Superlavoro: risarcimento anche per pochi mesi?

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Autore: Angelo Greco

02 marzo 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Lavorare troppe ore senza riposo è un illecito. Anche pochi mesi di turni massacranti possono generare un danno da usura psico-fisica risarcibile, senza dover provare una malattia specifica.

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Molti pensano che per ottenere un risarcimento per stress da lavoro servano anni di servizio o una malattia diagnosticata. Eppure, la realtà lavorativa di oggi è fatta spesso di contratti brevi ma intensissimi. Ci si chiede quindi: se l’azienda impone ritmi insostenibili, è possibile ottenere un risarcimento da superlavoro anche per pochi mesi? La risposta sta cambiando e si sta affermando un principio importante: la tutela della salute e della dignità del lavoratore non dipende dalla durata del contratto, ma dal rispetto delle regole fondamentali sulla gestione dell’orario di lavoro. Quando queste regole vengono sistematicamente violate, si entra nel campo della responsabilità aziendale.

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Cos’è il danno da usura psico-fisica?

Il concetto di

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danno da usura psico-fisica si riferisce al logoramento del lavoratore causato da un’eccessiva e prolungata richiesta di energia, sia fisica che mentale. Non si tratta necessariamente di mobbing o di straining, ma di una condizione di “iperlavoro”. La legge (nello specifico, l’art. 2087 del Codice Civile) impone al datore di lavoro un obbligo generale di proteggere l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Quando l’azienda, in modo sistematico, organizza il lavoro violando le norme poste a tutela del lavoratore (come i limiti massimi dell’orario o il diritto al riposo), commette un illecito contrattuale. Questo significa che sta venendo meno a un suo preciso dovere previsto dal contratto di lavoro, aprendo la strada al risarcimento.
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Quali condizioni di lavoro generano il danno?

Il danno da usura non deriva da un singolo episodio, ma da un insieme di disfunzioni organizzative che rendono l’ambiente di lavoro nocivo e stressogeno. Per capire meglio, possiamo immaginare una situazione in cui un dipendente, magari assunto a tempo determinato anche solo per pochi mesi, si trova a dover gestire carichi di lavoro enormi per coprire carenze di personale, venendo usato come “jolly”. Se questa persona è costretta a svolgere turni che superano abbondantemente le 10 o 12 ore giornaliere, accumulando prestazioni straordinarie ben oltre i limiti fissati dalla legge o dal contratto collettivo (CCNL), la sua salute è messa a rischio. Questo può accadere anche in rapporti di breve durata, come sette mesi, specialmente se il lavoratore è costretto a dimettersi anticipatamente per l’insostenibilità della situazione.

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La gestione dei turni e dei riposi può causare il danno?

Un aspetto fondamentale riguarda la gestione dei riposi. Il recupero delle energie è un diritto protetto. Se al lavoratore viene negato sistematicamente il riposo settimanale, oppure non vengono rispettate le ore minime di stacco tra un turno e l’altro (spesso fissate in 11 ore consecutive, come imposto ad esempio dall’art. 70 del CCNL Vigilanza citato in una recente sentenza), l’usura psico-fisica accelera. A peggiorare la situazione contribuisce la totale imprevedibilità nella turnazione. Ricevere comunicazioni “last minute”, magari tramite messaggi su app di chat, su quale turno si dovrà coprire il giorno dopo (o addirittura il giorno stesso), impedisce al lavoratore qualsiasi forma di programmazione della propria vita privata, aggiungendo stress organizzativo allo stress fisico del superlavoro.

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Come si dimostra di aver subito un superlavoro?

Per far valere i propri diritti, è necessario dimostrare le condizioni di lavoro subite. Spesso, le prove principali possono essere trovate nella stessa documentazione aziendale. Le buste paga, ad esempio, possono attestare nero su bianco le ore di straordinario effettivamente svolte e pagate. A queste si aggiungono le testimonianze di colleghi o anche di superiori, che possono confermare l’organizzazione dei turni, l’impiego costante oltre l’orario ordinario e la prassi delle comunicazioni improvvise. Recenti sentenze (come la n. 4811/2025 del Tribunale di Napoli) hanno chiarito che il danno, in questi casi, deriva dalla

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lesione del diritto costituzionale al riposo e alla salute.

