Prendi questi farmaci? La tua patente è a rischio: la linea dura dei giudici

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Autore: Angelo Greco

04 novembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Il Consiglio di Stato (sent. 7286/2025) blocca il rinnovo patente a chi usa buprenorfina (oppioide) e psicofarmaci. La sicurezza stradale prevale sulla mobilità.

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Soffri di dolore cronico? Stai seguendo una terapia prescritta dal tuo medico che include farmaci per gestire la sofferenza, magari un oppioide, e altri medicinali per il sistema nervoso? Fai la massima attenzione: la tua patente di guida è in serio pericolo. Non stiamo parlando di un abuso, ma di una terapia medica legittima. Eppure, potresti trovarti a piedi da un giorno all’altro. È lo scenario da incubo confermato dal Consiglio di Stato con la recente sentenza n. 7286 dell’11 settembre 2025. I giudici hanno dato ragione alla Commissione Medica Locale che ha negato il rinnovo della patente a un cittadino in cura con

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buprenorfina (un oppiaceo), duloxetina e pregabalin. Una miscela di farmaci che, sebbene terapeutica, è stata giudicata incompatibile con la guida. L’uomo ha fatto ricorso, ma la risposta dei giudici è stata un muro. La sentenza ribadisce una linea durissima basata sul decreto legislativo 59/2011: tra la tua esigenza di muoverti e la sicurezza di tutti gli altri sulla strada, lo Stato applica il principio di massima precauzione. E la patente resta un miraggio.

Il mix di farmaci che blocca la patente

La decisione non nasce dal nulla, ma si fonda su una legge precisa. Si tratta dell’

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Allegato III, punto F1, del d.lgs. 59/2011. Questa norma è una tagliola: vieta il rilascio o il rinnovo della patente “qualunque sia la categoria richiesta” a chi fa uso di sostanze psicotrope o stupefacenti.

Il ricorrente si trovava proprio in questa situazione. Anche se la buprenorfina (un farmaco oppioide) era assunta per una terapia contro il dolore cronico, e perfino tramite un comodo cerotto transdermico, è stata la sua associazione con altri due farmaci ad accendere il semaforo rosso. Si trattava di pregabalin e duloxetina, due sostanze che agiscono pesantemente sul sistema nervoso centrale. È stato questo mix, e non la singola pastiglia, che ha fatto scattare l’allarme della Commissione Medica Locale.

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La sicurezza stradale vince sull’esigenza individuale

Il Consiglio di Stato è stato netto e ha respinto il ricorso. I giudici hanno spiegato che la valutazione della Commissione Medica Locale si basa su un giudizio tecnico-discrezionale. In parole semplici: sono i medici a decidere, e un giudice amministrativo non può sostituirsi a loro e dire “secondo me può guidare”. Questo può accadere solo se la decisione dei medici è palesemente irragionevole o basata su fatti palesemente errati.

In questo caso, secondo la sentenza 7286/2025, la motivazione della Commissione era “più che sufficiente”. L’obiettivo primario è uno solo: garantire la sicurezza della circolazione. L’associazione di un oppioide con altri psicofarmaci crea un rischio che, per lo Stato, è semplicemente inaccettabile per chi si mette al volante.

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Non serve stare male: basta la terapia per fermarsi

Questo è il punto più forte e più duro della sentenza. Non importa se il paziente si sente bene, se non ha mai avuto un colpo di sonno, se ritiene di essere perfettamente lucido e padrone del veicolo. La decisione si basa sul principio di precauzione.

La legge non attende che il guidatore mostri “sintomi evidenti” di alterazione o che provochi un incidente per intervenire. La semplice assunzione di quel mix di farmaci, anche se prescritta da un medico per una condizione reale come il dolore cronico, è sufficiente per attivare il divieto. L’interesse pubblico alla sicurezza stradale vince a mani basse sull’esigenza, pur comprensibile, del singolo di potersi spostare in autonomia. Una linea dura che ora ha una conferma giudiziaria pesantissima.

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