Licenziamento per rifiuto trasferimento: è legittimo?
Se l’azienda chiude l’unica sede in città e ti trasferisce altrove, non puoi rifiutare senza motivo. Rischia il licenziamento disciplinare chi non dimostra ragioni concrete che impediscono il trasferimento.
Dover fare le valigie perché l’azienda si sposta in un’altra Regione non è mai piacevole. Spesso, la prima reazione è di pancia: “Io non mi muovo”. Ma questa reazione, per quanto comprensibile, può costare il posto di lavoro. Se l’azienda chiude l’unica sede in città, il lavoratore non ha molte scelte. Capire se il licenziamento per rifiuto trasferimento è legittimo è fondamentale. Una pronuncia della Cassazione ha chiarito chi deve dimostrare cosa.
Indice
Cosa ha stabilito la Cassazione sul rifiuto del trasferimento?
La Suprema Corte (Cass. ordinanza 29341 del 06-11-2025) ha analizzato il caso di una lavoratrice licenziata per motivi disciplinari. La colpa? Essersi assentata per cinque giorni senza giustificazione (
Quando il rifiuto del lavoratore è considerato in malafede?
Un lavoratore può, in linea di principio, rifiutare di eseguire la prestazione richiesta (come un trasferimento) solo se il suo rifiuto, valutato nel caso concreto, non risulta contrario a
Chi deve provare l’impossibilità di trasferirsi?
L’aspetto centrale della decisione (Cass. ordinanza 29341 del 06-11-2025) riguarda l’onere della prova. Se l’azienda chiude l’unica sede e non esistono altre dipendenze nella stessa città, la palla passa al dipendente. È il lavoratore che deve farsi carico di dimostrare l’esistenza di ragioni ostative concrete che gli impediscono materialmente il trasferimento. Nel caso specifico, la donna si è difesa parlando di “generiche e non precisate oggettive ragioni familiari”. Questa difesa è stata giudicata troppo vaga. Non avendo mai specificato quali fossero i motivi che le rendevano impossibile trasferirsi, il suo rifiuto è stato considerato ingiustificato, portando alla legittimità del licenziamento disciplinare.