Lavoro nell'azienda del compagno: ho diritto agli utili?
Una svolta storica della Corte Costituzionale equipara i conviventi ai coniugi nell’impresa familiare. Scopri i nuovi diritti sui guadagni e le regole sul lavoro domestico.
Lavorare fianco a fianco con il proprio partner è una realtà molto diffusa in Italia. Spesso si inizia a dare una mano nel negozio o nell’azienda del compagno per affetto, senza firmare contratti e senza ricevere uno stipendio fisso. Fino a poco tempo fa, questa situazione comportava tutele ridotte per le coppie non sposate. Oggi, però, lo scenario è cambiato radicalmente grazie a un intervento decisivo dei giudici costituzionali. Capire come funziona il lavoro nell’azienda del compagno/a e se ho diritto agli utili
Indice
Il convivente ha gli stessi diritti del marito o della moglie?
La risposta oggi è sì. La Corte Costituzionale ha compiuto una rivoluzione giuridica dichiarando illegittima la vecchia normativa che trattava i conviventi come lavoratori di serie B. In passato, l’articolo 230 ter del codice civile offriva una tutela ridotta. Ora, grazie alla sentenza n. 148 del 2024, il convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa del partner rientra a pieno titolo nella disciplina dell’impresa familiare (art. 230 bis c.c.).
Questo significa che al compagno che lavora spettano:
una partecipazione agli utili dell’impresa;
una quota dei beni acquistati con quegli utili;
una parte degli incrementi dell’azienda (la crescita di valore);
- una quota sull’avviamento (la capacità dell’impresa di produrre profitto), commisurata al lavoro prestato (C.Cost. 25 luglio 2024 n. 148).
Marco convive con Anna e lavora ogni giorno nel ristorante di lei senza stipendio. Grazie alla nuova sentenza, Marco ha diritto a una fetta dei profitti annuali e, se il ristorante aumenta di valore, anche a una parte di quella ricchezza, esattamente come se fosse il marito di Anna.
Perché la vecchia legge è stata cancellata?
I giudici hanno ritenuto irragionevole e discriminatoria la differenza di trattamento tra coniugi e conviventi. La tutela del lavoro è uno strumento fondamentale per la dignità di ogni persona, sia come singolo che come membro di una comunità familiare. Escludere il convivente dall’impresa familiare (art. 230 bis c.c.) o riservargli solo una tutela parziale (art. 230 ter c.c.) significava abbassare ingiustificatamente il livello di protezione. L’
Quando non si applicano queste regole?
Esiste un’eccezione importante. Il diritto automatico alla partecipazione agli utili e agli incrementi non scatta se il rapporto tra i due partner è già regolato in altro modo. Se tra i conviventi esiste un diverso rapporto di società (ad esempio sono entrambi soci di una Snc) o di lavoro subordinato (c’è una regolare assunzione con busta paga), si applicano le regole di quel contratto specifico. Le norme sull’impresa familiare intervengono solo in via sussidiaria, ovvero per proteggere chi lavora “di fatto” senza altre tutele contrattuali.
Il lavoro domestico e le pulizie vanno pagati?
Se il contributo del partner non avviene in azienda ma tra le mura di casa, la musica cambia. Il convivente che si occupa della gestione domestica non viene considerato automaticamente un lavoratore subordinato. I tribunali ritengono che queste attività vengano svolte per motivi di solidarietà e affetto, per partecipare in modo equo alla vita della famiglia di fatto. Di conseguenza, non si matura il diritto a uno stipendio né ai contributi, perché si presume che il lavoro sia gratuito e basato sul legame sentimentale (Trib. Roma 2 ottobre 2017 n. 7929).
Se Giulia pulisce la casa e cucina per il compagno Paolo mentre lui è in ufficio, non può chiedergli lo stipendio a fine mese. Il suo lavoro è considerato un atto d’amore e collaborazione familiare.
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È possibile farsi assumere come colf dal partner?
Nonostante la presunzione di gratuità, non è vietato instaurare un rapporto di lavoro domestico retribuito tra conviventi. Tuttavia, spetta al lavoratore l’onere di provare l’esistenza di un vero vincolo di subordinazione (Cass. 13 dicembre 1986 n. 7486).
Per vincere la causa e ottenere il trattamento economico e previdenziale, bisogna dimostrare al giudice elementi precisi:
la qualità e la quantità delle prestazioni svolte;
la presenza di direttive specifiche;
i controlli e le indicazioni costanti da parte del “datore di lavoro”.
Il giudizio sulla natura del rapporto spetta al magistrato ed è insindacabile in Cassazione (Cass. 16 giugno 2015 n. 12433).
Posso chiedere gli arretrati agli eredi?
Spesso queste richieste emergono dopo la morte del compagno benestante. La giurisprudenza cita casi in cui la convivente ha chiesto agli eredi il pagamento per anni di lavoro domestico mai retribuito. Queste domande vengono frequentemente rigettate se le prove dimostrano che tra i due esisteva una relazione sentimentale stabile. Se emerge che le prestazioni erano frutto della convivenza e non di un obbligo lavorativo, gli eredi non devono pagare nulla (Cass. 15 marzo 2006 n. 5632).