Superbonus e cantieri a metà: ora il Fisco controlla privati e condomìni

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Autore: Angelo Greco

11 dicembre 2025

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Controlli in arrivo sui lavori non finiti: a rischio 6mila condomini per 4 miliardi di opere. Senza salto di classe energetica, l’Agenzia delle Entrate chiede i soldi ai proprietari.

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La responsabilità fiscale resta sempre in capo al beneficiario. Esiste una regola generale nel diritto tributario che spesso viene oscurata dall’entusiasmo per le agevolazioni, ma che emerge con prepotenza quando i nodi vengono al pettine: la responsabilità finale di una detrazione fiscale ricade sempre sul contribuente beneficiario, indipendentemente dagli errori o dalle inadempienze dei fornitori. È questo il principio che sta per abbattersi su migliaia di cittadini italiani coinvolti nel

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Superbonus. Non importa se l’impresa è sparita, se i materiali non sono arrivati o se i calcoli del tecnico erano errati: per l’Agenzia delle Entrate, l’interlocutore unico a cui chiedere la restituzione delle somme indebitamente percepite è il proprietario dell’immobile.

La vicenda dei cantieri lasciati a metà, che sta emergendo con forza nelle ultime settimane, non è solo una questione di degrado urbano o di disagi abitativi, ma rappresenta una bomba a orologeria sui conti delle famiglie. I condomini, pur agendo spesso in totale buona fede e affidandosi a professionisti, si trovano oggi esposti al rischio concreto di dover restituire crediti fiscali di cui spesso non hanno nemmeno incassato la liquidità, avendoli ceduti a terzi. È la conferma che, nel rapporto con il Fisco, la delega operativa non cancella mai la titolarità dell’obbligo.

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I numeri della crisi: 4 miliardi di lavori fantasma

Il fenomeno non è basato su sensazioni, ma su dati analitici precisi che emergono dalla lettura dei report periodici elaborati dall’Enea. Analizzando le cifre, si delinea un quadro preoccupante: esiste una quota rilevante di lavori che, sulla carta, risultano avviati e coperti dalle asseverazioni necessarie per la detrazione, ma che nella realtà non sono mai stati materialmente portati a termine.

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Il valore economico di queste opere incompiute è stimato in circa 4 miliardi di euro. Non si tratta di casi isolati, ma di una massa critica di interventi che riguarda prevalentemente gli edifici condominiali. Le statistiche, aggiornate alla fine di ottobre e quindi a ridosso della scadenza definitiva della maxi agevolazione fissata per il 31 dicembre, indicano che resta ancora da chiudere circa il 5% dei lavori totali.

Tradotto in termini immobiliari, stiamo parlando di circa 6mila condomini che si trovano attualmente in un limbo: i cantieri sono aperti, ma le opere non sono concluse. Questo ritardo espone i proprietari a contestazioni immediate, poiché la chiusura dei lavori entro i termini di legge è condizione imprescindibile per cristallizzare il diritto al bonus.

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Il meccanismo della decadenza e il recupero delle somme

La questione centrale che attiverà i radar dell’amministrazione finanziaria è il mancato raggiungimento dell’obiettivo tecnico del Superbonus: il doppio salto di classe di efficienza energetica. La norma è rigida e non ammette deroghe: l’agevolazione spetta solo se l’edificio migliora le proprie prestazioni energetiche di almeno due classi. Questo risultato deve essere certificato a lavori conclusi.

Se il cantiere si ferma prima del traguardo, il requisito decade automaticamente. La conseguenza normativa è che l’intera impalcatura fiscale crolla: le somme già incassate o cedute sotto forma di Stati di Avanzamento Lavori (

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Sal) diventano illegittime e devono essere restituite.

Perché i condomini vengono penalizzati

Qui scatta il meccanismo che penalizza i condomini. L’Agenzia delle Entrate, rilevando il mancato completamento dell’opera, avvierà le procedure di recupero. Queste azioni sono dirette ai titolari degli sconti fiscali, ovvero i proprietari degli appartamenti.

Non essendoci una norma specifica che limiti la responsabilità del committente o che la sposti interamente sull’impresa inadempiente, il Fisco bussa alla porta di chi ha beneficiato (o avrebbe dovuto beneficiare) della detrazione.

Le cause di questi blocchi sono molteplici: si va dalle imprese improvvisate che hanno accumulato decine di incarichi senza avere la capacità operativa per gestirli, fino a fattori contingenti come la difficoltà nel reperimento dei materiali necessari per chiudere i cantieri. Tuttavia, per l’Erario, la motivazione del blocco è irrilevante ai fini del recupero del credito.

