Lavoro e straordinari: la metà degli italiani non viene pagata

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Autore: Raffaella Mari

04 febbraio 2026

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

I dati della Salary Guide 2026: tre lavoratori su quattro superano l’orario, ma il 47% non riceve compensi per il tempo extra.

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Il passaggio dal controllo rigido dell’orario alla valutazione per obiettivi ha trasformato il mercato del lavoro moderno, ma ha portato con sé un’insidia: il lavoro extra non pagato. Secondo i nuovi dati della Salary Guide 2026 di Hays Italia, tre lavoratori su quattro superano regolarmente l’orario contrattuale, ma quasi la metà di loro non riceve alcun riconoscimento economico. La tecnologia e la flessibilità hanno cancellato i confini tra vita privata e ufficio, rendendo la reperibilità una richiesta implicita di molte aziende. Sebbene la legge preveda il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro (costituzione art. 36), nella pratica la fluidità dei compiti nasconde lo

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straordinario. Capire come viene valorizzato l’impegno oltre il contratto è oggi la sfida principale per trattenere i talenti ed evitare che la libertà di orario si trasformi in uno svantaggio economico per i dipendenti.

Quando lo straordinario deve essere pagato?

La regola generale prevede che ogni ora di lavoro prestata oltre il normale orario contrattuale debba essere compensata con una maggiorazione o con riposi compensativi. Tuttavia, i dati attuali mostrano una realtà differente. Tre lavoratori su quattro dichiarano di svolgere ore aggiuntive durante la settimana, ma il 47% di questi afferma che il tempo extra non riceve alcun riconoscimento. Solo il 22% dei dipendenti vede lo

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straordinario pagato in busta paga, mentre un magro 10% lo recupera attraverso permessi.

Questa situazione genera una forte insoddisfazione, specialmente perché le aziende considerano spesso la disponibilità oltre l’orario come un atto dovuto. Ad esempio, un impiegato che risponde a email di lavoro dopo cena o che termina un progetto durante il fine settimana sta prestando un’attività che, per legge, merita una tutela economica. Se il contratto non esclude esplicitamente lo straordinario (come accade spesso per i dirigenti), il lavoratore ha il diritto di veder valorizzato ogni minuto dedicato all’impresa.

La flessibilità cancella il diritto al compenso?

L’adozione di modelli di lavoro agili e per obiettivi ha ridotto lo stress legato alla timbratura del cartellino, ma ha reso i confini lavorativi molto fluidi. Circa sei aziende su dieci si aspettano che i propri collaboratori siano reperibili fuori dall’orario standard. Questa aspettativa incide negativamente sulla

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retribuzione complessiva, poiché lo straordinario, che un tempo era una voce certa del reddito, oggi sfuma nella gestione autonoma dei compiti.

La tecnologia permette di lavorare ovunque, favorendo soprattutto chi ha ruoli di cura familiare, ma il rischio è che l’impegno profuso superi sistematicamente quanto previsto dal contratto senza che vi sia una tracciabilità. Per la legge, la flessibilità non deve mai tradursi in una rinuncia ai diritti salariali. Un consulente che gestisce i propri orari deve comunque rispettare i massimali previsti e l’azienda non può pretendere una disponibilità costante senza prevedere indennità specifiche o premi di produzione che coprano il maggior impegno richiesto.

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Quanto guadagnano i lavoratori in Italia?

Nonostante l’incertezza sugli straordinari, i livelli salariali mostrano una leggera crescita. La RAL media nazionale nel 2026 si attesta sui 56.360 euro, con un incremento dell’1% rispetto all’anno precedente. Lo stipendio cresce in modo proporzionale all’esperienza accumulata nel settore:

  • profili con 2-5 anni di esperienza guadagnano circa 40.560 euro;
  • fascia tra 5 e 10 anni di esperienza raggiunge i 59.700 euro;
  • professionisti con oltre 10 anni di attività superano i 78.850 euro.

I settori che offrono le retribuzioni più elevate restano il comparto bancario, con una media di 73.100 euro, e le scienze della vita, che toccano i 70.690 euro. Chi lavora in questi ambiti ha aspettative elevate: circa metà dei professionisti prevede un aumento dello stipendio nei prossimi dodici mesi, anche se la maggior parte stima un incremento inferiore al 10%. La coerenza tra impegno e paga diventa il fattore principale per decidere se restare o cambiare azienda.

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Quali sono i benefit più richiesti oltre allo stipendio?

Il pacchetto retributivo non è composto solo dal denaro contante, ma include sempre più spesso servizi e agevolazioni che migliorano il benessere quotidiano. Oltre la metà dei lavoratori considera i benefit un fattore decisivo per accettare un impiego. Tra quelli attualmente più diffusi nelle aziende italiane troviamo:

  • i buoni pasto, offerti al 61% dei dipendenti;
  • il lavoro flessibile, garantito al 43% della forza lavoro;
  • l’assicurazione sanitaria privata, presente nel 40% dei casi.

Le richieste dei lavoratori si stanno però spostando verso strumenti che hanno un impatto tangibile sulla salute e sulla mobilità. In cima ai desideri compaiono l’auto aziendale e l’assistenza medica integrativa, seguite dagli abbonamenti per la palestra. Per le imprese, offrire benefit personalizzati è diventata una strategia necessaria per attrarre talenti, dato che l’ambiente di lavoro positivo e lo sviluppo professionale sono ormai considerati elementi essenziali quanto lo stipendio base.

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Come influisce la trasparenza sulle promozioni?

La voglia di cambiare lavoro riguarda oggi il 44% dei professionisti. La ragione principale di questa mobilità è la ricerca di un aumento salariale (30%), seguita dalla speranza di ottenere una promozione. Tuttavia, per oltre la metà dei lavoratori, i criteri per crescere all’interno della propria azienda rimangono oscuri o poco strutturati. Nel 30% dei casi manca del tutto un piano di carriera definito, mentre per il 23% le promozioni avvengono senza una reale trasparenza sui motivi della scelta.

Le nuove aspettative si concentrano sulla trasparenza salariale introdotta dalle recenti normative europee (direttiva Ue 2023/970). Questa legge obbligherà le aziende a rendere pubblici i criteri per la determinazione degli stipendi e delle crescite interne. La chiarezza sui percorsi di carriera e l’equità nel trattamento economico non sono solo obblighi legali, ma diventano leve strategiche per trattenere le persone migliori e colmare i vuoti di competenze che frenano la produttività nazionale.

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