Referendum giustizia: la data del 22-23 marzo a rischio rinvio

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Autore: Paolo Remer

15 gennaio 2026

Laureato con lode in Giurisprudenza e Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria. Già magistrato ordinario, giudice tributario ed ufficiale nella Guardia di Finanza. Attualmente, è consulente di direzione aziendale.

Il Comitato del No ha raggiunto le 500mila firme necessarie: ora le opposizioni chiedono un’informativa urgente alla premier Meloni. Il TAR del Lazio deciderà il 27 gennaio sul ricorso contro il decreto del Governo che ha già fissato la consultazione.

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Il cammino verso il referendum sulla riforma della giustizia si complica e la data del 22 e 23 marzo, già fissata dal Governo, appare oggi incerta. La notizia del giorno è il raggiungimento della soglia delle 500.000 firme da parte del Comitato promotore del “NO”: un traguardo che sposta l’asse della contesa dal piano politico a quello giuridico-costituzionale. Del resto i sostenitori del “SI” avevano detto subito che l’iniziativa di raccolta firme, lanciata il 22 dicembre scorso, servisse proprio ad

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allontanare la data del voto. Vediamo cosa sta succedendo e quali sono gli scenari più probabili.

L’offensiva delle opposizioni: «Meloni riferisca alla Camera»

Poco dopo l’annuncio del superamento delle firme, il quadro politico si è surriscaldato. Le forze politiche di opposizione – Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) – hanno chiesto congiuntamente e con urgenza un’informativa del presidente del Consiglio dei ministri alla Camera dei Deputati.

La richiesta è indirizzata direttamente alla premier

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Giorgia Meloni: le opposizioni vogliono sapere se il Governo intenda rivedere la propria posizione e procedere a un rinvio della consultazione alla luce della nuova iniziativa popolare, che gode di una legittimazione diretta dai cittadini.

Il nodo del contendere: perché la data potrebbe slittare?

Il Governo ha indetto il referendum lo scorso 12 gennaio, basandosi sulle richieste presentate dai parlamentari, fissando le date per il voto dei cittadini al 22 e 23 marzo.

Tuttavia, il Comitato promotore del No contesta la tempistica: secondo i giuristi e i cittadini che hanno raccolto le firme, l’Esecutivo avrebbe dovuto attendere la scadenza naturale dei tre mesi previsti dalla Costituzione (quindi aspettare fino al 30 gennaio) prima di fissare la data, così da permettere anche alla richiesta popolare di essere validata dalla Cassazione ed, eventualmente, accorpata a quella di iniziativa parlamentare.

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Il Governo, di contro, ha seguito pedissequamente la legge del 1970 che impone di fissare la data entro 60 giorni dal via libera della Cassazione (che è avvenuto a novembre per i quesiti depositati dai parlamentari).

Questo scontro interpretativo è inedito e ha generato uno scenario critico, innanzitutto perché i rispettivi quesiti differiscono: la raccolta firme popolare propone un quesito più analitico e dettagliato rispetto a quello dei parlamentari, elencando precisamente gli articoli costituzionali modificati dalla riforma della giustizia.

Sul sito del Ministero della Giustizia – ove, al momento in cui scriviamo questo articolo, risultano raccolte 510.679 firme, con ampio superamento del quorum costituzionale di 500mila – si legge la seguente

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formulazione del quesito di iniziativa popolare:

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?

Inoltre la questione si complica per la presenza di un contenzioso legale già instaurato sulla vicenda: è attualmente pendente un ricorso, presentato il 13 gennaio dagli oppositori presso il TAR del Lazio. Sebbene il tribunale abbia inizialmente

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respinto la sospensione cautelare del decreto del Governo che ha fissato le date, la decisione di merito è attesa per il prossimo 27 gennaio. Un esito favorevole ai ricorrenti potrebbe ribaltare tutto, a partire dalla data della consultazione referendaria.

Gli scenari possibili

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha confermato che il Governo attende con cautela la pronuncia del TAR. «Deciderà il giudice amministrativo, aspettiamo il 27 gennaio, siamo in fiduciosa attesa della decisione, poi vedremo», dice ai cronisti dell’agenzia stampa Adnkronos che poco fa gli chiedevano un commento sul raggiungimento delle 500mila firme sul referendum.

Se i giudici amministrativi dovessero annullare il decreto di indizione, il

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Governo sarebbe obbligato a fissare una nuova data, verosimilmente più avanti nella primavera o all’inizio dell’estate, per consentire alla Corte di Cassazione di verificare formalmente le 500.000 firme appena depositate (anche questa è un’attività indispensabile e allunga i tempi).

In caso di conferma del decreto, invece, non è escluso che il Comitato promotore del NO decida di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo che il decreto governativo abbia leso il diritto dei cittadini di partecipare alla consultazione con il proprio quesito specifico.

Cosa potrebbe succedere in concreto

La partita, dunque, resta apertissima. Il 27 gennaio sarà la data spartiacque: si voterà tra due mesi o si aprirà una nuova finestra elettorale? La pressione delle firme popolari e il pressing delle opposizioni in Aula sembrano spingere verso la seconda opzione, ma molto dipenderà dalla prossima decisione del TAR che a questo punto, e al di là di ogni volontà politica, diventa il vero ago della bilancia. Intanto la data del voto resta, per ora, formalmente confermata ma non è più certa come sembrava fino a ieri.

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