Risarcito il dipendente che perde potere e non viene promosso
La Cassazione riconosce il danno economico per lo svuotamento delle mansioni. Pesa la mancata carriera rispetto ai colleghi promossi.
Il datore di lavoro deve risarcire il dipendente se lo priva delle sue funzioni di comando e ne svuota il ruolo professionale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (ord. n. 1195/2026) stabilisce che il demansionamento produce un danno economico reale, specialmente quando il lavoratore perde la propria visibilità aziendale e vede i colleghi avanzare di carriera. Il principio generale prevede che il giudice possa determinare il risarcimento in base a indizi precisi, come la durata dello svuotamento delle mansioni e la perdita di autonomia. Non si tratta di una punizione automatica, ma di una riparazione per l’impoverimento del bagaglio professionale che rende più difficile per il lavoratore crescere in azienda o ricollocarsi altrove. Se un
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Quando scatta il risarcimento per la perdita di potere?
Il risarcimento del danno da dequalificazione professionale scatta quando il dipendente subisce un peggioramento effettivo delle proprie condizioni di lavoro. Secondo la Cassazione (ordinanza n. 1195/2026), non basta che il lavoratore mantenga lo stesso stipendio o lo stesso livello contrattuale. Se le sue mansioni diventano un guscio vuoto, privo di contenuti specialistici o di poteri decisionali, si configura un danno alla professionalità. La legge (cod. civ. art. 2103) tutela infatti il diritto del lavoratore a svolgere attività corrispondenti alla sua esperienza. Per esempio, un responsabile di un ufficio recupero crediti che viene spostato a compiti di semplice gestione rischi senza più coordinare nessuno subisce una perdita di valore. Questo svuotamento incide sulla sua capacità di rimanere competitivo sul mercato del lavoro, giustificando il pagamento di una somma riparatoria.
Come viene calcolato l’importo del danno economico?
Il calcolo della somma dovuta al dipendente avviene spesso in via equitativa (cod. civ. art. 1226). Il giudice non deve cercare una prova matematica del danno, ma può basarsi su ragionamenti logici e indizi precisi. In questo caso specifico, la società finanziaria è stata condannata a pagare una somma pari al 30% della retribuzione mensile per tutto il periodo in cui è durata la condotta illecita. Il tribunale valuta diversi elementi oggettivi per decidere la cifra corretta:
qualità e quantità dell’esperienza lavorativa accumulata in precedenza:
tipo di professionalità che il datore di lavoro ha colpito:
durata temporale della situazione di dequalificazione:
Annuncio pubblicitario- impoverimento del bagaglio di conoscenze e perdita di autonomia decisionale.
Questi fattori servono a dimostrare che il danno (cod. civ. art. 1223) esiste realmente e ha una natura patrimoniale, anche se il lavoratore ha continuato a percepire lo stipendio base originario.
Perché i progressi dei colleghi influenzano il giudizio?
Un elemento fondamentale per dimostrare il demansionamento è la comparazione con gli altri dipendenti. Se i colleghi che partivano da una situazione analoga a quella del danneggiato ottengono promozioni e scatti di carriera, mentre l’interessato rimane bloccato in un ruolo marginale, il danno diventa “visibile”. Nel caso esaminato a Velletri, due colleghi del settore recupero crediti avevano ottenuto avanzamenti significativi. Al contrario, l’ex responsabile era finito a svolgere mansioni prive di coordinamento. Questa traiettoria peggiorativa dimostra che l’azienda ha isolato il lavoratore, precludendogli le normali possibilità di crescita (cod. civ. art. 2697). Anche se il dipendente manifesta disagio psicologico, il risarcimento riconosciuto in questa sede riguarda principalmente la sfera patrimoniale (cod. civ. art. 2729), poiché la perdita di potere e di specializzazione riduce il valore economico della sua prestazione professionale.