Segnalazione illeciti e ritorsioni: ho diritto al risarcimento danni?

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Autore: Paolo Florio

23 aprile 2026

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.

Il lavoratore che denuncia irregolarità in azienda e subisce per questo vessazioni ha diritto a un indennizzo economico per il dolore patito. Scopri i dettagli.

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Molti dipendenti notano comportamenti scorretti sul posto di lavoro ma scelgono il silenzio per paura delle conseguenze. La legge, però, si sta evolvendo per proteggere chi decide di parlare. Non si tratta più solo di annullare sanzioni ingiuste, ma di ottenere un vero ristoro per la sofferenza vissuta. In questo articolo analizziamo una recente pronuncia (Tribunale di Bergamo, sent. n. 951/2025) che ha risposto alla seguente domanda: in caso di segnalazione illeciti e ritorsioni, ho diritto al risarcimento danni?

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Vediamo come la tutela della dignità del lavoratore sia diventata centrale e come ottenere giustizia.

Chi segnala un illecito è protetto dalla legge contro le ritorsioni?

Il sistema normativo italiano ha fatto passi da gigante negli ultimi anni per difendere chi denuncia fatti illeciti sul lavoro, figura nota come

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whistleblower. Tutto è iniziato nel 2012 (con l’art. 54-bis del D.lgs 165/2001) e si è rafforzato con interventi successivi (fino al D.lgs 24/2023). L’obiettivo è sempre stato chiaro: proteggere il dipendente che fa emergere problemi nell’organizzazione aziendale.

Tuttavia, per molto tempo questa protezione è rimasta teorica o incompleta. Spesso la legge si limitava a cancellare gli atti punitivi, come un licenziamento o una nota di demerito, ma non prevedeva un risarcimento automatico per il dolore provato dalla vittima. Oggi la situazione cambia radicalmente. La giustizia (Tribunale di Bergamo, sent. n. 951/2025) stabilisce che chi subisce vendette a causa di una segnalazione deve essere risarcito anche per il danno morale, a prescindere da altre tutele.

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Cosa succede se il nome del segnalante viene rivelato ai colleghi?

La riservatezza è il pilastro della normativa sul whistleblowing. Purtroppo, ci sono casi in cui questo obbligo viene violato e l’identità di chi ha parlato diventa di dominio pubblico. Questo espone il lavoratore alla rabbia di colleghi e superiori. La vicenda che ha portato alla recente decisione riguarda proprio una dipendente di un Consorzio di Polizia Locale. Il suo nome è stato diffuso illecitamente dopo che aveva segnalato gravi irregolarità.

Dal 2019 questa lavoratrice ha vissuto un incubo. Ha subito intimidazioni, minacce e persino aggressioni fisiche. Tutto questo è accaduto perché aveva osato denunciare problemi nella gestione interna.

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Ecco alcuni esempi di cosa aveva scoperto:

  • buoni pasto e indennità dati a persone che non ne avevano diritto;

  • valutazioni del lavoro fatte senza criteri oggettivi;

  • premi in denaro pagati in modo irregolare.

Quali comportamenti sono considerati ritorsivi sul posto di lavoro?

Le ritorsioni non avvengono quasi mai tutte insieme, ma seguono un’escalation. Nel caso analizzato, dopo che la donna aveva informato l’ente, l’ANAC e la Guardia di Finanza, l’ambiente è diventato ostile. Le reazioni dei colleghi non si sono fatte attendere e sono peggiorate nel tempo.

La lavoratrice ha dovuto affrontare procedimenti disciplinari basati sul nulla. È stata isolata dal gruppo e demansionata, ovvero messa a fare lavori di livello inferiore rispetto alle sue competenze. Le hanno assegnato valutazioni negative sulle sue performance per danneggiare la sua carriera. Alla fine, la violenza è diventata anche fisica. È importante notare che la dipendente ha prontamente segnalato ogni singolo atto di vendetta all’Autorità competente, documentando l’accaduto.

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Chi deve provare che le sanzioni disciplinari sono legittime?

Un aspetto fondamentale della legge (sia il vecchio art. 54-bis D.lgs 165/2001 che l’attuale D.lgs 24/2023) riguarda l’onere della prova. Di solito, chi fa causa deve provare di avere ragione. In questi casi, invece, la logica si inverte a favore del lavoratore.

Tocca al datore di lavoro dimostrare che le misure prese contro il dipendente sono legittime e non c’entrano nulla con la segnalazione fatta. Se l’azienda non riesce a fornire questa prova rigorosa, il giudice considera quegli atti come ritorsivi e li annulla. Nel caso specifico, l’ente non è riuscito a giustificare né i procedimenti disciplinari né le valutazioni negative. Di conseguenza, il giudice ha dichiarato la

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nullità di tutti questi atti perché palesemente usati come arma per punire la segnalante.

Il datore di lavoro risponde dei danni per il clima ostile creato?

Non basta annullare le sanzioni. Il giudice ha riconosciuto che l’insieme di aggressioni verbali, minacce e isolamento costituisce mobbing. Questi comportamenti ostili e persecutori hanno un unico scopo: mortificare la vittima ed emarginarla.

La legge (art. 2087 c.c.) impone all’azienda di tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti. Se il datore di lavoro permette che si crei un ambiente nocivo o stressogeno, o se non fa nulla per fermare i colleghi aggressivi, ne è responsabile. Anche la semplice colpa, ovvero la disattenzione, rende l’azienda colpevole. Nel caso in esame, il Consorzio ha avallato un clima di “terrore”. Per questo motivo, è stato condannato a risarcire i danni. L’azienda ha il dovere di vigilare e intervenire per garantire la

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sicurezza psicologica di tutti.

Come si dimostra la sofferenza psicologica subita dal lavoratore?

Ottenere il risarcimento per il danno morale spesso spaventa perché si pensa servano perizie mediche complesse. La sentenza chiarisce un punto importante: la prova della sofferenza può essere raggiunta anche tramite presunzioni.

Il giudice applica un ragionamento logico basato su ciò che accade di solito (id quod plerumque accidit). Se una persona viene isolata, minacciata e umiliata per tre anni, è ovvio che provi dolore. La lavoratrice ha vissuto sentimenti di paura costante, disperazione, vergogna e perdita di stima in se stessa.

Non serve sempre un certificato medico per provare che l’

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emarginazione fa male. I fatti emersi durante il processo erano così chiari da rendere evidente il profondo malessere vissuto dalla donna.

A quanto ammonta il risarcimento per chi subisce vessazioni?

Il calcolo del danno non è matematico ma viene fatto dal giudice in via equitativa (art. 1226 c.c.). Significa che il magistrato decide una somma che ritiene giusta in base alla gravità dei fatti.

Nel caso trattato, il Tribunale ha stabilito un risarcimento di 25.000 euro.

Il calcolo si è basato su questo criterio: circa il 20% dello stipendio mensile della lavoratrice, moltiplicato per la durata delle vessazioni (3 anni).

Questa decisione afferma un principio universale. La dignità non può essere calpestata. Chi ha il coraggio di difendere la legalità non deve essere punito, ma tutelato come una risorsa preziosa per la giustizia e la trasparenza.

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