Contratto non rispettato da entrambi: di chi è la colpa?

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Autore: Angelo Greco

10 dicembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Se due parti non rispettano gli accordi, il giudice valuta chi ha commesso l’errore più grave. Scopri come funziona la comparazione degli inadempimenti e chi deve risarcire il danno secondo la legge.

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Quando firmiamo un contratto, ci aspettiamo che tutto vada secondo i piani. Io pago, tu consegni la merce. Io lavoro, tu mi paghi. Spesso però la realtà è più complicata e nascono litigi in cui entrambe le parti si accusano a vicenda di non aver fatto il proprio dovere. Si crea una situazione di stallo: uno dice “non ti ho pagato perché tu eri in ritardo”, e l’altro risponde “ero in ritardo perché non mi hai dato i documenti”. In questi casi di caos legale, chi ha ragione? La legge non prevede il pareggio. Anche se entrambi hanno sbagliato, uno dei due ha quasi sempre sbagliato “di più” o ha dato inizio alla catena di problemi. Capire come i tribunali sciolgono questi nodi è fondamentale per tutelarsi. Non basta puntare il dito contro l’altro; bisogna mettere sulla bilancia le azioni di tutti e due. In questo articolo risponderemo alla seguente domanda: se il

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contratto non è rispettato da entrambi, di chi è la colpa? Analizzeremo il meccanismo del confronto tra le condotte, basandoci sui principi stabiliti dai giudici supremi in una recente ordinanza. Vedremo che contano i numeri, l’importanza degli interessi in gioco e, soprattutto, la buona fede dimostrata durante il rapporto.

Come decide il giudice se tutti e due hanno torto?

Partiamo dal principio generale: quando un soggetto non adempie il contrato, l’altro è liberato dalla propria prestazione e gli può chiedere il

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risarcimento (danno emergente e lucro cessante). Ciò succede solo quando l’inadempimento è grave: nei casi di minor valore (si pensi a una ruota bucata per l’acquisto di un’auto) si può domandare solo una riduzione del prezzo o il risarcimento.

Luca chiede una fornitura di arance. Matteo gliela consegna ma di scarsa qualità. Luca pertanto non paga la prima trance. Matteo gli fa causa. A questo punto bisognerà capire chi dei due è stato il primo a non adempiere correttamente alla propria prestazione. Luca dovrà cioè provare in giudizio che il mancato pagamento è stato causato dalla prestazione non conforme alla qualità concordata.

Quando due soggetti sono entrambi inadempimenti, bisogna capire chi dei due ha dato causa all’inadempimento dell’altro (come forma di autotutela). E ciò serve proprio al fine di determinare a quale parte accordare il risarcimento.

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Quando ci si trova di fronte a inadempienze reciproche, ovvero quando entrambi i contraenti hanno violato qualche regola dell’accordo, il giudice non può limitarsi a condannare entrambi o nessuno. Deve svolgere un compito preciso: il giudizio di comparazione. Significa che il magistrato deve mettere a confronto il comportamento delle due parti. Non tutte le violazioni sono uguali. Bisogna valutare la condotta complessiva per stabilire quale delle due sia “più grave” ai fini dello scioglimento (risoluzione) del contratto. Questa valutazione non si basa su sensazioni personali, ma su parametri precisi:

  • l’oggettiva entità degli inadempimenti (quanto è grande il danno o la mancanza);

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  • i rispettivi interessi dei contraenti.

Solo attraverso questo confronto analitico si può capire chi deve pagare i danni. La Cassazione (Cass. ord. 25845/20) ha ribadito che questo passaggio è obbligatorio per arrivare a una sentenza giusta.

Quali criteri si usano per stabilire la violazione più grave?

Per vincere la causa, non basta dimostrare che l’altro ha sbagliato. Bisogna provare che il suo errore è la causa principale del fallimento dell’accordo. Il giudice deve stabilire quale delle due parti si sia resa responsabile delle violazioni maggiormente rilevanti.

Il criterio fondamentale è la causalità: bisogna capire se il comportamento scorretto di Tizio è stato la

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causa del comportamento di Caio. Chi ha iniziato? Chi ha reso impossibile proseguire? Si guarda a chi ha provocato la conseguente alterazione del sinallagma. Con questa parola difficile si intende semplicemente l’equilibrio dello scambio (io ti do una cosa, tu mi dai soldi). Chi rompe questo equilibrio in modo determinante si assume la responsabilità della fine del contratto.

Cosa succede se non pago la caparra ma l’altro non finisce i lavori?

Per spiegare questo concetto difficile, usiamo un esempio pratico tratto dalla vicenda analizzata dalla Corte (Cass. ord. 25845/20). Immaginiamo una lite tra un cantiere nautico e un cliente per un leasing di una barca.

Le accuse sono reciproche:

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  • il cliente non ha versato la caparra di 25.000 euro;

  • il cantiere non ha svolto alcuni lavori per un valore di circa 14.000 euro.

A prima vista sembrano entrambi colpevoli. Ma applicando la comparazione, i pesi sono diversi. La mancata caparra è un fatto centrale nell’accordo. I lavori non fatti, invece, avevano un valore economico inferiore ed erano estranei allo scambio principale. Inoltre, nel caso specifico, il cantiere aveva pagato canoni di leasing per oltre 140.000 euro per aiutare il cliente.

Ignorare queste differenze numeriche e di comportamento porta a una sentenza sbagliata. Non si può dire che l’omissione di piccoli lavori (14 mila euro) sia grave quanto il mancato versamento della caparra (25 mila euro) o ignori l’enorme sforzo economico (140 mila euro) fatto dalla controparte.

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Quanto conta la buona fede nel comportamento delle parti?

Un aspetto che il giudice non può mai trascurare è la buona fede. Nel valutare chi ha torto, si guarda anche a chi ha cercato di salvare il rapporto contrattuale. Se una parte, pur di fronte alle difficoltà, continua a sborsare denaro (come i canoni di leasing nell’esempio sopra) per consentire all’altra di mantenere la sua posizione, dimostra un comportamento corretto che ha un peso enorme nel giudizio finale.

Al contrario, le motivazioni del giudice non possono essere vaghe. Parlare di “non linearità” del comportamento o di situazioni di “opacità” non basta. Il giudizio sull’inadempimento (art. 1455 c.c.) richiede

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chiarezza e obiettività. Bisogna dire esattamente quale obbligo non è stato rispettato e quanto vale. Una motivazione apparente, che usa termini generici senza analizzare i fatti concreti e i numeri, viene bocciata in Cassazione.

La decisione del giudice si può contestare in Cassazione?

L’accertamento su chi ha la colpa più grave è un compito che spetta al giudice di merito (Tribunale o Corte d’Appello). Di solito, la Cassazione non può rifare questo processo logico.

Tuttavia, esiste un’eccezione importante. L’accertamento è incensurabile in sede di legittimità solo se è immune da vizi motivazionali. Se il giudice d’appello scrive una sentenza dove il ragionamento non sta in piedi, dove ignora le prove o dove la spiegazione è solo di facciata (apparente), allora la Cassazione può intervenire e annullare la decisione. È proprio quello che succede quando si trascurano le proporzioni economiche degli inadempimenti o si dimenticano gli obblighi di buona fede, condannando ingiustamente la parte che in realtà aveva subito il danno maggiore.

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