Spese processuali: chi deve pagare i costi di una causa civile?

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Autore: Angelo Greco

17 gennaio 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Guida su chi paga la causa, come funziona il principio di soccombenza e quando il giudice può decidere per la compensazione delle spese.

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Affrontare un giudizio civile comporta un investimento economico non indifferente. Chiunque decida di rivolgersi a un tribunale per tutelare i propri interessi deve essere consapevole degli oneri finanziari che tale scelta comporta. Non si tratta solo della parcella del proprio difensore, ma di una serie di balzelli statali che servono a finanziare la macchina della giustizia. In questo contesto, l’interrogativo che più tormenta i cittadini è il seguente: per quanto riguarda le spese processuali, chi deve pagare i costi di una causa civile?

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La risposta a questo dubbio si trova nel codice di procedura civile, che detta regole precise per evitare che chi ha ragione debba rimetterci di tasca propria. La gestione dei costi è un aspetto che influenza la strategia legale e la decisione stessa di procedere o meno con una lite. Sapere come il giudice ripartirà queste somme alla fine del processo permette di valutare con maggiore prudenza i rischi di una possibile sconfitta. La legge cerca di bilanciare il diritto alla difesa con la necessità di non gravare chi ha subito un torto.

Chi deve anticipare le somme per avviare una causa?

Ogni volta che una persona decide di citare qualcuno in giudizio o deve difendersi da una pretesa altrui, si attivano immediatamente dei costi. Questi esborsi non sono posticipati alla fine del processo, ma vanno sostenuti durante tutto il percorso giudiziario. Ogni parte coinvolta nel contenzioso deve provvedere al pagamento delle proprie necessità difensive.

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Le principali voci di spesa che le parti devono anticipare riguardano:

  • il pagamento del contributo unificato, ovvero la tassa di iscrizione della causa a ruolo che varia in base al valore della lite;

  • le marche da bollo per le notifiche e per il deposito degli atti cartacei o telematici;

  • l’onorario del proprio avvocato, che viene pattuito all’inizio dell’incarico tramite un preventivo scritto;

  • le spese per eventuali consulenti tecnici di parte (CTP) o consulenti tecnici d’ufficio (CTU) nominati dal tribunale per perizie specifiche.

In termini pratici, se un cittadino vuole recuperare un credito di diecimila euro, deve prima versare allo Stato il contributo unificato e pagare l’acconto al proprio legale. Anche la controparte, per resistere e spiegare le proprie ragioni, dovrà sostenere i costi del proprio difensore. Si tratta di una fase di anticipazione necessaria: il sistema non permette di iniziare un giudizio senza coprire preventivamente queste spese vive. Solo alla fine del procedimento il magistrato tirerà le somme per stabilire chi, tra i contendenti, ha il dovere di rimborsare l’altro.

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Come funziona il principio della soccombenza nelle spese?

Il criterio fondamentale che regola la chiusura di un processo civile è quello della soccombenza. In parole semplici, questo principio stabilisce che chi perde la causa deve farsi carico non solo delle proprie spese, ma anche di quelle sostenute dalla parte vittoriosa. Questa regola nasce dall’esigenza di giustizia sostanziale: chi ha ragione non deve subire una diminuzione patrimoniale a causa della necessità di ricorrere al giudice per vedere riconosciuto un proprio diritto.

L’applicazione della soccombenza comporta che il giudice, nella sentenza che chiude il caso, emetta una specifica condanna alle spese

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. Il magistrato quantifica l’ammontare che il perdente deve versare al vincitore a titolo di rimborso per le spese vive e per i compensi professionali del legale. Se, ad esempio, un inquilino vince una causa contro un proprietario che non voleva restituire la cauzione, il proprietario sarà condannato a restituire i soldi della cauzione e a pagare tutte le spese legali sostenute dall’inquilino. Questa regola funge anche da deterrente contro le liti temerarie, ovvero quelle cause avviate senza un reale fondamento giuridico, poiché chi inizia una causa consapevole di avere torto sa che dovrà pagare i costi di entrambe le parti.

Che cosa significa compensazione delle spese processuali?

