Cosa rischia chi fa recensioni false?

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Autore: Angelo Greco

09 dicembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Criticare i competitor è lecito ma le recensioni fake sono vietate. Il Tribunale punisce i video suggestivi creati solo per screditare l’azienda rivale violando la correttezza professionale.

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Oggi, prima di acquistare un servizio o un prodotto, quasi tutti controlliamo le stelline sul web. La reputazione online è diventata la valuta più preziosa per qualsiasi attività commerciale: basta una ricerca rapida su Google o un’occhiata alle piattaforme dedicate per decidere se fidarsi o meno di un brand. Proprio per questo motivo, la tentazione di giocare sporco per affossare il rivale può essere forte in certi settori molto competitivi. Immaginate un imprenditore che, invece di investire per migliorare la propria offerta, decida di utilizzare tempo e risorse per riempire di commenti negativi la pagina del concorrente o di pubblicare video manipolati per farlo sembrare inaffidabile. Questo comportamento non è una semplice scaramuccia da tastiera tra privati cittadini, ma una violazione grave delle regole del mercato che finisce sempre più spesso nelle aule di tribunale. La legge interviene duramente quando la critica supera il limite della verità e diventa uno strumento pianificato per distruggere la reputazione altrui. Per capire dove finisce il diritto di critica e dove inizia l’illecito civile, è fondamentale rispondere alla domanda:

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cosa rischia chi fa recensioni false?

In questo articolo vedremo come i giudici distinguono tra un feedback reale e una campagna diffamatoria organizzata. Analizzeremo perché montare video in modo suggestivo per ridicolizzare il competitor costa caro e quali prove servono per smascherare i profili falsi che inquinano le piattaforme, partendo da un caso concreto che ha coinvolto il settore dei prestiti.

È lecito criticare pubblicamente un’azienda concorrente?

La prima cosa da chiarire è che parlare male di un competitor non è sempre vietato in senso assoluto. Utilizzare canali social e piattaforme per esprimere

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opinioni o evidenziare differenze è lecito, purché si rimanga rigorosamente nel perimetro della verità e della correttezza.

Tuttavia, la situazione cambia radicalmente se la critica proviene da un altro imprenditore e si basa su falsità o manipolazioni. Il Tribunale di Roma (XVII Sezione civile, ordinanza recente) ha stabilito che scatta la concorrenza sleale quando si ricorre a mezzi scorretti per alterare il mercato.

Non stiamo parlando di semplici “haters” o clienti insoddisfatti che scrivono un commento negativo, ma di una disputa tra aziende dove una cerca di danneggiare l’altra inventando disservizi. La qualificazione della condotta cambia proprio perché la controversia coinvolge imprenditori: in questo contesto, le regole di ingaggio impongono lealtà e vietano azioni idonee a creare discredito ingiustificato.

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Cosa rischia chi scrive recensioni false sul rivale?

Un metodo classico ma illecito è l’uso delle cosiddette recensioni fake. Per spiegare la gravità della cosa e come viene scoperta, usiamo l’esempio di un contenzioso recente tra due società che operano nel settore della gestione del debito e dei finanziamenti (Reparadora Italia/GoBravo contro Difesa Debitori).

Un’azienda aveva accusato la concorrente di aver pubblicato ben 221 recensioni negative fasulle per affossarne l’immagine. Dalle consulenze tecniche è emerso un quadro chiarissimo:

  • solo nove dei “critici” online erano stati davvero clienti dell’azienda colpita;

  • appena 17 profili di recensori erano riconducibili a persone fisiche esistenti e attive sul web.

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Tutto il resto era materiale inventato. Questa condotta ha portato il Tribunale a concedere un’inibitoria in via d’urgenza (un ordine di smettere immediatamente), costringendo poi le parti a un accordo transattivo per chiudere la questione relativa alla piattaforma Trustpilot. Scrivere il falso per simulare un disservizio di massa è una pratica che i giudici sanzionano severamente.

Si possono pubblicare video per denunciare il concorrente?

Oltre alle recensioni scritte, anche i contenuti multimediali sono sotto la lente d’ingrandimento. Spesso si vedono imprenditori che usano i social per “smascherare” i rivali.

La narrazione dell’imprenditore “avvelenato”, che si scaglia contro il concorrente per denunciarne la presunta scorrettezza, deve essere oggettiva.

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Secondo i giudici, se il fine non è dare un’informazione utile ai clienti, ma solo arrecare discredito alla società concorrente, si viola la legge.

È stato confermato che utilizzare videomessaggi montati in forma suggestiva o fuorviante costituisce concorrenza sleale. Non si può manipolare la realtà per far apparire l’altro come un incapace o un truffatore se i fatti non supportano questa tesi in modo cristallino e se la modalità espositiva è pensata solo per ferire l’immagine aziendale.

Quando un montaggio video diventa illegale?

Per capire meglio cosa si intende per contenuto “suggestivo”, pensiamo all’esempio pratico citato nell’ordinanza del Tribunale di Roma. Un imprenditore aveva registrato delle telefonate fatte al competitor fingendosi un potenziale cliente interessato a un prestito.

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Successivamente, aveva montato queste registrazioni audio inserendo:

  • parole fuori contesto;

  • spezzoni di film inseriti ad arte.

L’obiettivo di questo “taglia e cuci” era suggerire esplicitamente allo spettatore l’idea che l’attività del concorrente fosse gravemente superficiale o addirittura truffaldina.

Questo modo di agire supera i limiti della continenza (cioè della misura corretta ed educata nell’esprimersi). Integrare una condotta idonea a generare discredito attraverso trucchi di montaggio viola le regole di buona educazione e fair play. Queste regole, sottolineano i giudici, sono cogenti (cioè obbligatorie) anche nel mondo online: non si può invocare la libertà di espressione per costruire trappole mediatiche contro i rivali.

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