Supermercati chiusi la domenica: la clamorosa proposta che cambierà la nostra spesa
La rivoluzione per il 2026: serrande abbassate nei festivi per abbattere i costi e salvare i portafogli degli italiani. Ecco tutti i dettagli dello stop.
La fine di un’era per le domeniche al centro commerciale. Immaginate di svegliarvi una domenica mattina, preparare la solita lista della spesa e, una volta arrivati davanti al vostro supermercato di fiducia, trovarvi davanti a una saracinesca abbassata. Quello che per oltre un decennio è stato considerato un servizio scontato, una comodità intoccabile per milioni di famiglie italiane, sta per essere messo seriamente in discussione. Il 2026 si preannuncia come un anno di estrema freddezza per l’economia del nostro Paese, con una crescita che definire timida è un eufemismo: le stime parlano di un misero 0,2% per il Prodotto Interno Lordo e di uno 0,3% per i consumi. In questo contesto di stagnazione, dove ogni centesimo conta, le grandi catene della distribuzione organizzata stanno valutando una mossa senza precedenti. La proposta arriva direttamente dai
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Serrande abbassate per fermare l’emorragia di denaro
La strategia è chiara e dirompente: tornare a sei giorni di apertura settimanale. Questa decisione non nasce dal nulla, ma è una risposta diretta alle difficoltà vissute nell’ultimo anno, segnato da vendite in calo e costi di gestione alle stelle. Chiudere la domenica significa prima di tutto risparmiare sul costo del personale. Bisogna sapere, infatti, che lavorare nel giorno festivo costa alle aziende molto di più: i dipendenti ricevono una maggiorazione che pesa per almeno il 30% sul salario normale. Rinunciare a queste aperture permetterebbe di recuperare una somma enorme, stimata tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro a livello nazionale. Questi soldi non finirebbero semplicemente nelle tasche delle aziende, ma potrebbero essere utilizzati per aumentare le offerte e gli sconti durante la settimana, dando una boccata d’ossigeno alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Inoltre, c’è un tema di benessere per i lavoratori: molti dipendenti chiedono a gran voce di poter riavere la domenica libera per stare con i propri cari.
Addio alle aperture liberalizzate dal decreto salva italia
Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna fare un passo indietro nel tempo, precisamente al 2011. Fu allora che il governo guidato da Mario Monti, attraverso il cosiddetto Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201, noto come Salva Italia, decise di liberalizzare completamente gli orari dei negozi. L’obiettivo era stimolare la concorrenza e i consumi, permettendo ai supermercati di restare aperti sempre, festivi inclusi. Oggi, dopo quindici anni, quel modello sembra mostrare la corda. Secondo i dati attuali, un italiano su tre non mette piede in un supermercato la domenica, preferendo organizzarsi diversamente. La scommessa della grande distribuzione è che, chiudendo nel giorno festivo, la spesa non andrebbe persa, ma si sposterebbe semplicemente sugli altri sei giorni della settimana, rendendo l’intero sistema più efficiente e meno costoso.
Come cambierà il nostro carrello tra salute e risparmio
Oltre al giorno in cui faremo la spesa, cambierà anche quello che metteremo dentro il carrello. Gli italiani sono sempre più preoccupati e incerti: sei persone su dieci guardano al futuro con ansia. Questo si traduce in scelte di acquisto molto precise. Per risparmiare, trionferanno i prodotti con il marchio del supermercato (la cosiddetta “private label”), che costano meno di quelli delle marche famose ma garantiscono qualità. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione per la salute: via libera a cibi senza conservanti, meno grassi e zuccheri, con un forte aumento di frutta, verdura e pesce a discapito di carne rossa e salumi. In un’Italia che deve fare i conti anche con una denatalità record, dove solo pochissimi giovani pensano di avere un figlio nel breve periodo, il mondo dei consumi si sta trasformando radicalmente. Meno cene fuori e più pasti ordinati a casa o cucinati tra le mura domestiche per risparmiare, in attesa che la tempesta economica passi.