Se l'azienda non versa i contributi, che succede?

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Autore: Angelo Greco

18 dicembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Quando il datore di lavoro paga in ritardo contributi e tasse, perde il diritto di rivalsa sul lavoratore per la parte previdenziale. Per le tasse, il dipendente paga al momento dell’incasso.

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Ogni lavoratore dipendente sa che la busta paga è un documento complesso: si parte da una cifra, la retribuzione lorda, e si arriva a un’altra, il netto, dopo una serie di trattenute. Le più importanti sono i contributi previdenziali per la pensione e le ritenute fiscali per le tasse (l’IRPEF). L’azienda ha il dovere di trattenere queste somme e di versarle per nostro conto, rispettivamente, all’INPS e all’Agenzia delle Entrate. Ma cosa accade se l’azienda trattiene i soldi dalla nostra busta paga ma poi, per difficoltà o negligenza, non li versa o li versa in ritardo? Le conseguenze di questo inadempimento possono essere pesanti, ma ricadono quasi interamente sul datore di lavoro. La domanda che molti si pongono è:

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se l’azienda non versa i contributi, che succede? Una recente sentenza della Corte d’Appello di Messina (sent. n. 620/2024) ha fatto chiarezza, distinguendo nettamente le conseguenze per la parte previdenziale e per quella fiscale.

Come funzionano le trattenute in busta paga?

Il datore di lavoro agisce come “sostituto d’imposta” e previdenziale. Ciò significa che, per legge, è obbligato a calcolare, trattenere e versare le somme dovute dal lavoratore. Nello specifico:

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  • i contributi previdenziali (per la pensione di invalidità, vecchiaia e superstiti) sono divisi tra azienda e lavoratore. L’azienda paga una quota a suo carico e trattiene dalla busta paga la quota a carico del dipendente (solitamente il 9,19% per la maggior parte dei lavoratori);
  • le ritenute fiscali (IRPEF) sono interamente a carico del lavoratore e vengono calcolate sul suo reddito. L’azienda le trattiene dallo stipendio lordo e le versa allo Stato.

L’obbligo del datore di lavoro è duplice: trattenere le somme e, soprattutto, versarle puntualmente entro le scadenze previste dalla legge.

Cosa succede per i contributi INPS pagati in ritardo?

Qui la legge è molto severa a tutela del lavoratore. Il diritto del datore di lavoro di trattenere la quota dei contributi a carico del dipendente è strettamente legato al suo comportamento puntuale. Secondo una vecchia ma ancora validissima norma (art. 19, L. n. 258/1952), l’azienda può effettuare la trattenuta solo se poi versa effettivamente e tempestivamente i contributi relativi a quel periodo di paga. Se il datore di lavoro paga i contributi in ritardo, o solo parzialmente,

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perde il diritto di rivalsa nei confronti del lavoratore. In altre parole, diventa l’unico e solo responsabile del versamento dell’intera somma, sia della sua quota che di quella che avrebbe dovuto trattenere al dipendente. Non potrà in alcun modo recuperare quella cifra dal lavoratore, né trattenendola da stipendi futuri né chiedendone la restituzione.

L’azienda “Alfa” non versa i contributi del mese di marzo nei termini previsti. Tra questi, ci sono 150 euro di quota a carico del dipendente Mario. Quando l’azienda regolarizzerà la sua posizione con l’INPS, dovrà versare l’intera somma di tasca propria, inclusi i 150 euro di Mario, senza poterli più trattenere dalla sua busta paga.

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E per le tasse (IRPEF) non versate?

Per le ritenute fiscali il meccanismo è diverso, perché si basa su un principio fondamentale: il principio di cassa. Questo significa che un lavoratore è tenuto a pagare le tasse su un reddito non quando lo matura, ma nel momento in cui lo percepisce materialmente. Il rapporto fiscale, quindi, è distinto da quello retributivo. Se il datore di lavoro è inadempiente e non versa le ritenute, e magari non paga neanche lo stipendio, la questione si sposta in avanti. Quando il lavoratore, magari a seguito di un’azione legale, recupererà le somme che gli spettano, l’azienda sarà tenuta a corrispondergli la retribuzione lorda, senza effettuare le trattenute fiscali.

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Come vengono tassati gli stipendi arretrati?

Una volta che il lavoratore ha incassato le retribuzioni arretrate al lordo, scatta il suo obbligo di regolarizzare la propria posizione con il Fisco. Dovrà dichiarare queste somme, che verranno assoggettate a un regime fiscale specifico, noto come tassazione separata per i redditi percepiti in ritardo.

Questo sistema è spesso vantaggioso, perché evita che un incasso elevato e una tantum faccia schizzare alle stelle l’aliquota IRPEF dell’anno in corso. Sarà l’Agenzia delle Entrate a calcolare l’imposta dovuta, basandosi sull’aliquota media degli anni precedenti, e a inviare al lavoratore la richiesta di pagamento. In questo modo, l’onere fiscale viene gestito separatamente, senza penalizzare eccessivamente il contribuente.

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A seguito di una causa, l’azienda deve versare a Laura 5.000 euro di stipendi arretrati. Le verserà l’intera somma lorda di 5.000 euro. Laura dovrà poi dichiarare questo importo, e l’Agenzia delle Entrate le comunicherà l’IRPEF da pagare, calcolata con le regole della tassazione separata.

E se i contributi sono prescritti e l’azienda è chiusa?

Può verificarsi una situazione ancora più complessa: controllando il proprio estratto conto INPS, ci si accorge di un “buco contributivo” relativo a un vecchio rapporto di lavoro. Se sono passati più di cinque anni, termine della prescrizione, e magari l’azienda non esiste più, non è più possibile obbligare l’ex datore di lavoro a pagare. Questo vuoto può ridurre l’importo della pensione o ritardarne il raggiungimento. Fortunatamente, la legge offre una soluzione: la

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costituzione di rendita vitalizia a spese del lavoratore.

Una novità importante, introdotta dalla Legge n. 203 del 2024 (art. 30), ha reso questo strumento sempre accessibile, anche per i contributi prescritti. Il lavoratore può quindi “sostituirsi” all’ex datore di lavoro e sanare la propria posizione. La procedura prevede di presentare una domanda formale all’INPS, allegando prove documentali che dimostrino l’esistenza, la durata e la retribuzione di quel rapporto di lavoro.

L’onere della prova è interamente a carico del richiedente, che dovrà fornire documenti come vecchi contratti, buste paga, Certificazioni Uniche (ex CUD), estratti conto bancari con l’accredito dello stipendio o persino sentenze del Tribunale del Lavoro. L’INPS, verificate le prove, calcola l’onere da versare, che non è l’importo dei contributi omessi, ma una cifra più complessa chiamata riserva matematica. Questa rappresenta il capitale necessario oggi all’INPS per finanziare la quota di pensione aggiuntiva che deriverà da quel recupero. Il suo importo, che può essere anche molto elevato, dipende da età, sesso, anzianità contributiva e retribuzioni del periodo.

Una volta versata la somma (anche a rate), l’INPS accredita i contributi, che diventano utili sia per aumentare l’anzianità contributiva totale, sia per incrementare l’importo finale della pensione. In pratica, si “comprano” i contributi mancanti, neutralizzando gli effetti negativi dell’inadempimento dell’ex datore di lavoro.

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