Referendum giustizia: la sinistra oltre il dogma del potere togato
Il voto di marzo non è un’ordalia tra fazioni. Analizziamo l’evoluzione del rapporto tra sinistra e magistratura, dalle Brigate Rosse fino a Tangentopoli.
L’appuntamento con il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo non deve essere interpretato come uno scontro frontale tra opposte fazioni politiche, ma come l’occasione per ristabilire un principio di equilibrio istituzionale. Recentemente, a Firenze, un fronte eterogeneo composto da esponenti della sinistra italiana, costituzionalisti e rappresentanti del centrosinistra come Pina Picierno, Raffaella Paita, Cesare Salvi e Stefano Ceccanti, ha ribadito una regola che dovrebbe essere universale: la valutazione di una
Indice
Il mito dell’ordalia e la necessità di una scelta laica
Per gran parte dell’elettorato di area progressista, bocciare la riforma appare quasi come un obbligo morale, un modo per esprimere dissenso verso l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Tuttavia, questa visione riduce un tema complesso a una mera conta dei voti tra destra e sinistra. La partecipazione di figure storiche della sinistra al comitato per il “Sì” dimostra che esiste una distinzione netta tra l’opposizione politica e la necessità di intervenire su un sistema giudiziario che ha visto mutare profondamente i propri equilibri interni e il proprio rapporto con il legislatore.
La regola generale che emerge da questo dibattito è che il referendum non è un plebiscito sul governo, ma uno strumento per correggere distorsioni storiche. La metamorfosi del rapporto tra sinistra e magistratura ha radici profonde, che partono da una diffidenza totale per arrivare a una vera e propria abdicazione della politica in favore delle toghe.
Dalla diffidenza del dopoguerra alla nascita di magistratura democratica
Sino alla fine degli anni Sessanta, il Partito Comunista Italiano (PCI) e il Partito Socialista Italiano (PSI) guardavano alla magistratura con sospetto. I giudici erano visti come i guardiani di un ordine conservatore e gerarchico, formatisi durante il ventennio fascista e rimasti ai loro posti quasi senza soluzione di continuità. L’esempio più eclatante fu quello di Gaetano Azzariti, che dopo aver presieduto la Commissione sulla razza divenne il primo presidente della Corte Costituzionale.
In quegli anni, la magistratura era percepita come un’articolazione del potere economico e politico avverso ai movimenti operai. La svolta iniziò nel 1964 con la fondazione di Magistratura democratica, una corrente che mirava a democratizzare la categoria dall’interno. I cosiddetti “pretori d’assalto” iniziarono a interpretare le leggi in modo estensivo, occupandosi di temi sociali, ambientali e di finanziamento ai partiti. Eppure, il PCI di allora, guidato dal dogma del primato della politica, manteneva ancora una distanza di sicurezza, diffidando dell’idea che la trasformazione della società potesse passare esclusivamente attraverso le aule di tribunale.
La lotta al terrorismo e la prima delega alla magistratura
Il vero punto di rottura si verificò durante gli anni di piombo. Di fronte alla minaccia delle Brigate Rosse e dei gruppi armati, il
Sotto la regia di figure come Luciano Violante, si saldò un asse tra la sinistra politica e i magistrati più impegnati sul fronte dell’antiterrorismo. Fu questo il primo passo verso un ribaltamento dei ruoli: la magistratura non era più solo un organo tecnico, ma assumeva una funzione di salvaguardia dello Stato che la politica non riusciva più a esercitare autonomamente. Questa dinamica iniziò a erodere l’indipendenza del legislatore, creando un precedente di dipendenza psicologica e operativa.
Gli anni ottanta e l’uso del potere giudiziario come scudo
Durante il decennio successivo, mentre leader come Bettino Craxi e Francesco Cossiga tentavano di rivendicare il primato della politica, la sinistra scelse sistematicamente di schierarsi con il potere togato. Ogni scontro tra il governo e i giudici vedeva il PCI posizionarsi a difesa di questi ultimi, utilizzandoli come un contrappeso morale e politico contro i propri avversari.
In questo clima, la magistratura riuscì a imporre l’idea di essere un potere deputato al controllo di legalità sugli altri organi dello Stato, pur rifiutando di sottostare a controlli analoghi in nome dell’autogoverno. Emblematico fu il caso del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati: nonostante la vittoria schiacciante dei “Sì”, la politica varò una legge che di fatto annullò l’esito della consultazione popolare, lasciando intatti i privilegi della categoria. Le stragi di mafia degli anni successivi non fecero che cementare questo legame, elevando i magistrati a eroi civili e rendendo quasi impossibile ogni critica al loro operato.
Il terremoto di tangentopoli e la resa della politica
Il capovolgimento definitivo dei rapporti di forza si compì con la stagione di Mani Pulite. All’inizio, anche il Pds di Achille Occhetto guardava con timore all’ipotesi di una gestione giudiziaria del cambio di regime, arrivando a definire un eventuale avviso di garanzia come un “golpe”. Tuttavia, la pressione dell’opinione pubblica e il successo mediatico di figure come Antonio Di Pietro spinsero la sinistra ad abbracciare totalmente l’azione della magistratura.
L’uso della custodia cautelare come strumento di pressione e la costante fuga di notizie vennero accettate come mali necessari per abbattere il sistema della Prima Repubblica. La sinistra scelse di non riformare la politica, ma di affidarne la purificazione ai magistrati, rinunciando alla propria autonomia morale. Questa decisione fu dettata da calcoli opportunistici ma anche da una profonda sfiducia nelle proprie capacità di autoriforma. Da quel momento, il
La bicamerale di D’Alema e il veto delle toghe
Il tentativo più significativo di invertire questa rotta fu la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997. L’obiettivo era riformare la Costituzione attraverso un dialogo tra maggioranza e opposizione, includendo un riassetto dell’ordine giudiziario. Tuttavia, l’esperimento fallì non solo per le resistenze di Silvio Berlusconi, ma soprattutto per il netto rifiuto della magistratura a qualsiasi intervento che limitasse il suo raggio d’azione.
Di fronte al diktat dei magistrati, il Pds preferì sacrificare la riforma e accettare il fallimento della Bicamerale piuttosto che aprire un conflitto aperto con le toghe. Fu la conferma definitiva di una subalternità che ha paralizzato la transizione istituzionale italiana per quasi trent’anni. Oggi, il
Perché votare sì non è un tradimento dell’identità di sinistra
La presenza di costituzionalisti e politici di lungo corso nel fronte del “Sì” suggerisce che è possibile, e forse doveroso, recuperare quella cultura garantista che apparteneva alla sinistra delle origini. Votare a favore della riforma non significa sostenere il governo Meloni, ma riconoscere che la politica deve tornare a esercitare la sua funzione legislativa senza subire veti da parte di altri poteri.
Il superamento della logica dell’ordalia permetterebbe di affrontare temi come la separazione delle carriere o la responsabilità dei magistrati con un approccio laico e non ideologico. Se la sinistra vuole tornare a essere protagonista della vita democratica, deve smettere di usare la magistratura come un surrogato della propria iniziativa politica. Il voto di marzo è dunque un test di maturità per chi crede che l’equilibrio tra i poteri sia la base di una democrazia sana.