Esistono situazioni particolari in cui il giudice decide di non applicare la regola del “chi perde paga tutto”. Questo fenomeno prende il nome di

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compensazione delle spese. Quando il magistrato opta per questa soluzione, stabilisce che ogni parte resti a carico dei costi che ha anticipato durante il giudizio. In pratica, il vincitore non riceve alcun rimborso per l’avvocato o per le tasse pagate, e il perdente non deve versare nulla alla controparte se non i propri debiti verso il proprio difensore.

La compensazione può essere totale, se riguarda l’intero ammontare delle spese, oppure parziale, se il giudice decide che una parte debba rimborsare solo una quota delle spese dell’altra. Fino a qualche anno fa, i giudici usavano questa facoltà con molta frequenza, spesso senza dare spiegazioni dettagliate. Tuttavia, la riforma del condominio e le successive modifiche al codice di procedura civile hanno stretto i bulloni su questa pratica. Oggi, la compensazione non è più una scelta arbitraria o automatica del magistrato, ma deve rispondere a requisiti molto severi stabiliti dalla legge (art. 92 c. 2 cod. proc. civ.).

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Perché la motivazione del giudice è obbligatoria per legge?

La novità più rilevante, confermata dalla giurisprudenza di legittimità, riguarda l’obbligo di trasparenza del magistrato. La scelta di compensare le spese processuali tra le parti non può restare un mistero o essere frutto di una formula di stile. Il giudice ha il dovere di indicare in modo esplicito e dettagliato le ragioni che lo hanno spinto a derogare alla regola generale della soccombenza.

Secondo la Corte di Cassazione, non è più tollerabile che le motivazioni si desumano implicitamente dal contenuto della sentenza (Cass. sent. n. 26174/2013). Se il giudice decide che ciascuno debba pagarsi il proprio avvocato nonostante uno dei due abbia palesemente vinto, deve spiegare il perché. Questa spiegazione deve apparire nella motivazione della sentenza in modo chiaro. In passato era frequente leggere formule vaghe come “sussistono giusti motivi”, ma oggi questo non basta più. La mancanza di una motivazione esplicita rende la decisione sulle spese attaccabile tramite ricorso. La trasparenza è necessaria per permettere alle parti di capire se il magistrato ha agito secondo logica o se ha commesso un errore di valutazione, garantendo così il diritto a un controllo effettivo sulle decisioni giudiziarie.

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Quali sono i casi gravi che giustificano la compensazione delle spese?

Il codice di procedura civile è molto selettivo nell’indicare quando si può evitare la condanna alle spese del soccombente. Il giudice può decidere per la compensazione solo in presenza di gravi ed eccezionali ragioni (art. 92 c. 2 cod. proc. civ.). Queste ragioni non possono essere legate a una semplice simpatia per una delle parti, ma devono basarsi su fatti oggettivi legati alla complessità della causa o all’andamento del diritto.

Le fattispecie tipiche che permettono la compensazione riguardano:

  • la soccombenza reciproca, ovvero quando il giudice accoglie solo una parte delle richieste di entrambi i contendenti;

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  • l’assoluta novità della questione giuridica trattata, quando cioè non esistono precedenti chiari su quel determinato argomento;

  • un mutamento della giurisprudenza, ovvero quando durante il processo la Corte di Cassazione cambia orientamento su un punto che era fondamentale per la causa;

  • la particolare complessità dei fatti che ha reso difficile stabilire chi avesse ragione fino alla fine del dibattimento.

Un esempio pratico si verifica quando una persona fa causa per una nuova tipologia di danno legata a tecnologie appena nate. Poiché la legge non è ancora chiara e non ci sono sentenze precedenti, il giudice potrebbe dare ragione al cittadino ma decidere di compensare le spese perché la controparte non poteva prevedere con certezza l’esito della lite data la novità della materia.

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Cosa accade se manca la spiegazione nella sentenza?

Se un magistrato emette una sentenza e decide per la compensazione delle spese senza inserire una riga di spiegazione, commette un errore procedurale. Il cittadino che ha vinto la causa, ma si vede negato il rimborso delle spese senza un perché, subisce un danno economico ingiusto. In questo caso, la parte interessata può impugnare la sentenza limitatamente alla parte che riguarda il regime delle spese.

