Licenziamento per rifiuto trasferimento: è legittimo?

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Autore: Angelo Greco

05 marzo 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Se l’azienda chiude l’unica sede in città e ti trasferisce altrove, non puoi rifiutare senza motivo. Rischia il licenziamento disciplinare chi non dimostra ragioni concrete che impediscono il trasferimento.

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Dover fare le valigie perché l’azienda si sposta in un’altra Regione non è mai piacevole. Spesso, la prima reazione è di pancia: “Io non mi muovo”. Ma questa reazione, per quanto comprensibile, può costare il posto di lavoro. Se l’azienda chiude l’unica sede in città, il lavoratore non ha molte scelte. Capire se il licenziamento per rifiuto trasferimento è legittimo è fondamentale. Una pronuncia della Cassazione ha chiarito chi deve dimostrare cosa.

Cosa ha stabilito la Cassazione sul rifiuto del trasferimento?

La Suprema Corte (Cass. ordinanza 29341 del 06-11-2025) ha analizzato il caso di una lavoratrice licenziata per motivi disciplinari. La colpa? Essersi assentata per cinque giorni senza giustificazione (

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assenza ingiustificata), rifiutando di prendere servizio nella nuova sede aziendale, situata in un’altra Regione. I giudici, sia in primo grado che in appello, hanno dato ragione all’azienda. L’impresa, infatti, aveva chiuso la sua unica sede nella città di residenza della donna, rendendo oggettivamente impossibile la sua ricollocazione in quel luogo. Di fronte alla chiusura totale, le esigenze organizzative che giustificavano il trasferimento erano evidenti: non c’erano alternative.

Quando il rifiuto del lavoratore è considerato in malafede?

Un lavoratore può, in linea di principio, rifiutare di eseguire la prestazione richiesta (come un trasferimento) solo se il suo rifiuto, valutato nel caso concreto, non risulta contrario a

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buona fede. Nel caso analizzato (Cass. ordinanza 29341 del 06-11-2025), la Corte ha ritenuto che il rifiuto della dipendente non fosse in buona fede. Questa valutazione si è basata su due fatti incontestabili: da un lato, era “documentato e incontestato” che la società non avesse più alcuna sede nella città di provenienza; dall’altro, la lavoratrice non aveva mai fornito spiegazioni valide per la sua opposizione.

Chi deve provare l’impossibilità di trasferirsi?

L’aspetto centrale della decisione (Cass. ordinanza 29341 del 06-11-2025) riguarda l’onere della prova. Se l’azienda chiude l’unica sede e non esistono altre dipendenze nella stessa città, la palla passa al dipendente. È il lavoratore che deve farsi carico di dimostrare l’esistenza di ragioni ostative concrete che gli impediscono materialmente il trasferimento. Nel caso specifico, la donna si è difesa parlando di “generiche e non precisate oggettive ragioni familiari”. Questa difesa è stata giudicata troppo vaga. Non avendo mai specificato quali fossero i motivi che le rendevano impossibile trasferirsi, il suo rifiuto è stato considerato ingiustificato, portando alla legittimità del licenziamento disciplinare.

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