Il datore può chiedere i danni se mi dimetto prima?

Nel contesto di un lavoro così gravoso, può accadere che il lavoratore decida di rassegnare le dimissioni anticipate rispetto alla scadenza di un contratto a termine. In questi casi, il datore di lavoro potrebbe tentare di difendersi chiedendo a sua volta i danni per il recesso anticipato (domanda riconvenzionale). Allo stesso modo, l’azienda potrebbe provare a chiedere al dipendente i danni per eventuali incidenti avvenuti durante l’orario di lavoro, come un sinistro stradale con l’auto aziendale. Sarà poi il giudice a dover valutare se le richieste dell’azienda sono fondate o se, al contrario, le dimissioni e forse anche l’incidente siano una conseguenza diretta delle condizioni di iperlavoro imposte.

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Le testimonianze dei colleghi sono utili?

Le dichiarazioni rese da altri dipendenti possono essere molto efficaci per dimostrare l’ambiente di lavoro. Spesso, sono proprio i colleghi a fornire l’immagine più chiara della situazione generale. Se, ad esempio, un testimone afferma che i lavoratori in trasferta (i cosiddetti “trasfertisti”) venivano “spremuti come arance”, questa espressione, per quanto colorita, sintetizza perfettamente la percezione di uno sfruttamento sistemico. Non si tratta più di un caso isolato, ma di una prassi aziendale consolidata che logora il personale, specialmente quello inviato a coprire carenze di organico lontano dalla sede abituale.

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L’azienda può contraddirsi da sola?

Può sembrare strano, ma a volte sono le stesse mosse difensive del datore di lavoro a confermare le ragioni del dipendente. In alcuni casi giudiziari, le richieste di risarcimento avanzate dall’azienda (le cosiddette domande riconvenzionali) sono state definite “paradossali” dai giudici. Ad esempio, un’azienda potrebbe chiedere i danni per un incidente stradale avuto dal dipendente con l’auto di servizio. Se però, nel tentativo di dimostrare la dinamica, l’azienda stessa produce documenti che attestano che l’incidente è avvenuto alle 7:15 del mattino e che il turno precedente del lavoratore era terminato a mezzanotte, emerge la palese violazione del

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riposo minimo di 11 ore previsto dalla legge.

La stanchezza da superlavoro causa incidenti?

Quando un lavoratore accumula una stanchezza fisica eccessiva a causa della violazione costante dei riposi, il rischio di incidenti aumenta. La legge (in particolare l’art. 115 c.p.c.) consente al giudice di utilizzare le “regole di comune esperienza”. È un fatto noto che la mancanza di sonno e il superlavoro riducono i riflessi e la lucidità. Pertanto, il giudice può facilmente dedurre che l’iperlavoro abbia contribuito (configurando una concausa) all’incidente, anche se non ne è stata l’unica causa scatenante. L’azienda diventa quindi responsabile anche delle conseguenze di quell’incidente, proprio perché non ha garantito il necessario recupero psico-fisico.

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Cosa si intende per clima aziendale oppressivo?

Il clima stressogeno non si manifesta solo con i turni. Si percepisce anche da come l’azienda gestisce gli imprevisti e le difficoltà dei dipendenti. Un contesto aziendale può essere definito “oppressivo” quando il lavoratore si sente talmente sotto pressione da avere timore, ad esempio, a denunciare un infortunio, o quando decide volontariamente di ridurre la propria assenza per malattia (rientrando prima della fine della prognosi medica) per paura di ritorsioni o di perdere il posto. Anche il tentativo dell’azienda di chiedere i danni per le dimissioni anticipate del lavoratore (recesso prima del termine) può essere visto come un gesto strumentale. Se il lavoratore se n’è andato proprio a causa delle gravi violazioni subite, la richiesta dell’azienda (spesso respinta per mancanza di prova di un danno effettivo, come ribadito dalla giurisprudenza di merito – App. Venezia, sez. lav., 10 marzo 2023, n. 75) non fa che confermare la situazione insostenibile che ha portato a quel

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supersfruttamento.

