europea 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, che l’Italia dovrà recepire entro la fine del 2026. La battaglia è per la dignità del lavoro, affinché dietro la rapidità di una consegna non si celi mai il prezzo dello sfruttamento di un essere umano.

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