Quando il licenziamento è nullo per ritorsione?

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Autore: Angelo Greco

22 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Quando la vendetta del datore rende illegittimo il recesso e come provare che il motivo illecito è l’unica causa della perdita del posto.

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Perdere il lavoro è sempre un momento difficile, ma la situazione diventa ancora più complessa quando si ha la sensazione di essere stati puniti ingiustamente. Molti lavoratori si chiedono se la decisione dell’azienda sia stata dettata da una volontà di vendetta piuttosto che da reali necessità organizzative o disciplinari. Comprendere quando il licenziamento è nullo per ritorsione è fondamentale per tutelare i propri diritti in tribunale. La legge e la giurisprudenza sono molto severe su questo punto e richiedono requisiti specifici affinché un giudice possa annullare il provvedimento espulsivo per questo motivo. Non basta il sospetto, serve la certezza che l’unico motore dell’azione sia stato l’odio o la ripicca.

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Cos’è esattamente il licenziamento ritorsivo?

Il concetto di ritorsione nel diritto del lavoro identifica una reazione ingiusta del datore di lavoro. Si verifica quando l’azienda decide di interrompere il rapporto non perché il dipendente abbia lavorato male o commesso errori gravi, ma come risposta a un comportamento legittimo del lavoratore stesso. Il licenziamento diventa quindi uno strumento di

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vendetta o di punizione.

Questo tipo di recesso è considerato nullo perché si fonda su un motivo illecito. La nullità è la sanzione più grave prevista dal nostro ordinamento e travolge l’atto fin dalla sua origine. Tuttavia, per parlare di ritorsione in senso giuridico, non è sufficiente che ci sia un clima teso tra le parti. È necessario che la volontà punitiva sia l’unica ragione che ha spinto il datore a firmare la lettera di licenziamento (Cass., Sez. Lav., ord. 9 gennaio 2024, n. 741).

Un dipendente fa causa all’azienda per chiedere il pagamento degli straordinari non versati. Il giorno dopo la notifica del ricorso, il datore di lavoro lo licenzia senza alcuna altra motivazione valida. In questo caso, il licenziamento è chiaramente una reazione all’esercizio di un diritto.

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Basta la sproporzione della sanzione per provare la vendetta?

Molte persone credono che ricevere una sanzione esagerata rispetto all’errore commesso sia la prova automatica della ritorsione. La realtà giuridica è diversa. Anche se un giudice valuta che il licenziamento è sproporzionato rispetto a un’infrazione disciplinare commessa dal lavoratore, questo non significa automaticamente che il licenziamento sia ritorsivo.

La sproporzione può essere un indizio, ma non è una prova schiacciante. Se il lavoratore ha commesso un fatto che ha un rilievo disciplinare, anche se modesto, il giudice non può scartare quel fatto a priori. Perché scatti la nullità per ritorsione, il motivo illecito deve essere

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determinante ed esclusivo. Significa che la ragione ufficiale indicata nella lettera di licenziamento deve essere solo un pretesto o una scusa formale per coprire la vera intenzione vendicativa (Cass., Sez. Lav., ord. 9 gennaio 2024, n. 741).

Un lavoratore arriva in ritardo di 5 minuti. Il datore di lavoro, che lo odia per motivi personali, lo licenzia. Il ritardo è reale (c’è l’inadempimento), ma è un fatto di scarsissima importanza che viene usato come scusa per attuare la vendetta. Solo se si dimostra che quel ritardo è un mero pretesto, si può parlare di ritorsione.

Come funziona la prova del motivo unico e determinante?

Il cuore della questione risiede nell’esclusività del motivo. La giurisprudenza stabilisce che l’intento ritorsivo deve essere l’unica molla che ha fatto scattare il recesso. Se esistono altri fatti rilevanti che potrebbero giustificare il licenziamento, come una giusta causa o un giustificato motivo, la ritorsione non può essere considerata l’unico fattore determinante.

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Il giudice non deve fare un confronto o un bilanciamento tra le varie ragioni. Non può dire che la vendetta ha pesato per il 60% e la colpa del lavoratore per il 40%. Se esiste una ragione valida per il licenziamento, anche se accompagnata da astio, la nullità per motivo illecito viene esclusa. L’intento di vendetta deve aver avuto un’efficacia determinativa esclusiva sulla volontà di risolvere il rapporto (Cass., Sez. Lav., ord. 7 marzo 2023, n. 6838).

Un dipendente ruba merce in magazzino (giusta causa) e contemporaneamente è antipatico al capo che voleva liberarsene da tempo. Anche se il capo è felice di licenziarlo, il furto è un fatto oggettivo che giustifica il recesso. Quindi, il licenziamento non sarà considerato nullo per ritorsione perché il motivo illecito (l’antipatia) non è l’unico motivo.

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Chi ha l’onere di dimostrare la finalità punitiva?

La distribuzione dell’onere della prova è un aspetto molto delicato in questi processi. A differenza dei licenziamenti ordinari, dove spetta all’azienda provare la giusta causa, nel caso del licenziamento ritorsivo l’onere ricade sul lavoratore. Spetta al dipendente convincere il giudice che l’atto è nullo.

Questa prova segue la regola generale del codice civile (art. 2697 c.c.). Il lavoratore non può limitarsi a lamentarsi genericamente. Deve fornire elementi concreti. Tuttavia, la legge permette di utilizzare anche le presunzioni. Questo significa che si possono portare in giudizio indizi gravi, precisi e concordanti che, messi insieme, ricostruiscono la logica vendicativa del datore di lavoro (Cass., Sez. 3 Civ., sent. 7 settembre 2022, n. 26399).

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Il lavoratore non ha una registrazione audio in cui il capo dice “ti licenzio per vendetta”. Può però provare che il licenziamento è avvenuto due giorni dopo una sua denuncia all’ispettorato del lavoro e che nessun altro collega è mai stato licenziato per lo stesso motivo futile addotto dall’azienda.

Quali elementi specifici deve indicare il lavoratore?

Per vincere la causa, il ricorso non deve essere generico. Il lavoratore ha il dovere di indicare e provare profili specifici da cui si possa desumere l’intento ritorsivo. Non basta fare riferimento alla vicinanza temporale tra un evento e il licenziamento o sostenere che le accuse sono deboli.

La doglianza deve colpire il fatto stesso che impedisce al datore di lavoro di esercitare il suo potere. Bisogna dimostrare che la ragione formale è apparente e che sotto di essa si nasconde esclusivamente la volontà di colpire il dipendente. Se le contestazioni sono generiche, la Cassazione ha stabilito che non è possibile accertare la natura ritorsiva del provvedimento (Cass., Sez. Lav., sent. 16 agosto 2018, n. 20742).

Esempio di errore: il lavoratore dice al giudice: “Mi hanno licenziato perché gli sto antipatico e le accuse sono false”. Esempio corretto: il lavoratore dice: “Il licenziamento è ritorsivo perché scaturisce unicamente dal mio rifiuto di firmare una rinuncia ai diritti, mentre l’addebito disciplinare contestato (aver usato il telefono) è un pretesto, visto che è tollerato per tutti gli altri colleghi”.

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