La Corte di Cassazione ha ribadito che la decisione di compensare deve rispondere a due condizioni simultanee:

  • la presenza di motivi gravi ed eccezionali;

  • l’espressa indicazione di tali motivi nell’atto.

Se queste condizioni mancano, la decisione sulla compensazione può essere annullata nei successivi gradi di giudizio. La ratio di questa severità risiede nel fatto che la condanna alle spese è la naturale conseguenza della vittoria. Privare il vincitore del rimborso è un’eccezione che, come tale, deve essere giustificata. Il silenzio del giudice su questo punto non è interpretabile come una scelta automatica, ma come una lacuna della sentenza che viola il diritto della parte vittoriosa a non subire perdite patrimoniali inutili (Cass. sent. n. 26174/2013).

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Come si calcola la condanna alle spese processuali?

Quando il giudice decide di condannare la parte perdente al rimborso, non lo fa in modo casuale. Esistono delle tabelle ministeriali che stabiliscono i parametri per i compensi degli avvocati. Questi parametri tengono conto del valore della causa, della difficoltà delle questioni trattate e del numero di atti depositati. La condanna non copre solo l’onorario, ma anche gli oneri accessori.

Il calcolo della condanna comprende solitamente:

  • il compenso per l’attività professionale dell’avvocato calcolato sui parametri medi;

  • il rimborso delle spese forfettarie, solitamente pari al 15% del compenso;

  • l’IVA e il contributo previdenziale (CPA) dovuti per legge sulla parcella;

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  • il rimborso integrale delle spese vive documentate, come il contributo unificato e i bolli.

Il giudice ha comunque un margine di discrezionalità: può decidere di aumentare o diminuire i compensi medi se la causa è stata particolarmente semplice o, al contrario, estremamente faticosa. Tuttavia, deve sempre restare entro i limiti della ragionevolezza. Se il vincitore ha speso cifre folli per avvocati di grido, il giudice non è obbligato a rimborsare l’intera somma pattuita tra cliente e legale, ma solo quella che ritiene congrua in base ai parametri forensi nazionali. In questo modo si evita che la parte soccombente venga punita eccessivamente da scelte economiche altrui non necessarie.

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Chi ha il gratuito patrocinio può essere condannato alle spese processuali?

Anche chi beneficia del gratuito patrocinio può essere condannato alle spese processuali. È un punto che spesso genera confusione e che merita di essere chiarito con precisione, senza slogan.

Il gratuito patrocinio non rende il processo “gratuito” in senso assoluto. Serve a garantire il diritto di difesa a chi non ha mezzi economici sufficienti, facendo sì che le spese legali vengano anticipate o sostenute dallo Stato, non dal cittadino ammesso al beneficio.

Se la causa viene persa, il giudice può comunque disporre la condanna alle spese in favore della controparte. La differenza è tutta qui:

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quella condanna non si traduce automaticamente in un esborso a carico del beneficiario. In condizioni normali, le spese vengono poste a carico dello Stato, che si sostituisce al cittadino privo di risorse.

Il discorso cambia, però, in alcune ipotesi precise. Se il gratuito patrocinio viene revocato, ad esempio perché sono state rese dichiarazioni non veritiere sul reddito o perché emergono risorse economiche superiori ai limiti di legge, allora il beneficiario diventa direttamente responsabile di tutte le spese, anche in modo retroattivo.

Un’altra eccezione riguarda i casi di lite temeraria o di mala fede. Quando il giudice accerta che l’azione giudiziaria è stata intrapresa con dolo o colpa grave, la protezione del gratuito patrocinio viene meno e la persona può essere condannata personalmente alle spese e, in alcuni casi, anche al risarcimento dei danni.

Infine, va ricordato che il gratuito patrocinio non è un beneficio intoccabile nel tempo. Se, nei successivi anni, la situazione economica del beneficiario migliora oltre i limiti previsti, lo Stato può chiedere il rimborso delle somme anticipate.

In sintesi, il gratuito patrocinio tutela il diritto di difesa, ma non è uno scudo assoluto. La condanna alle spese può esserci, la differenza è chi le paga. E quella differenza dipende dal comportamento processuale e dalla correttezza del cittadino.

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