Consulente fiscale paga per l'illecito del cliente?

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Autore: Paolo Florio

10 febbraio 2026

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.

Professionisti (commercialisti e avvocati) a rischio per gli illeciti fiscali dei clienti. La Cassazione cambia orientamento e lo “scudo” legale che proteggeva le società non copre più i consulenti. Il Ministero dell’Economia conferma la linea dura.

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L’incubo di ogni professionista fiscale è trovarsi invischiato negli illeciti commessi dai propri clienti. Per anni, la giurisprudenza ha fornito una rassicurante linea di difesa: le sanzioni amministrative per le violazioni fiscali di una società restano a carico della società stessa, non dei consulenti esterni. Ma questo scenario sta cambiando drasticamente. Con un nuovo e severo orientamento della Cassazione, ora ci si chiede con ansia: il

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consulente paga per l’illecito del cliente? La risposta è diventata molto più complessa e rischiosa, e le istituzioni, per ora, non sembrano intenzionate a fare passi indietro.

Cosa proteggeva il consulente in passato?

Per molto tempo, la giurisprudenza è stata concorde nell’escludere il concorso del professionista nelle violazioni tributarie commesse dai clienti dotati di personalità giuridica (come le società di capitali). Il riferimento normativo era un principio chiaro (contenuto nell’art. 7 del DL 269/2003): le

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sanzioni amministrative relative al rapporto fiscale di società o enti sono esclusivamente a carico della persona giuridica. Questo “scudo” legale, come interpretato da numerose sentenze (tra cui Cass. sent. 13232/2022; Cass. sent. 5924/2017; Cass. sent. 10975/2019), proteggeva di fatto il consulente esterno.

Cosa è cambiato con la nuova giurisprudenza?

Pur in assenza di nuove leggi, nel corso del 2024 la Cassazione ha ribaltato completamente questo principio. I giudici hanno stabilito che lo “scudo” previsto dalla legge si applica solo ai soggetti interni all’ente (come amministratori o dipendenti), ma non può assolutamente proteggere i soggetti esterni (i cosiddetti “terzi estranei”), categoria nella quale rientra a pieno titolo il

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professionista. Di conseguenza, l’avvocato, il commercialista, il ragioniere e, più in generale, ogni consulente fiscale può ora essere sanzionato in concorso per le violazioni tributarie commesse dalla società sua cliente (come stabilito da diverse sentenze, tra cui Cass. sent. 20823/2024; Cass. sent. 21092/2024).

Basta la consulenza per essere complici?

Qui la situazione si complica ulteriormente, perché la stessa Cassazione appare divisa su quanto il professionista debba essere coinvolto per essere ritenuto responsabile.

Un orientamento molto severo (ad esempio, Cass. sent. 7948/2025) ritiene sufficiente la “coscienza e volontà di apportare un contributo materiale e psicologico” all’illecito. In pratica, anche solo aver dato il “consiglio” sbagliato, pur senza un tornaconto diretto, potrebbe bastare.

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Un orientamento più recente e garantista (ad esempio, Cass. sent. 23229/2024) ha ridimensionato questa severità. Per configurare il concorso, non basta la normale parcella: serve che il professionista abbia perseguito “specifici vantaggi” distinti da quelli del cliente. Ci deve essere un “quid pluris”, un beneficio extra che vada oltre il semplice corrispettivo della prestazione.

Se un consulente riceve la sua normale parcella per aver gestito una contabilità da cui emerge un illecito del cliente, secondo l’orientamento più garantista non sarebbe responsabile. Se, invece, suggerisce attivamente come evadere le tasse e in cambio riceve una percentuale sul “risparmio” illecito ottenuto dal cliente, quello è un “quid pluris” che fa scattare il concorso.

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Cosa ha deciso il Ministero dell’Economia?

In questo contesto di forte incertezza, è stata presentata un’interrogazione parlamentare al Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) per chiedere se il Governo intendesse intervenire. La risposta del Mef ha deluso le aspettative dei professionisti. Il Ministero ha dichiarato di condividere pienamente la nuova interpretazione della Cassazione, quella che esclude i professionisti dallo “scudo” dell’articolo 7. In sostanza, per il Mef i consulenti sono “soggetti esterni” e quindi possono essere chiamati a rispondere in concorso.

Quali rischi ci sono ora per i professionisti?

Il Ministero non ha preso una posizione chiara sulla seconda, importantissima questione: serve o no un vantaggio specifico (il “quid pluris”) per essere responsabili? Tuttavia, la risposta lascia trasparire un’adesione all’interpretazione più rigorosa, quella secondo cui basta il semplice apporto (anche solo psicologico) all’illecito. L’unica certezza, al momento, è che il Mef non intende promuovere iniziative per mitigare questo nuovo e severo orientamento. Per tutti i professionisti che operano nel settore fiscale, questa non è affatto una buona notizia: la responsabilità per gli atti dei clienti è diventata un rischio molto più concreto.

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