Social vietati ai minori: la legge-delega che illude i genitori

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Autore: Angelo Greco

11 ottobre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Una proposta di legge bipartisan vuole vietare i social ai minori di 15 anni. Una scorciatoia proibizionista che delega alla tecnologia un compito educativo.

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Di fronte alla crescente e legittima preoccupazione per la sicurezza dei minori online, la politica italiana risponde con una soluzione apparentemente semplice e trasversale: vietare l’accesso autonomo ai social network fino a 15 anni. Una proposta di legge bipartisan, che si inserisce nel solco del Digital Services Acteuropeo, promette di erigere un muro digitale a protezione dei più giovani, affidando la verifica dell’età a un futuro e non ancora operativo portafoglio digitale. Eppure, dietro l’unanime e rassicurante consenso si cela un approccio proibizionista che rischia di essere non solo inefficace, ma profondamente controproducente. Invece di investire in

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educazione digitale, alfabetizzazione mediatica e formazione delle famiglie, si sceglie la strada del divieto. Si tratta di una scorciatoia che delega a una app un compito che dovrebbe essere di genitori e scuole, illudendo di risolvere un problema socio-culturale complesso con un clic e abdicando a ogni reale responsabilità formativa.

Cosa prevede concretamente la proposta di legge italiana?

Il disegno di legge, che vede una rara convergenza tra Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Italia Viva, intende modificare radicalmente l’accesso alle piattaforme digitali per i giovanissimi. La norma stabilisce un’età minima di 15 anni per poter aprire in autonomia un account su piattaforme come Instagram, TikTok, Facebook e altri servizi di condivisione video. Al di sotto di questa soglia, l’accesso sarà consentito solo con il consenso esplicito e verificato di un genitore o di un tutore legale. Il cuore del sistema è il meccanismo di controllo: la

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verifica dell’età non sarà più basata su una semplice e aggirabile autodichichiarazione, ma dovrà avvenire attraverso il “portafoglio digitale nazionale” (parte del più ampio progetto di European Digital Identity Wallet), la cui piena operatività è prevista entro il 30 giugno 2026.

Questo strumento dovrebbe garantire, in linea teorica, un alto livello di privacy, limitandosi a certificare il superamento della soglia d’età richiesta senza condividere con la piattaforma dati personali sensibili come nome, cognome o data di nascita esatta. La proposta affronta anche il problema degli account già esistenti, stabilendo che i contratti stipulati dai minori di 15 anni resteranno validi solo se questi avranno raggiunto l’età richiesta al momento dell’entrata in vigore della legge, cercando di sanare un vuoto normativo. Infine, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) avrà il compito di vigilare sull’applicazione della normativa e di redigere un rapporto annuale per monitorarne l’efficacia.

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Perché un divieto rischia di essere una soluzione inefficace e dannosa?

L’approccio proibizionista, sebbene dettato da buone intenzioni, si fonda su un’analisi superficiale del rapporto tra i giovani e la tecnologia. Storicamente, ogni tentativo di vietare l’accesso a un determinato strumento o contenuto ai più giovani si è tradotto in una corsa a chi trova il modo più ingegnoso per aggirare l’ostacolo. È ingenuo pensare che un sistema di verifica dell’età, per quanto tecnologicamente avanzato, non possa essere eluso utilizzando le credenziali di un adulto consenziente o attraverso altre falle del sistema.

Per chi non è un tecnico, questi concetti possono sembrare astratti, ma si traducono in azioni molto concrete e alla portata di qualsiasi adolescente mediamente abile con uno smartphone. Vediamo alcuni esempi pratici di come il sistema verrebbe aggirato:

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Il “prestito d’identità” familiare

Questa è la falla più evidente e inarrestabile. Un genitore, un fratello maggiore o un cugino maggiorenne, per accontentare il minore o semplicemente per quieto vivere, può usare la propria identità digitale (SPID o CIE) per effettuare la verifica per conto del ragazzo. Per il sistema tecnologico, l’accesso è stato autorizzato da un adulto verificato; nella realtà, lo smartphone sarà nelle mani di un tredicenne. È l’equivalente digitale di un genitore che mostra la propria carta d’identità al buttafuori di un locale per far entrare il figlio minorenne: la verifica formale è superata, ma la sostanza è completamente elusa.

