Riforma giustizia, rush finale: cosa cambia e perché si vota

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Autore: Angelo Greco

13 ottobre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La riforma della giustizia verso l’ok del Senato. Separazione delle carriere, doppio Csm e referendum popolare in primavera: ecco i punti chiave del ddl.

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La riforma della giustizia, uno dei progetti legislativi più identitari del governo, entra nella sua fase parlamentare conclusiva. La scorsa settimana è iniziato, in commissione Affari costituzionali al Senato, l’esame in seconda lettura del disegno di legge che mira a riscrivere alcuni articoli fondamentali della Costituzione. Sul tavolo ci sono cambiamenti epocali per l’assetto della magistratura: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura

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con l’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti, e la nascita di una nuova Alta Corte disciplinare. Un percorso a tappe forzate che, dopo un primo via libera da entrambe le Camere, si prepara all’ultimo voto del Senato, possibile a partire dal 23 ottobre.

Ma la partita non si chiuderà in Parlamento: l’approdo quasi certo è quello di un referendum costituzionale nella prossima primavera, che chiamerà i cittadini a esprimersi su una delle riforme più dibattute degli ultimi decenni.

Un percorso blindato verso il referendum

Fortemente voluta dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la riforma ha seguito un iter parlamentare rapido ma segnato da forti polemiche. Il testo, presentato a giugno dello scorso anno, è apparso fin da subito “blindato” dalla maggioranza, tanto che non è stato approvato alcun emendamento, nonostante le critiche provenienti dalle forze di opposizione e da ampi settori della magistratura. Ora la palla è di nuovo al Senato. Come spiegato da Alberto Balboni (FdI), presidente della commissione Affari costituzionali, l’obiettivo è chiudere i lavori in commissione in tempi brevi, per poi approdare all’Aula per la deliberazione finale, che non potrà avvenire prima del

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23 ottobre per rispettare l’intervallo di tre mesi dalla prima approvazione, come imposto dalla Costituzione.

Trattandosi di una riforma costituzionale, il suo iter è regolato dall’articolo 138. Questo prevede una doppia approvazione da parte di Camera e Senato. Dato che nella seconda votazione alla Camera non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi, si aprirà la strada per il referendum popolare confermativo. Potrà essere richiesto entro tre mesi dalla pubblicazione della legge da un quinto dei membri di una Camera, 500mila elettori o cinque Consigli regionali. Per la validità del referendum non è richiesto il raggiungimento del quorum: per far passare la riforma, sarà sufficiente che i voti favorevoli superino quelli contrari, indipendentemente dal numero dei votanti.

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La separazione delle carriere: una rivoluzione per lo 0,5% dei magistrati

Il cuore della riforma è la netta distinzione tra chi giudica e chi accusa. Il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione stabilirebbe che la magistratura, pur rimanendo un ordine “autonomo e indipendente”, sarà composta da due percorsi distinti: la “carriera giudicante” e la “carriera requirente”. Oggi, l’accesso è unico tramite concorso pubblico, e durante la carriera è previsto il passaggio di funzioni.

Questa possibilità è stata però già circoscritta nel tempo, da ultimo con la riforma Cartabia del 2022. Attualmente, un magistrato può chiedere il cambio di funzioni una sola volta, ed entro sei anni da quando ne matura il diritto. Ma i dati forniti dal Csm mostrano come questa sia una pratica molto poco diffusa. In dieci anni, tra il 2015 e il 2024, i passaggi sono stati in totale 362. Più in dettaglio, nel 2024, su un organico di 8.817 magistrati, i cambi di funzione sono stati appena 42, pari allo

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0,48% del totale. Di questi, 215 sono stati i transiti dalle procure agli uffici giudicanti, mentre 147 hanno fatto il percorso inverso. Un numero, quello del 2024, seppur esiguo, risulta comunque in crescita rispetto agli anni immediatamente precedenti. La riforma, quindi, interverrebbe per separare definitivamente carriere che, nei fatti, già oggi si incrociano molto raramente.

Doppio Csm e sorteggio: la fine delle correnti?

Diretta conseguenza della separazione delle carriere è la rivoluzione dell’organo di autogoverno. Il disegno di legge prevede lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti: il Consiglio superiore della magistratura giudicante

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e il Consiglio superiore della magistratura requirente.

Entrambi sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica. Il primo presidente della Cassazione entrerebbe di diritto nel Csm dei giudici, mentre il procuratore generale della Cassazione in quello dei pubblici ministeri. La novità più dirompente riguarda però il metodo di selezione dei componenti. Si abbandonerebbe l’attuale sistema elettivo per introdurre l’estrazione a sorteggio. Questo meccanismo verrebbe applicato sia per i due terzi di componenti magistrati (estratti dalle rispettive carriere) sia per il restante terzo di componenti laici (avvocati e professori universitari), che verrebbero sorteggiati da un elenco compilato dal Parlamento. A definire nel dettaglio le procedure di sorteggio dovrà essere una legge ordinaria.

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La nuova Alta Corte e i lunghi tempi di attuazione

La riforma introduce un’altra importante novità: la creazione dell’Alta Corte disciplinare. A questo nuovo organo verrebbe sottratta la competenza sui provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, oggi in capo al Csm, e affidata in via esclusiva.

Tuttavia, anche in caso di esito positivo del referendum, l’impatto della riforma non sarà immediato. Il testo stesso prevede un periodo transitorio: entro un anno dalla sua entrata in vigore dovranno essere approvate le leggi ordinarie per allineare l’ordinamento giudiziario e le norme sul Csm alle nuove disposizioni costituzionali. Fino ad allora, continuerebbero a essere applicate le norme attuali. La partita, dunque, è ancora lunga e il suo esito tutt’altro che scontato.

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