Mantenimento all'ex: conta il tenore di vita?

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Autore: Angelo Greco

16 febbraio 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

L’assegno di mantenimento dopo la separazione (art. 156 Cc) si basa sul tenore di vita. Dopo il divorzio, invece, conta l’autosufficienza, salvo la funzione compensativa per chi ha sacrificato il lavoro.

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Quando un matrimonio finisce, le questioni economiche diventano subito… spinose. La domanda che si fanno in tanti, specialmente il coniuge economicamente più debole, è: “Avrò diritto a un assegno? E quanto?” La risposta, come spesso accade nel diritto, è: “Dipende”. Dipende soprattutto se stiamo parlando di separazione o di divorzio.

Le regole, infatti, cambiano radicalmente. Capire se per l’assegno di mantenimento all’ex conta il tenore di vita che la coppia ha avuto prima della separazione è il primo passo per comprendere a cosa si ha diritto. E la risposta è sì, ma solo nella prima fase, quella della separazione. Con il divorzio, la musica cambia completamente, anche se c’è un’importante eccezione.

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Come si calcola l’assegno di mantenimento in separazione?

Nella fase della separazione, il legame matrimoniale non è ancora spezzato. Per questo motivo, la legge (art. 156, Codice civile) stabilisce che il coniuge senza redditi propri adeguati ha diritto a ricevere dall’altro quanto necessario per mantenere il tenore di vita goduto durante la convivenza. Questo

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“tenore di vita” non è un optional, ma l’elemento di riferimento indispensabile per il giudice. È il parametro che condiziona la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente. L’obiettivo non è garantire la mera sopravvivenza, ma consentire al coniuge più debole di mantenere, per quanto possibile, lo stesso stile di vita che aveva prima della crisi.

Cosa guarda il giudice per decidere il mantenimento?

Per quantificare l’assegno, il giudice non si ferma alla busta paga o alla dichiarazione dei redditi. La giurisprudenza (Corte d’Appello di Venezia, Sezione III, sentenza 22 agosto 2025 n. 2710) impone di accertare le disponibilità patrimoniali complessive della parte obbligata. Il tribunale deve tenere conto di altri elementi economici, anche se non risultano dai documenti fiscali, quali:

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  • la disponibilità di un consistente patrimonio, anche mobiliare (come azioni, fondi, o ingenti risparmi);
  • la conduzione di uno stile di vita palesemente agiato e lussuoso (auto di lusso, viaggi, frequentazione di club esclusivi) che contrasta con il reddito dichiarato.

E se l’ex coniuge nasconde i suoi veri redditi?

Proprio perché il giudice deve guardare alla sostanza, la legge gli fornisce strumenti potenti per scovare i redditi occultati al Fisco. Se c’è il sospetto che il reddito reale sia molto più alto di quello dichiarato, il giudice può usare “strumenti processuali officiosi” per farli emergere. Può, ad esempio, disporre indagini di polizia tributaria per controllare i conti correnti e le movimentazioni bancarie, oppure nominare un consulente tecnico (CTU) per analizzare la situazione patrimoniale e finanziaria dell’obbligato (Cass. ord. 32342/2024; 22616/22; 9915/2007).

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L’assegno di divorzio è uguale a quello di separazione?

La situazione si ribalta completamente con il divorzio. Con la sentenza di divorzio, il rapporto matrimoniale si scioglie definitivamente, recidendo ogni legame tra i coniugi. Di conseguenza, il criterio del “tenore di vita” goduto durante il matrimonio viene superato e non si applica più. L’assegno divorzile ha uno scopo diverso: non è più garantire lo stesso stile di vita di prima, ma assicurare al coniuge economicamente più debole la sola autosufficienza economica.

Cosa si intende per autosufficienza economica?

Per autosufficienza economica si intende la capacità di mantenersi da soli, conducendo un tenore di vita

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adeguato al contesto sociale in cui si vive, ma non necessariamente identico a quello goduto durante il matrimonio. La conseguenza è drastica: se il coniuge che richiede l’assegno ha già un proprio stipendio o redditi che gli consentono di essere autonomo, non avrà diritto a nessun assegno, indipendentemente da quanto sia ricco l’ex coniuge. Il divorzio segna un ritorno all’indipendenza economica individuale.

C’è un’eccezione per chi ha lasciato il lavoro?

Esiste un’eccezione fondamentale a questa regola, che si applica solo al divorzio: la funzione compensativa dell’assegno. Questa tutela scatta quando il coniuge richiedente (di solito, ma non sempre, la moglie) riesce a dimostrare di aver sacrificato la propria vita lavorativa per dedicarsi interamente alla casa, alla famiglia e ai figli. Attenzione: deve trattarsi di una scelta condivisa con l’altro coniuge durante la vita matrimoniale (o anche prima). In questo caso, l’assegno non serve solo a garantire l’autosufficienza, ma a compensare quel sacrificio, che ha permesso all’altro coniuge di arricchirsi. In questa specifica ipotesi, l’assegno sarà proporzionale alla ricchezza dell’ex e, di fatto, il tenore di vita della coppia torna a essere rilevante per il calcolo.

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