Posso scioperare da solo senza l'accordo dei colleghi?

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Autore: Angelo Greco

17 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La legge spiega se un singolo dipendente può astenersi dal lavoro. Scopri la differenza tra diritto individuale e azione collettiva per evitare sanzioni disciplinari e assenze ingiustificate.

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Non sono pochi i dipendenti che si chiedono: «Posso scioperare da solo senza l’accordo dei colleghi?». Spesso si crea confusione su cosa sia davvero un’astensione legittima dal lavoro. Molti pensano che basti essere in disaccordo con il capo o avere un problema personale per incrociare le braccia e invocare la tutela costituzionale. Non è così semplice.

La giurisprudenza ha fissato paletti precisi per distinguere la vera protesta dai permessi non autorizzati, chiarendo che la volontà del singolo, se isolata, non basta a fermare la produzione.

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Che cos’è lo sciopero secondo la legge italiana?

L’articolo 40 della Costituzione garantisce questo diritto, ma non ne definisce i contorni esatti. I giudici hanno chiarito che lo sciopero è un diritto individuale del lavoratore. Questo significa che ogni persona è titolare del diritto di astenersi dal lavoro. Tuttavia, c’è una condizione indispensabile: deve essere un atto suscettibile di esercizio collettivo (Cass. sez. lav., ord. 12 settembre 2024, n. 24473; Cass. sez. lav., sent. 8 agosto 1987, n. 6831).

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Non si può scioperare da soli per un proprio capriccio o per un’esigenza privata. L’astensione deve essere finalizzata alla tutela di un interesse collettivo. Questo interesse può riguardare lo stipendio, le condizioni di lavoro o anche temi di politica generale, purché tocchino i rapporti di lavoro. Se manca questa dimensione comune, l’assenza non è protetta dalla legge e il dipendente rischia sanzioni.

Mario non può dichiarare sciopero solo perché il datore di lavoro gli ha negato le ferie. Quella è una questione personale. Se invece Mario e i suoi colleghi si astengono insieme per protestare contro il sistema di assegnazione delle ferie in azienda, quello è uno sciopero legittimo.

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Serve una proclamazione ufficiale per scioperare?

Molti credono che serva sempre una lettera formale o un timbro del sindacato per avviare la protesta. In realtà, per il settore privato (salvo regole specifiche dei codici di autoregolamentazione per i servizi pubblici essenziali), non è richiesta una proclamazione formale. Non serve nemmeno una preventiva comunicazione scritta al datore di lavoro (Cass. sez. lav., sent. 17 dicembre 2004, n. 23552).

L’elemento necessario è che l’astensione sia collettivamente concordata. Non importa chi prende l’iniziativa. Può partire anche da un gruppo spontaneo di lavoratori senza tessera sindacale. L’importante è che ci sia una decisione condivisa di fermarsi per un obiettivo comune. La giurisprudenza ha ritenuto valido anche uno sciopero attuato da pochi dipendenti, purché uniti dallo stesso scopo professionale.

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In una piccola officina con sei dipendenti, tre decidono di fermarsi per chiedere orari migliori. Anche se sono solo la metà e lo comunicano la mattina stessa, è uno sciopero valido perché tutela un interesse di gruppo (Cass. sez. lav., sent. 17 dicembre 2004, n. 23552).

Quando l’assenza viene considerata ingiustificata?

Il datore di lavoro non deve subire passivamente ogni assenza dichiarata come “sciopero”. Ha il diritto di verificare se l’astensione è reale o se è una scusa. Se l’azione si traduce in una serie di assenze individuali, slegate tra loro e finalizzate a soddisfare bisogni personali (come stare a casa con la famiglia o riposare), non siamo di fronte a uno sciopero (Cass. sez. lav., sent. 3 dicembre 2015, n. 24653).

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L’azienda ha un interesse legittimo ad agire in giudizio per l’accertamento negativo. Questo serve a dimostrare che non c’era alcuna finalità collettiva. In questi casi, il dipendente non è coperto dalla tutela costituzionale e la sua assenza diventa inadempimento contrattuale.

Luigi non va al lavoro dicendo di aderire a uno sciopero nazionale, ma quel giorno lo sciopero era stato revocato o lui è l’unico in azienda a farlo senza alcun coordinamento con gli altri. Il datore può contestare l’assenza ingiustificata.

Il datore di lavoro può lamentarsi del danno economico?

Lo sciopero serve proprio a creare un disagio. Il fatto che l’azienda subisca un danno economico o che la produzione diminuisca è assolutamente normale. Questo danno è connaturale alla funzione di autotutela coattiva dello sciopero (Cass. sez. lav., sent. 17 dicembre 2004, n. 23552).

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L’imprenditore non può chiedere il risarcimento per la mancata produzione. Esistono però dei limiti precisi. L’azione di protesta non deve diventare delittuosa. Sono vietati comportamenti che ledono l’incolumità delle persone o la libertà altrui. Inoltre, lo sciopero non deve danneggiare la capacità produttiva futura dell’azienda (cioè non si possono rompere i macchinari o gli impianti in modo che non possano più ripartire finita la protesta). Al di fuori di questi casi estremi, il blocco dell’attività è legittimo.

Se gli operai spengono i forni sapendo che riaccenderli costerà molto, è uno sciopero lecito. Se invece danneggiano i forni in modo irreversibile, passano dalla parte del torto.

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