Pensioni giovani: la complementare è ormai un obbligo

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Autore: Paolo Florio

01 dicembre 2025

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.
L’emergenza del sistema contributivo. Il secondo pilastro è ormai necessario per tutti. Redditi bassi e precariato frenano la previdenza complementare under 35. Età media fondi a 47 anni. In manovra spunta il bonus neonati dal 2026.
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Il patto intergenerazionale su cui si fonda il sistema pensionistico italiano sta mostrando crepe evidenti, rendendo necessaria una presa di coscienza immediata. La regola generale che emerge dall’attuale scenario economico è matematica, prima ancora che politica: nel regime contributivo puro, il primo pilastro (la previdenza pubblica obbligatoria) non è più autosufficiente e richiede strutturalmente il sostegno del secondo pilastro (la previdenza complementare). Tuttavia, i dati dimostrano che proprio coloro che ne avrebbero più bisogno per garantirsi un futuro sereno, ovvero i giovani, sono tagliati fuori da questo meccanismo di tutela.

L’analisi dei dati e delle dinamiche attuali rivela un paradosso preoccupante: il sistema previdenziale integrativo, disegnato per colmare il gap pensionistico delle future generazioni, sta diventando uno strumento appannaggio delle fasce d’età più mature e dei lavoratori economicamente più forti.

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Una platea che invecchia costantemente

I numeri certificano una distanza siderale tra l’obiettivo della norma e la realtà fattuale. La previdenza complementare avrebbe dovuto essere l’ancora di salvezza per i lavoratori entrati nel mondo del lavoro dopo le riforme degli anni Novanta, eppure la crescita degli iscritti registrata negli ultimi anni non riguarda i neo-assunti.

Secondo l’ultimo monitoraggio della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), l’età media degli aderenti ai fondi pensione alla fine del 2024 è salita a

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47 anni, in aumento rispetto ai 46,6 rilevati nel 2019. Su una platea complessiva che sfiora i 10 milioni di aderenti, gli under 35 rappresentano meno del 20 per cento del totale.

Un dato ancora più significativo emerge analizzando la composizione di questa minoranza giovane. Molti di questi iscritti rientrano nella categoria “altri iscritti”, che comprende soggetti non lavoratori e fiscalmente a carico, prevalentemente minori sotto i 15 anni. In questi casi, non si tratta di giovani lavoratori che costruiscono il proprio futuro, ma di posizioni aperte dai genitori per i figli. La crescita del secondo pilastro, dunque, non deriva dalle dinamiche del mercato del lavoro, ma dalla capacità di risparmio delle famiglie già consolidate, lasciando scoperte le nuove leve che devono vivere del proprio salario.

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Il divario tra lavoratori forti e deboli

La regola non scritta ma ferrea che governa l’attuale sistema è che la previdenza integrativa conviene quasi esclusivamente ai “lavoratori forti”. Il meccanismo di incentivo statale si basa sulla deducibilità fiscale: è possibile dedurre dal reddito imponibile fino a 5.164,57 euro annui versati nel fondo pensione.

Questo vantaggio è tangibile e immediato per chi percepisce redditi medio-alti e paga regolarmente l’Irpef. Al contrario, il sistema penalizza i lavoratori fragili, precari o con redditi bassi. Per circa 4,5 milioni di lavoratori italiani che guadagnano meno di 8.500 euro annui – una platea composta spesso da donne con contratti part-time – questo incentivo è nullo. Trovandosi nella cosiddetta

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no tax area, questi soggetti hanno un’imposta già azzerata e, di conseguenza, la deduzione non genera alcun vantaggio economico.

A ciò si aggiunge l’ostacolo strutturale delle soglie di accesso. Dopo la riforma Fornero, per molti lavoratori con carriere discontinue o salari esigui, il raggiungimento degli importi minimi richiesti per il pensionamento appare un miraggio. Anche versando regolarmente, il rischio concreto è di non arrivare alla soglia necessaria, prospettando un’uscita dal lavoro tardiva e con un assegno pubblico estremamente ridotto.

La proposta del bonus per i nuovi nati

Per tentare di invertire questa tendenza e spostare il baricentro del sistema sulle nuove generazioni, la politica e le istituzioni di vigilanza stanno valutando interventi correttivi nella nuova legge di bilancio. La proposta, sostenuta dalla Covip e recepita in un emendamento al Ddl di Bilancio a prima firma Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia), prevede la creazione di una “dote” previdenziale per i

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nuovi nati.

Il meccanismo ipotizzato per i nati dal 1° gennaio 2026 funzionerebbe come un innesco per l’accumulo contributivo:

  • i genitori o i familiari possono attivare un Fondo di previdenza presso l’Inps entro i primi tre mesi di vita del bambino;

  • a fronte di un versamento della famiglia di almeno 100 euro, lo Stato, tramite l’Inps, aggiungerebbe un contributo di 50 euro.

Questa misura mira a una doppia finalità: ampliare la base degli iscritti fin dalla nascita e tentare di riequilibrare la partecipazione previdenziale tra Nord e Sud. Tuttavia, l’iter non è ancora concluso: bisognerà attendere l’approvazione del Parlamento e un successivo decreto del Ministero del Lavoro, di concerto con il Mef, per definire i dettagli operativi.

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I dubbi sulla tenuta futura

Nonostante l’intento lodevole della proposta “dote”, restano aperti interrogativi di fondo sulla sostenibilità del progetto nel lungo periodo. Il problema non è solo l’apertura della posizione, ma la capacità di alimentarla nel tempo. La domanda che analisti e sindacati pongono è duplice: saranno in grado i nuovi nati, una volta entrati nel mercato del lavoro, di continuare a versare contributi alla previdenza integrativa? E le famiglie di oggi, chiamate a sostenere il sistema, hanno la forza economica per farlo?

Il Senato ha recentemente ricordato al Governo, tramite un ordine del giorno (G/1689/6/5), che la pensione delle giovani generazioni necessiterà inevitabilmente dell’integrazione del secondo pilastro. Non si tratta più di un’opzione finanziaria, ma di una necessità sociale per arginare il rischio di povertà in vecchiaia.

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Il fattore culturale e il rischio liquidità

Esiste infine un ostacolo di natura culturale che rischia di vanificare gli sforzi normativi. Anche quando si aderisce ai fondi, al momento del riscatto prevale nettamente la scelta della liquidazione in capitale(prendere tutti i soldi subito) rispetto alla rendita mensile. Questa opzione “svuota” i fondi e ne elude la finalità primaria, che è quella di fornire una seconda pensione complementare a quella pubblica.

Lo stesso emendamento sui nuovi nati prevede la possibilità di riscattare la posizione al compimento dei 18 anni per motivi di studio o formazione. Sebbene utile nell’immediato, questa flessibilità potrebbe annullare la funzione di accumulo previdenziale proprio nel momento in cui l’interesse composto inizierebbe a dare i suoi frutti.

Gli esperti del settore avvertono che il vero “cambio di passo” nella percezione del problema avverrà solo quando le famiglie italiane vedranno i primi pensionati uscire dal lavoro con il sistema interamente contributivo. In quel momento, con la spesa pensionistica pubblica in riduzione, la previdenza integrativa sarà chiamata a svolgere un ruolo sociale determinante, ma per molti potrebbe essere ormai troppo tardi per correre ai ripari.

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