Fino a quando i figli maggiorenni hanno diritto al mantenimento?
Scopri quando cessa l’obbligo di pagare l’assegno ai figli adulti disoccupati e quali prove servono per dimostrare l’impegno nella ricerca di un lavoro.
Diventare maggiorenni non significa automaticamente smettere di pesare sulle finanze di mamma e papà. Tuttavia, l’assegno mensile non è una rendita vitalizia garantita per sempre. Spesso i genitori si domandano fino a quando i figli maggiorenni hanno diritto al mantenimento e se esiste un limite di età o di comportamento oltre il quale si chiudono i rubinetti.
La giurisprudenza ha tracciato regole precise che distinguono nettamente tra lo studente universitario e il trentenne che fatica a trovare la sua strada. Il concetto chiave è la responsabilità: crescere significa anche imparare a mantenersi da soli, adattandosi a ciò che offre il mercato.
In questo articolo analizzeremo come cambia l’obbligo dei genitori col passare degli anni e quali prove deve fornire il figlio per continuare a ricevere i soldi.
Indice
Chi deve provare il diritto all’assegno di mantenimento?
Molti pensano che spetti al genitore dimostrare che il figlio è diventato indipendente per smettere di pagare. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa prospettiva. Quando si parla di figli maggiorenni, l’onere della prova
Il genitore non deve fare indagini. Tocca al ragazzo documentare le sue attività. Se il figlio non riesce a provare di essersi impegnato attivamente per trovare un posto o di stare seguendo un percorso di studi proficuo, perde il diritto al mantenimento. La legge premia l’impegno e punisce l’inerzia. Non basta dire “non trovo lavoro”, bisogna dimostrare di averlo cercato con ogni mezzo possibile.
Il figlio che passa le giornate al bar senza inviare curriculum non avrà diritto all’assegno. Il figlio che produce le email di rifiuto ai colloqui e l’iscrizione al centro per l’impiego potrà mantenere il sussidio.
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C’è differenza tra uno studente universitario e un figlio adulto?
L’età anagrafica gioca un ruolo fondamentale nella valutazione dei giudici. Esiste una distinzione netta tra il “figlio neomaggiorenne” e il “figlio adulto”. Per il ragazzo appena uscito dalle scuole superiori (neomaggiorenne), la prova è più semplice. Se dimostra di proseguire nell’ordinario percorso di studi (università o corsi di specializzazione), questa circostanza è già sufficiente a giustificare il mantenimento (Cass. sent. 26875/2023).
Il discorso cambia radicalmente per il “figlio adulto”, ovvero colui che ha terminato gli studi o che ha un’età più avanzata. Per lui vige il principio dell’autoresponsabilità
Più l’età avanza, più diventa difficile giustificare la richiesta di soldi ai genitori. Non si può restare “eterni studenti” o disoccupati a carico della famiglia senza una ragione valida e documentata.
A 20 anni, essere iscritti a Giurisprudenza e dare esami regolarmente garantisce il mantenimento. A 35 anni, essere ancora iscritti all’Università fuori corso non giustifica più la richiesta di denaro ai genitori.
Il figlio deve accettare qualsiasi lavoro o può aspettare?
Un altro punto dolente riguarda le aspettative
Per conservare il mantenimento, il giovane deve dimostrare di essersi adoperato effettivamente, anche ridimensionando le proprie aspirazioni se necessario. Se il mercato non offre lavoro nel settore per cui si ha studiato, bisogna accettare anche mansioni inferiori o diverse per iniziare a guadagnare.
L’indipendenza economica è un obiettivo prioritario rispetto alla realizzazione delle sole ambizioni personali. Rifiutare un lavoro onesto ma “umile” può portare alla perdita dell’assegno.
Un laureato in architettura che non trova posto in uno studio deve accettare temporaneamente un lavoro come commesso o impiegato generico. Rifiutare un contratto a tempo determinato perché si aspetta l’indeterminato comporta la revoca del mantenimento.
Cosa succede se il figlio ha superato i trent’anni?
Quando l’età supera ampiamente la soglia della maggiore età (ad esempio verso i trent’anni o oltre), l’atteggiamento della legge diventa severissimo. Il figlio “adulto” che non ha trovato una stabilità lavorativa non può più pretendere che siano i genitori a garantirgli un tenore di vita dignitoso tramite il mantenimento. A quel punto, l’
Se un trentenne non lavora, la sua tutela passa dallo stato di “figlio da mantenere” a quello di “cittadino bisognoso”. Dovrà ricorrere agli strumenti sociali di sostegno al reddito (come sussidi di disoccupazione o welfare statale) e non al portafoglio dei genitori.
In casi di estrema povertà e impossibilità di sopravvivenza, resta solo l’obbligazione alimentare (gli alimenti), che è ben diversa dal mantenimento: serve solo a garantire vitto e alloggio minimi, non il tenore di vita precedente.
L’età avanzata presume la capacità di auto-sostentamento e fa scattare l’esonero per i genitori.
Una figlia di 32 anni, anche se madre single e convivente con i genitori, non ha diritto all’assegno di mantenimento dal padre divorziato, ma deve cercare aiuti statali o lavorare.