Che differenza c’è tra usura psico-fisica e danno biologico?

È fondamentale non confondere questi due concetti, che legalmente sono molto diversi. Il danno biologico è una vera e propria lesione dell’integrità fisica o psichica della persona, che deve essere accertata da un medico (ad esempio, una sindrome ansioso-depressiva, un disturbo post-traumatico da stress o un infarto). Per ottenerne il risarcimento, è necessaria la prova di una specifica patologia medicalmente diagnosticabile (cfr. Cass., 14 luglio 2015, n. 14710). Il danno da usura psico-fisica, invece, è qualcosa di diverso: non serve dimostrare di “essersi ammalati”. Questo danno si configura come la conseguenza diretta del superamento significativo e continuativo dei limiti di orario, rappresentando una

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lesione del diritto costituzionalmente garantito al riposo e alla salute.

Devo dimostrare una malattia per avere il risarcimento?

Per il danno da usura psico-fisica, la risposta è no. La giurisprudenza ha stabilito che si tratta di un danno in re ipsa (un’espressione latina che significa “nella cosa stessa”), come confermato da numerose sentenze (cfr., ex multis, Cass. 21 luglio 2023, n. 21934; Cass. 15 luglio 2019, n. 18884). Questo significa che il danno è considerato implicito e automatico nel momento stesso in cui avviene la violazione delle norme. Non serve una perizia medica che attesti una malattia. Per ottenere il risarcimento, è “sufficiente” che il lavoratore dimostri in tribunale:

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  • l’esistenza dei turni eccedenti;
  • la loro durata (quante ore consecutive);
  • l’entità dello sforamento rispetto ai limiti massimi fissati dalla legge e dal contratto collettivo.

Il danno, infatti, consiste proprio nel logoramento che deriva dal maggior dispendio di energie. Sostenere ritmi lavorativi massacranti senza poter fruire di adeguati e regolari riposi diventa “usurante” per chiunque, anche per una persona in perfetta salute (cfr. Cass. 30 maggio 2023, n. 15223).

Se accetto gli straordinari perdo il risarcimento?

Questa è una delle difese più comuni: l’azienda sostiene di non essere responsabile perché il lavoratore era “volontario” nel fare gli straordinari, magari per guadagnare di più. La giurisprudenza più recente (incluse Cass., 10 maggio 2019, n. 12538 e Cass., 28 novembre 2022, n. 34968) ha però stabilito con forza che la

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volontarietà del dipendente non esclude la responsabilità del datore di lavoro. L’accettazione del superlavoro non fa venire meno il diritto al risarcimento e non configura nemmeno un “concorso di colpa”. Il motivo è che l’obbligo di sicurezza (previsto dall’art. 2087 c.c.) si basa sul diritto alla salute e al riposo, che sono diritti costituzionali indisponibili. Ciò significa che il singolo lavoratore non può rinunciarvi validamente, anche perché la sua “volontà” è spesso condizionata da esigenze economiche o da pressioni ambientali (come la paura di perdere il posto).

Il datore di lavoro è sempre responsabile del superlavoro?

La responsabilità dell’azienda non è totalmente “oggettiva” (cioè automatica a prescindere da tutto). Il datore di lavoro ha la possibilità di difendersi per evitare la condanna per violazione dell’

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art. 2087 c.c. (l’obbligo di proteggere la salute dei dipendenti). Per farlo, però, non può semplicemente ignorare il problema; deve dimostrare attivamente di aver fatto tutto il possibile per prevenire l’usura. Deve provare, ad esempio:

  • l’esistenza di legittime deroghe ai limiti orari (magari previste da specifici accordi sindacali);
  • di aver concesso riposi compensativi adeguati per bilanciare le ore di straordinario prestate;
  • di aver adottato concrete misure organizzative (come un monitoraggio efficace dei carichi di lavoro o una rotazione del personale) volte proprio a prevenire il logoramento dei dipendenti.

