Lo stipendio del CCNL è sempre giusto?

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Autore: Raffaella Mari

26 novembre 2025

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

La Costituzione impone una paga proporzionata e sufficiente. Scopri quando un giudice può annullare la paga del CCNL e come stabilisce quella corretta, anche se sei sopra la soglia di povertà.

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Immagina di svolgere un lavoro faticoso, magari con turni notturni e grandi responsabilità. Ricevi lo stipendio, controlli la busta paga e vedi che la cifra corrisponde a quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicato dalla tua azienda. Formalmente, è tutto in regola. Eppure, hai la netta sensazione che quella paga non sia adeguata a ripagare il tuo impegno. È solo una percezione personale o c’è qualcosa di più? Molti lavoratori si trovano in questa situazione e si chiedono se

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lo stipendio del CCNL è sempre giusto e intoccabile. Una importante sentenza della Corte di Cassazione (Cass. sent. n. 28320 del 10 ottobre 2023) ha dato una risposta chiara, spiegando che nessun contratto, nemmeno quello collettivo, può violare i principi fondamentali della nostra Costituzione. Vediamo insieme come e perché un giudice può intervenire per correggere una retribuzione, anche quando questa è prevista da un accordo sindacale.

Quali sono i due principi di una retribuzione giusta?

Al centro di tutto c’è l’

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articolo 36 della Costituzione, che stabilisce due requisiti fondamentali per ogni retribuzione. Il primo è la sufficienza: lo stipendio deve essere, in ogni caso, abbastanza alto da garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza “libera e dignitosa”. La Cassazione lo definisce un “limite negativo, invalicabile in assoluto”. È la base minima, la rete di sicurezza sotto la quale nessuna paga può scendere. Il secondo requisito è la proporzionalità, che la Corte descrive come un “criterio positivo di carattere generale”. Questo significa che lo stipendio deve essere commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Non basta, quindi, che la paga sia “sufficiente” a non morire di fame; deve anche essere “proporzionata” alle ore lavorate, alle responsabilità assunte, alla difficoltà e alla gravosità delle mansioni. I due principi lavorano insieme per definire il concetto di
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salario costituzionale.

Il Contratto Collettivo può prevedere una paga ingiusta?

Tradizionalmente si è sempre pensato che un CCNL, specialmente se firmato da sindacati rappresentativi, fosse la migliore garanzia di una paga giusta. La giurisprudenza ha sempre parlato di una “presunzione” di adeguatezza dei minimi contrattuali. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha chiarito che questa presunzione non è assoluta e può essere smentita. La Costituzione è la fonte gerarchicamente superiore e pone un limite invalicabile all’autonomia delle parti, anche a quella delle organizzazioni sindacali. Questo controllo diventa ancora più importante in settori dove esistono molti contratti collettivi diversi, alcuni dei quali firmati da sigle poco rappresentative. In questi casi, il CCNL rischia di diventare uno strumento di

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competizione salariale al ribasso, dove le aziende scelgono il contratto più economico per abbassare i costi, tradendo la funzione storica del contratto collettivo, che è quella di proteggere i lavoratori. In questi scenari, l’intervento del giudice è non solo possibile, ma necessario.

Come si valuta se uno stipendio è almeno sufficiente?

Per verificare se una retribuzione rispetta il primo principio, quello della sufficienza, il giudice di merito ha a disposizione diversi indicatori. Il più noto è la soglia di povertà assoluta calcolata dall’ISTAT, che definisce il paniere di beni e servizi essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha fatto una precisazione fondamentale: la Costituzione non garantisce una vita “non povera”, ma una vita “dignitosa”. Questo significa che la retribuzione deve permettere al lavoratore di accedere anche a

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beni immateriali, come attività culturali, sociali ed educative. La soglia ISTAT è quindi un punto di partenza, un campanello d’allarme, ma non il punto d’arrivo. Altri parametri che il giudice può considerare per valutare la sufficienza sono l’importo degli ammortizzatori sociali, come la NASPI (l’indennità di disoccupazione) o la CIG (cassa integrazione), e la soglia di reddito per l’accesso a prestazioni come la pensione di inabilità.

Come si calcola la paga giusta per un certo lavoro?

Una volta verificato che lo stipendio è “sufficiente”, bisogna accertare che sia anche “proporzionato”. Qui il giudizio si fa più specifico e legato al caso concreto. Lo strumento principale che il giudice utilizza è il confronto con altri CCNL applicati in settori simili per mansioni analoghe. Nel caso specifico esaminato dalla Cassazione, dei portieri notturni erano pagati secondo il CCNL Servizi Fiduciari. I giudici hanno ritenuto questa paga non proporzionata alla gravosità del lavoro notturno, specialmente dopo averla confrontata con quella, più alta, prevista dal CCNL per i dipendenti di proprietari di fabbricati. Oltre al confronto tra contratti, il giudice può fare ricorso a criteri equitativi, basandosi su:

  • la natura e le caratteristiche specifiche dell’attività svolta;
  • nozioni di comune esperienza;
  • le dimensioni o la localizzazione dell’impresa;
  • la qualità della prestazione offerta dal lavoratore.

Questo dimostra che anche uno stipendio superiore alla soglia di povertà può essere dichiarato illegittimo se risulta sproporzionato rispetto al lavoro effettivamente richiesto.

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