Infezione in ospedale: come provare la colpa dei medici?

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Autore: Angelo Greco

01 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Il paziente deve dimostrare il nesso tra cure e danno. Scopri come funziona il criterio del “più probabile che non” per ottenere il risarcimento.

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Quando entriamo in una struttura sanitaria, lo facciamo con la speranza di guarire, non certo con quella di ammalarci ulteriormente. Eppure, casi di infezioni contratte durante un ricovero, come l’epatite C a seguito di trasfusioni, accadono ancora e scatenano lunghe battaglie legali. In queste situazioni, la rabbia è tanta, ma trasformare quella sofferenza in un risarcimento economico non è un percorso automatico né semplice. Cerchiamo dunque di comprendere come provare la colpa dei medici per l’infezione in ospedale

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. I tribunali, come confermato da una recente sentenza del Tribunale di Salerno (sent. n. 4325 del 28 ottobre 2025), applicano regole severe sull’onere della prova. Non basta essere stati “toccati” da un medico per avere ragione: serve una dimostrazione logica che colleghi l’errore sanitario alla malattia. Vediamo nel dettaglio cosa serve per vincere la causa.

Cosa deve dimostrare il paziente per essere risarcito?

Chi decide di fare causa a un ospedale o a una clinica privata deve sapere che la legge pone un peso specifico sulle sue spalle. La normativa vigente (in particolare la legge n. 24/2017) qualifica la responsabilità della struttura sanitaria come “contrattuale” (Cc, articoli 1218-1228). Questo offre vantaggi sui tempi di prescrizione, ma non esonera il cittadino dal dovere di fornire prove solide. Il paziente ha l’

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onere di dare prova non solo di aver subito un danno (l’evento dannoso), ma deve dimostrare l’esistenza di un nesso di causalità diretto. Bisogna provare, in sostanza, che quel danno è la conseguenza immediata di una condotta attiva o di un’omissione dei sanitari. Non basta dire che il medico ha violato le regole dell’arte medica; serve provare che proprio da quella specifica violazione è derivata la diretta lesione alla salute lamentata.

Se un paziente contrae un’infezione, non è sufficiente dimostrare che l’infermiere non indossava i guanti (violazione generica). Bisogna provare che è stato proprio quel contatto specifico a trasmettere il virus di cui il paziente soffre, e non un’altra causa.

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Quali documenti servono per provare l’errore medico?

Affrontare un processo per malpractice medica richiede una preparazione documentale meticolosa. Per ottenere l’accoglimento della domanda di risarcimento, è necessario procedere a una raccolta precisa di prove che permetta di ricostruire la storia clinica nei minimi dettagli. L’elemento fondamentale è la documentazione clinica completa. È proprio analizzando le cartelle che si possono individuare le procedure a rischio eseguite durante il ricovero che potrebbero aver causato l’infezione. Si tratta solitamente di atti medici invasivi come interventi chirurgici, sedute di dialisi, somministrazione di farmaci per via endovenosa o, caso classico, le

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trasfusioni di sangue. Se queste pratiche non risultano conformi agli standard di sicurezza, diventano l’indizio principale su cui costruire la causa.

Un paziente che ha subito tre trasfusioni dovrà produrre le cartelle cliniche che tracciano i momenti esatti delle infusioni e la provenienza delle sacche, per permettere ai periti di verificare se le procedure di controllo del sangue sono state rispettate.

Come si capisce se il contagio è avvenuto in ospedale?

Stabilire il momento esatto di un’infezione virale come l’epatite C è spesso la chiave di volta del processo. Un elemento logico molto forte a favore del danneggiato è il fattore tempo. Se è evidente che il paziente non presentava il virus prima del ricovero e la diagnosi positiva è avvenuta successivamente alle dimissioni (o durante la degenza), questo costituisce un serio

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indizio della responsabilità della struttura. L’applicazione del criterio cronologico è il riferimento principale per accertare il nesso di causalità, specialmente se nel lasso di tempo intermedio il soggetto è stato sottoposto a manovre pericolose come le emotrasfusioni. Tuttavia, il giudice valuta anche altri parametri scientifici come il criterio clinico, l’efficienza lesiva e, soprattutto, il criterio di esclusione di altre cause che potrebbero aver provocato la malattia fuori dall’ospedale.

Se una persona entra in ospedale con analisi del sangue perfette e, dopo un mese di ricovero con trasfusioni, risulta positiva all’epatite C, il criterio cronologico suggerisce che l’infezione sia stata presa in reparto, a meno che l’ospedale non dimostri che il paziente aveva altri fattori di rischio esterni (es. uso di droghe) in quel periodo.

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Che differenza c’è tra prova civile e prova penale?

Molte persone confondono i principi che vedono nei film polizieschi con la realtà delle cause civili di risarcimento. Nel processo penale, dove è in gioco la libertà personale, serve la certezza assoluta. In ambito civile, invece, vige una regola diversa e più elastica: il principio del “più probabile che non” (o della “preponderanza dell’evidenza”). Questo significa che il giudice non cerca una verità scientifica assoluta al 100%, ma si accontenta di una probabilità logica (o baconiana). Il rapporto di causalità si considera provato se, alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, è più probabile che l’evento dannoso sia stato causato dall’azione del medico piuttosto che da qualsiasi altro fattore.

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Se i periti stabiliscono che c’è il 60% di probabilità che l’infezione derivi dalla trasfusione ospedaliera e il 40% che derivi da cause ignote, in una causa civile il paziente vince e ottiene il risarcimento, perché la responsabilità dell’ospedale è l’ipotesi più probabile.

Cosa succede se non riesco a provare il nesso causale?

L’esito del giudizio dipende interamente dalla capacità di soddisfare questo standard probatorio. Se, nonostante gli indizi e la documentazione prodotta, il danneggiato non riesce a fornire la prova che la condotta commissiva o omissiva dei sanitari sia stata la causa del danno secondo il criterio del “più probabile che non”, la conseguenza è inevitabile. La domanda risarcitoria deve ritenersi sprovvista di prova in ordine a uno dei suoi fatti costitutivi essenziali e, pertanto, verrà rigettata dal tribunale. Non basta il sospetto: serve che la bilancia delle probabilità penda chiaramente verso la responsabilità della struttura sanitaria.

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