Come viene calcolato il risarcimento per superlavoro?

Una volta che il giudice ha accertato la responsabilità dell’azienda (il cosiddetto

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$an$), deve passare alla fase successiva: la “liquidazione” del danno, ossia la determinazione della somma di denaro (il $quantum$) da pagare al lavoratore. Spesso, non essendoci una regola fissa, si utilizza un criterio equitativo, che permette al giudice di stabilire l’importo in base alle specificità del caso. Alcuni tribunali (come il Trib. Napoli, 14 novembre 2024, n. 7748) hanno adottato un metodo basato sulla retribuzione: calcolano il risarcimento applicando una percentuale (ad esempio, il 30%) al valore orario dello straordinario, moltiplicandola poi per le ore di lavoro prestate oltre una soglia massima mensile (ad esempio, 206,4 ore).

Un contratto breve riduce l’importo del risarcimento?

La durata del rapporto di lavoro ha un’influenza significativa. Anche se un contratto molto breve (ad esempio, di soli sette mesi) non impedisce di riconoscere che l’azienda ha avuto un comportamento illecito, questo stesso fattore viene spesso usato per ridurre l’entità del risarcimento. Il ragionamento seguito è che, essendo l’usura subita per un periodo limitato, il danno complessivo è minore. Questo può portare a

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esiti economici modesti (come nel caso napoletano, liquidato in circa 1.550 euro), che sembrano quasi sminuire la gravità delle violazioni accertate (come il superlavoro sistematico e la perdita del riposo).

Il calcolo sulla paga dello straordinario è sufficiente?

Un criterio basato solo su una percentuale dello straordinario rischia di essere inadeguato a cogliere la reale intensità della lesione. Il danno da usura psico-fisica non è solo una ��proiezione aritmetica” delle ore lavorate in più. Ciò che logora il lavoratore è anche la compressione di diritti costituzionali: il mancato riposo settimanale (ad esempio, lavorando “sette giorni su sette”) e la lesione del diritto alla

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vita privata. Quest’ultimo aspetto è evidente quando l’azienda non dà preavviso sui turni, costringendo di fatto il dipendente a una condizione di reperibilità permanente che impedisce qualsiasi programmazione personale e familiare, compromettendo l’equilibrio esistenziale.

Proprio per superare i limiti di un calcolo puramente retributivo, si sta affermando un orientamento diverso, promosso ad esempio dalla giurisprudenza milanese (Trib. Milano, 25 giugno 2024, n. 3191). Questo approccio suggerisce di guardare alle Tabelle milanesi, normalmente usate per liquidare il danno alla persona (come negli incidenti). Invece di basarsi sulla paga oraria, si prende come parametro-base il valore economico riconosciuto per l’

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inabilità temporanea, dando particolare rilievo alla voce della sofferenza soggettiva. In questo modo, se la violazione dei riposi e degli orari ha inciso pesantemente sulla vita personale, sociale e familiare del lavoratore, il risarcimento può riflettere in modo più completo la compromissione subita.

Cos’è l’ambiente di lavoro nocivo e stressogeno?

Non si parla più soltanto di mobbing per definire un ambiente di lavoro tossico. Il mobbing ha requisiti molto specifici (come l’intento persecutorio), ma la giurisprudenza si è evoluta. Oggi si è affermata la nozione di ambiente di lavoro nocivo e stressogeno, che si basa su una visione più oggettiva dei problemi. Il focus si è spostato sulla responsabilità generale dell’azienda, prevista dall’

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articolo 2087 del codice civile (art. 2087 c.c.). Questa norma, letta in ottica costituzionale, impone al datore di lavoro di proteggere la salute dei dipendenti. Se l’organizzazione del lavoro è disfunzionale e crea danno, l’azienda ne risponde, anche senza un palese intento persecutorio.

Lo stress da lavoro è riconosciuto dalla legge?

