Una doccia fredda per gli automobilisti
La Cassazione chiarisce la regola del chilometro per gli autovelox: il conteggio parte dal primo cartello. Se il segnale si ripete senza incroci, la multa è valida.
Una doccia fredda per gli automobilisti. Immaginate la scena, purtroppo familiare a molti: state guidando su una strada statale, prestando attenzione, quando all’improvviso il flash di un autovelox vi colpisce. Tornate a casa, fate i calcoli e tirate un sospiro di sollievo pensando di aver trovato l’errore che vi salverà il portafogli e i punti della patente. Notate infatti che l’ultimo cartello con il limite di velocità che avete superato era posizionato a meno di un chilometro dalla macchinetta infernale. Siete pronti a fare ricorso, convinti di avere la legge dalla vostra parte, forte di quella norma che impone una distanza minima di mille metri tra il segnale e la postazione fissa di controllo.
Ebbene, fermatevi. Quella che sembrava una certezza granitica per la difesa degli automobilisti è stata appena sgretolata da una pronuncia che riscrive le regole del gioco sulle nostre strade. Con una interpretazione che farà discutere e che chiude le porte a migliaia di potenziali ricorsi, i giudici supremi hanno stabilito un principio che suona come una condanna definitiva per chi sperava nel cavillo tecnico. Non importa se l’ultimo cartello che avete visto era a pochi metri dall’autovelox: quello che conta è la storia pregressa della strada che avete percorso. Se il limite era già stato imposto chilometri prima e non ci sono stati incroci nel mezzo, quel secondo cartello che avete visto è solo un “promemoria” e non azzera il conteggio della distanza. Una decisione che impone una soglia di attenzione altissima a chi guida e blinda l’operato dei Comuni, spesso accusati di utilizzare gli strumenti di rilevazione elettronica più per fare cassa che per sicurezza.
Indice
Il doppio volto della regola del chilometro
La questione è tecnica ma le conseguenze sono tremendamente pratiche. Al centro del dibattito c’è l’applicazione dell’articolo 25 della Legge 120/2010 in combinato disposto con l’articolo 142 del Codice della Strada. La domanda a cui la giustizia doveva rispondere era semplice ma insidiosa: da dove si inizia a misurare il famoso chilometro di distanza obbligatorio per i dispositivi fissi fuori dai centri abitati?
La risposta arriva forte e chiara dalla Corte di Cassazione, sezione Seconda civile, con l’ordinanza n. 31665 del 4 dicembre 2025
Il ragionamento è spietato nella sua logica: se su un tratto di strada viene imposto un limite (ad esempio 70 km/h) tramite un primo cartello, e la postazione di controllo si trova a più di un chilometro da questo primo avviso, la multa è legittima. Il fatto che nel mezzo vi sia un secondo cartello, magari a soli 500 metri dalla telecamera, che si limita a ricordare lo stesso divieto, è totalmente irrilevante. Questo “segnaletica ripetitiva” non ha il potere di azzerare il contachilometri della legalità.
Nota bene: la regola del chilometro, specifica la Corte, si applica solo quando concorrono due condizioni: il dispositivo è fisso (non mobile) e non ci sono intersezioni nel tratto interessato.
Quando l’incrocio cambia le carte in tavola
Attenzione però, perché c’è un’eccezione fondamentale che ogni automobilista deve conoscere per difendere i propri diritti. La logica del “primo cartello” crolla se, tra quel segnale e l’autovelox, c’è un incrocio o un’intersezione.
In questo scenario, la situazione si capovolge a favore del cittadino. Se vi è un’intersezione, infatti, il guidatore che si immette sulla strada principale potrebbe non essere a conoscenza del limite preesistente. Qui scatta l’obbligo per l’ente proprietario della strada di ripetere il segnale
La sentenza è molto critica verso le interpretazioni troppo permissive dei giudici di pace e dei tribunali che avevano dato ragione agli automobilisti basandosi solo sull’ultimo cartello visibile. La Cassazione impone di guardare la strada nella sua interezza: se non ci sono “uscite” o “entrate” (intersezioni), il divieto è un continuum unico.
In sintesi, la battaglia legale si sposta sulla verifica delle intersezioni. Nel caso analizzato dai giudici ermellini, il Tribunale aveva sbagliato a non verificare se vi fossero effettivamente degli incroci tra il primo cartello (posizionato a 1.100 metri) e l’autovelox. Senza incroci, quel secondo cartello “troppo vicino” era carta straccia per la difesa, ma oro colato per la validità della sanzione.