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Il paradosso dello sconto in fattura

L’aspetto più drammatico di questa fase di controlli risiede nella modalità con cui verranno richiesti i soldi indietro. Gli atti di recupero dei crediti di imposta hanno caratteristiche molto severe: riguardano cifre solitamente ingenti e prevedono la richiesta di versamento in un’unica soluzione, senza possibilità di rateizzazione agevole. Inoltre, alle somme originali vanno aggiunti gli interessi maturati e le sanzioni amministrative.

Si viene a creare un paradosso finanziario per le famiglie coinvolte. Nella maggior parte dei casi, i condomini non hanno mai avuto la disponibilità materiale del denaro che oggi viene loro richiesto. Avendo optato per lo sconto in fattura o la cessione del credito, i soldi sono transitati direttamente dallo Stato (sotto forma di credito d’imposta) alle imprese esecutrici o alle banche.

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Il condomino, magari una persona anziana o senza grandi disponibilità liquide, si trova nella posizione di dover restituire “cash” somme che ha visto solo sulla carta. Ha assistito a un trasferimento di crediti, ma risponde con il proprio patrimonio personale del fallimento dell’operazione.

Questo scenario rischia di mettere in ginocchio l’economia di migliaia di famiglie che si sono fidate del meccanismo agevolativo senza calcolare il rischio di controparte rappresentato dall’affidabilità dell’impresa edile.

Le frodi nelle asseverazioni e la buona fede

Oltre al problema dei lavori non finiti per incapacità dell’impresa, esiste il filone parallelo e altrettanto pericoloso delle frodi legate alle asseverazioni. Le

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asseverazioni sono i documenti chiave del Superbonus: certificazioni firmate da professionisti abilitati che attestano due elementi fondamentali, ovvero l’avanzamento fisico dei lavori e la congruità dei costi dei materiali utilizzati.

Sono emersi numerosi casi di asseverazioni irregolari. In queste situazioni, non vi è corrispondenza tra la realtà del cantiere e quanto dichiarato nei documenti ufficiali. Le casistiche più frequenti riguardano:

  • costi gonfiati artificialmente per massimizzare il credito cedibile;

  • lavori dichiarati come eseguiti ma mai realmente effettuati.

Queste inesattezze configurano vere e proprie frodi. Il problema, ancora una volta, ricade sul condomino in buona fede. Il proprietario di casa difficilmente possiede le competenze tecniche per verificare se il computo metrico è corretto o se i materiali installati corrispondono esattamente a quelli asseverati. Si fida del professionista e dell’impresa.

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Cosa rischiano i condomini per le frodi del Superbonus

Nonostante la buona fede e l’inconsapevolezza della frode, è al condomino che viene contestata la titolarità della detrazione indebita. A livello locale, diversi uffici delle Entrate stanno già procedendo in questa direzione, notificando atti di recupero che includono non solo l’imposta, ma anche pesanti sanzioni, ritenendo il contribuente responsabile della verifica sulla veridicità di quanto dichiarato a suo nome.

Il nodo dei materiali a terra nei Sal

Un ultimo, specifico fronte di contenzioso che si sta aprendo riguarda la contabilizzazione dei materiali consegnati in cantiere. La normativa del Superbonus ha legato effetti giuridici rilevanti al raggiungimento di determinate

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percentuali di avanzamento lavori (i cosiddetti Sal, solitamente al 30% e al 60%). Raggiungere queste percentuali entro certe date era spesso condizione necessaria per ottenere proroghe o mantenere l’aliquota massima del 110%.

Ad esempio, a fine 2022, la proroga per le villette unifamiliari era subordinata alla prova di aver raggiunto il 30% dei lavori entro il 30 settembre. Per raggiungere questa soglia, molti tecnici e imprese hanno adottato la linea interpretativa secondo cui i materiali acquistati e consegnati in cantiere (i cosiddetti “materiali a piè d’opera”) potessero essere conteggiati nel calcolo del Sal, anche se non ancora installati.

Questa prassi, diffusissima per cercare di rientrare nelle scadenze sempre più stringenti, è ora oggetto di contestazione. Diversi uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate stanno iniziando a disconoscere questa modalità di calcolo, sostenendo che il lavoro si considera effettuato solo quando il materiale è installato e l’opera è realizzata.

Se questa interpretazione dovesse consolidarsi, verrebbe retroattivamente meno il raggiungimento delle percentuali minime (come il 30%) che davano diritto alla detrazione o alla proroga. Il risultato sarebbe, ancora una volta, la decadenza totale dal beneficio e la richiesta di restituzione delle somme ai condomini, travolti da una disputa tecnica sulla contabilizzazione di cantiere di cui spesso ignoravano l’esistenza.

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