Il concetto di stress lavoro-correlato, che una volta sembrava appartenere solo al mondo della medicina o della psicologia, oggi ha piena cittadinanza legale. È previsto espressamente dalla normativa sulla sicurezza sul lavoro (in particolare dall’art. 28, comma 1, d.lgs. 81/2008) come uno dei rischi che il datore di lavoro deve valutare e prevenire. Sul piano giuridico, la presenza di stress diffuso diventa un indicatore, quasi una spia d’allarme, che dimostra la violazione degli

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obblighi di prevenzione e vigilanza da parte dell’azienda, ricollegandosi sempre alla violazione dell’art. 2087 c.c.

Quali disfunzioni aziendali causano stress?

Quando si parla di stress, non si intende solo il classico “lavorare troppo”. Il concetto legale di stress lavorativo è un contenitore ampio (definito “polifunzionale”) che può derivare da una pluralità di disfunzioni organizzative. Queste possono riguardare:

  • l’aspetto quantitativo: come il superlavoro e l’usura psico-fisica (di cui abbiamo già parlato);
  • l’aspetto qualitativo: come il demansionamento, l’inattività lavorativa forzata, i controlli esasperati, la cronica mancata conciliazione vita-lavoro, l’insalubrità fisica del luogo di lavoro o persino il tecnostress (lo stress causato da strumenti tecnologici iper-invasivi);
  • le relazioni interpersonali: come condotte persecutorie, violenze o molestie.

L’azienda è responsabile anche senza dolo?

Sì, la responsabilità scatta più facilmente di quanto si pensi. Utilizzando

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l’art. 2087 c.c. come “valvola di apertura”, la giurisprudenza (la law in action, cioè il diritto applicato nei tribunali) ha stabilito che la stessa dimensione organizzativa è un fattore di rischio. L’obbligazione di sicurezza del datore di lavoro è prioritaria. Questo significa che per far scattare la responsabilità datoriale è sufficiente un mero inadempimento (una mancanza) che sia causa del danno alla salute. Non serve il dolo (l’intenzione di nuocere), basta la colpa (cioè la negligenza nell’organizzare il lavoro), secondo le normali regole della responsabilità contrattuale (cfr. Cass., sez. lav., 15 novembre 2022, n. 33639).

Cos’è lo “stress forzato” e quando è risarcibile?

Si parla di responsabilità per

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stress forzato quando l’azienda viola i suoi “obblighi di appropriatezza nella gestione del personale”. È un concetto molto importante perché include non solo atti palesemente illegittimi, ma anche tutti quei comportamenti che in sé non sarebbero illegittimi, ma che, messi insieme o sommati ad altre mancanze, inducono disagio o stress nel dipendente. Ad esempio, un trasferimento apparentemente lecito, ma imposto in un contesto già teso, può contribuire a peggiorare la situazione e la gravità del pregiudizio per la salute e la personalità del lavoratore (cfr. Cass., sez. lav., 7 febbraio 2023, n. 3692; Cass. 30 novembre 2022, n. 35235).

Perché un ambiente stressogeno è un illecito?

In questa nuova ottica legale,

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l’ambiente lavorativo stressogeno diventa esso stesso il “fatto ingiusto” centrale. La sua semplice esistenza, se provata, può obbligare il giudice a riesaminare tutte le altre condotte datoriali (anche quelle che da sole sembravano lecite o solo episodiche) sotto una luce diversa (cfr., ex multis, Cass. 7 giugno 2024, n. 15957; Cass. 28 dicembre 2023, n. 36208). L’evoluzione legale ha ricondotto tutto a l’art. 2087 c.c. (obbligo di sicurezza), che oggi va letto insieme al “nuovo” art. 2086 c.c. (modificato dal d.lgs. n. 14/2019). Quest’ultima norma impone all’imprenditore di adottare assetti organizzativi idonei a garantire ambienti di lavoro sani, sicuri e rispettosi della dignità. L’esposizione allo stress, quindi, non è solo un rischio: è la prova di un deficit organizzativo strutturale, che genera una chiara responsabilità contrattuale per i danni causati.

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