La “porta di servizio” per gli stranieri

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La legge dovrà necessariamente prevedere un metodo di verifica alternativo per i cittadini non italiani residenti nel nostro Paese che non possiedono SPID o CIE. Questa procedura secondaria (ad esempio, il caricamento della foto di un passaporto) sarà inevitabilmente meno sicura e più facile da falsificare con software di fotoritocco. Questa “porta di servizio” diventerà rapidamente la via principale utilizzata da tutti i ragazzi per aggirare il sistema più robusto basato sull’identità digitale nazionale.

L’uso di VPN per “cambiare” nazione

Attraverso l’uso di una VPN (Virtual Private Network), un software semplicissimo da installare, un adolescente può far credere alla piattaforma di essere connesso, ad esempio, dalla Svezia o dalla Polonia, Paesi con regole diverse. In questo scenario, l’app del social network non attiverebbe nemmeno la procedura di verifica richiesta dalla legge italiana, considerandolo un utente straniero.

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L’inefficacia della nuova legge

Il pericolo più grande, dunque, non è solo l’inefficacia, ma il falso senso di sicurezza che una legge del genere può infondere nei genitori. Un genitore potrebbe essere portato a credere che il proprio figlio sia “al sicuro” perché protetto dalla legge, abbassando la guardia e delegando allo Stato un ruolo di supervisione e dialogo che invece gli compete. L’esclusione non è protezione. Impedire a un quattordicenne di accedere ai social network non lo protegge dai pericoli del mondo digitale, ma gli nega la possibilità di sviluppare gli anticorpi necessari per affrontarlo.

Qual è l’alternativa al proibizionismo digitale?

La vera sfida, più complessa e onerosa ma l’unica realmente efficace nel lungo periodo, non è vietare, ma educare. L’alternativa al proibizionismo è un massiccio e capillare investimento in

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educazione digitale e alfabetizzazione mediatica. Questo significa inserire stabilmente nei programmi scolastici, fin dalla scuola primaria, materie che insegnino a navigare in modo consapevole: come riconoscere le fake news, come proteggere la propria privacy, come gestire la propria identità digitale e come interagire in modo sano e costruttivo online. Significa formare gli insegnanti affinché siano guide competenti in questo percorso e, soprattutto, fornire alle famiglie gli strumenti e il supporto necessari per non sentirsi sole e inadeguate.

Associazioni per i diritti digitali e molti esperti del settore avvertono da tempo che trasformare internet in uno spazio “vietato ai minori” è un errore strategico. Limita la loro libertà di espressione, di informazione e di socializzazione, marginalizzandoli da opportunità educative e culturali che il digitale offre. Un approccio costruttivo dovrebbe concentrarsi sulla responsabilità delle piattaforme, imponendo design più etici e sicuri per i

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minori (come previsto in parte dal Digital Services Act), e sull’empowerment dei giovani utenti, non sulla loro segregazione.

Come si colloca l’Italia nel confuso panorama europeo e internazionale?

La proposta di legge italiana si inserisce in un contesto europeo estremamente frammentato. Il Digital Services Act ha imposto alle piattaforme obblighi di protezione dei minori, ma ha lasciato ai singoli Stati la libertà di fissare l’età minima per l’accesso, generando un mosaico normativo caotico. L’Italia, con la sua soglia a 15 anni, si allinea alla fazione più restrittiva, seguendo l’esempio della Francia e avvicinandosi alla linea dura dell’Australia (16 anni). Altri Paesi, come la Germania, hanno scelto un approccio più sfumato (13 anni con consenso genitoriale), mentre gli Stati Uniti si concentrano più sulla privacy (con il COPPA per gli under 13) che su un divieto d’accesso generalizzato.

Questa confusione normativa non solo complica enormemente l’operatività delle piattaforme globali, costrette a destreggiarsi tra decine di regole diverse, ma evidenzia la mancanza di una visione strategica comune. Ci si affida a soluzioni nazionali tampone in attesa di strumenti tecnologici come il portafoglio digitale, che a loro volta sollevano interrogativi non banali sulla privacy e sulla potenziale raccolta di dati identificativi di milioni di giovani. La vera domanda rimane senza risposta: siamo sicuri che affidare la protezione dei nostri figli a un’app, invece che a un solido percorso educativo, sia davvero la scelta migliore per il loro futuro?

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