Quando criticare l'avvocato sui social non è diffamazione

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Autore: Angelo Greco

10 febbraio 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Usare frasi aspre o polemiche contro un professionista su Facebook non è sempre reato. La Cassazione valuta il contesto: se la critica riguarda una lite specifica, e non la reputazione generale, non c’è diffamazione.

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Nell’era dei social media, sfogarsi online dopo un servizio professionale deludente è un attimo. Un post polemico, magari scritto d’impulso contro il proprio avvocato o medico, può sembrare liberatorio. Ma subito dopo sorge il dubbio: si rischia una querela? La linea tra critica legittima (anche se aspra) e diffamazione è sottile, specialmente quando si usano parole forti. Molti si chiedono: quando criticare l’avvocato sui social non è diffamazione?

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La Corte di Cassazione (Cass. sent. 35416/2025) ha fornito un chiarimento importante, spiegando che per valutare la gravità di un’espressione non basta leggerla, ma bisogna capire perché è stata scritta.

Quando un post critico non è diffamazione?

Perché si possa parlare di diffamazione, è necessario che le frasi utilizzate ledano oggettivamente la reputazione (personale o professionale) di una persona. La Corte di Cassazione ha il compito specifico di valutare la materialità della condotta

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e la reale portata lesiva delle parole (Cass. sent. 35416/2025). Se da un’analisi del testo emerge che la critica, pur aspra, è circoscritta a un episodio specifico e non attacca la correttezza professionale generale del destinatario, il reato non sussiste. Si parla in questi casi di insussistenza del fatto: le parole sono state dette, ma non hanno la carica offensiva richiesta dalla legge per configurare il reato.

Dire “L’avvocato X è un truffatore” attacca la reputazione generale ed è diffamatorio. Dire “Avvocato X, in questa causa stai cercando di fregarmi” è una critica legata al singolo, specifico rapporto.

Espressioni come “polli da spellare” sono reato?

Frasi forti, anche “infelici” o “crude” come “troverai altri polli da spellare”, devono essere interpretate nel loro contesto. La Cassazione (Cass. sent. 35416/2025) ha stabilito che una simile espressione non significa automaticamente accusare un professionista di essere un truffatore abituale. Se emerge chiaramente che la frase è

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riferibile esclusivamente al rapporto tra chi scrive e il destinatario (ad esempio, una lite su una parcella o sulla gestione di una causa), questa perde la sua natura diffamatoria. Non si sta descrivendo un “modo di vita” professionale (una diuturna strumentalizzazione del ruolo), ma si sta protestando per una specifica richiesta economica.

Come distingue la legge la critica dalla diffida?

La linea di demarcazione sta nell’intenzione e nell’oggetto della frase. La Corte ha spiegato che un’espressione come quella analizzata (Cass. sent. 35416/2025) può essere interpretata come un invito, seppur “ruvido”, a desistere da certe iniziative giudiziarie. In pratica, la cliente non stava accusando l’avvocatessa di essere una truffatrice, ma le stava dicendo: “Ritengo questa tua richiesta economica indebita e non intendo pagarla; se vuoi soldi facili, cercali altrove, non da me”. In questo senso, la frase suona più come una

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diffida a non vedersi rivolgere richieste ritenute infondate, piuttosto che come un attacco gratuito alla reputazione della professionista.

La Cassazione può valutare la singola parola?

Sì, la Corte di Cassazione, quando giudica un caso di diffamazione, può e deve “conoscere e valutare la natura offensiva delle espressioni” (Cass. sent. 35416/2025). Il Giudice di legittimità ha il compito di verificare la materialità della condotta (cosa è stato detto o scritto) e la sua reale portata lesiva. Non si ferma all’apparenza o alla singola parola decontestualizzata, ma analizza se, in quel determinato contesto, quella frase ha oggettivamente leso l’onore e la reputazione della persona offesa. Se questa lesione oggettiva manca, il fatto non sussiste e non c’è reato.

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