Stipendi trasparenti: ogni dipendente può conoscere le buste paga

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Autore: Angelo Greco

15 febbraio 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Addio segreti sui salari: il nuovo decreto obbliga le aziende a svelare le medie retributive e a eliminare i divari di genere tra i lavoratori.

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Il Governo italiano sta per approvare il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea, introducendo una vera rivoluzione nel mondo del lavoro: la trasparenza retributiva. La nuova regola generale stabilisce che il segreto sullo stipendio non esiste più quando si tratta di verificare la parità di genere. Ogni dipendente, sia nel settore pubblico che privato, avrà il diritto di sapere se riceve un compenso equo rispetto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni. Non si tratta di una semplice curiosità, ma di uno strumento legale per far emergere e correggere le discriminazioni salariali che penalizzano spesso le donne. I datori di lavoro saranno obbligati a fornire dati chiari sui criteri di calcolo dei salari e sulle progressioni di carriera, garantendo che a parità di valore del lavoro corrisponda sempre una parità di busta paga. (direttiva Ue 2023/970).

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Come posso conoscere lo stipendio medio dei miei colleghi?

Ogni lavoratore acquisisce il diritto di chiedere e ottenere per iscritto le informazioni riguardanti i livelli retributivi della propria azienda.

Il datore di lavoro deve rendere facilmente accessibili i criteri che utilizza per decidere quanto pagare un dipendente e come gestire gli aumenti di stipendio o le progressioni economiche.

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Se un dipendente desidera fare un confronto, può presentare una richiesta formale. L’azienda è obbligata a rispondere entro sessanta giorni, fornendo i dati sui livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, di chi svolge lo stesso lavoro o mansioni di pari valore.

Per fare un esempio pratico, una segretaria che sospetta di guadagnare meno dei colleghi maschi con lo stesso inquadramento può esigere che l’ufficio del personale le comunichi la media dei salari degli uomini che svolgono i suoi stessi compiti. Questo obbligo di trasparenza permette di verificare immediatamente se esistono differenze non giustificate e pone le basi per richiedere un eventuale adeguamento della propria busta paga.

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Quali datori di lavoro devono rispettare la trasparenza?

Il nuovo provvedimento non fa distinzioni tra grandi aziende e piccole imprese, né tra settore statale e privato. Le disposizioni si applicano a una platea vastissima di soggetti, tra cui:

  • tutti i datori di lavoro pubblici e privati;
  • le lavoratrici e i lavoratori con contratto subordinato;
  • il personale con contratto di lavoro domestico;
  • i dirigenti;
  • i candidati a un impiego durante le fasi di selezione.

Sebbene la regola valga per tutti, i tempi per raccogliere e comunicare i dati cambiano in base alla dimensione dell’azienda. Le imprese con almeno 150 dipendenti hanno tempo fino al 7 giugno 2027 per mettersi in regola con la raccolta dei dati. Per le realtà più piccole, il termine massimo è fissato al 7 giugno 2031. Tuttavia, l’obbligo di rispondere alle domande dei dipendenti scatta non appena il decreto entra ufficialmente in vigore.

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Cosa si intende per lavoro di pari valore nella nuova legge?

Uno dei punti più importanti della riforma riguarda la definizione di lavoro di pari valore. Non si confrontano solo persone che fanno esattamente la stessa cosa, ma anche chi svolge mansioni diverse che richiedono però un impegno e una competenza paragonabili. Per capire se due lavori sono simili, il datore deve fare riferimento al contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) applicato. In mancanza di questo, si usano come parametro i contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi a livello nazionale, così da evitare confronti con contratti che non garantiscono tutele minime.

Immaginiamo un’azienda dove un addetto alla logistica e un’addetta alla contabilità hanno responsabilità e carichi di lavoro equivalenti secondo il contratto collettivo. Se la retribuzione media del reparto logistica, composto in prevalenza da uomini, è superiore a quella della contabilità, composta da donne, l’azienda dovrà giustificare questo divario o provvedere a eliminarlo, poiché si tratta di prestazioni lavorative di valore comparabile.

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Cosa succede se esiste un divario salariale superiore al 5%?

Il decreto introduce una procedura di allerta quando i dati mostrano una differenza eccessiva tra gli stipendi di uomini e donne. Se il divario retributivo medio in una categoria è pari o superiore al 5% e il datore di lavoro non riesce a spiegare questa differenza con motivi oggettivi e non legati al sesso, scatta l’obbligo della valutazione congiunta. L’impresa deve sedersi al tavolo con i sindacati per analizzare il problema e trovare una soluzione.

Una volta terminata questa analisi congiunta, il datore di lavoro ha sei mesi di tempo per adottare le misure necessarie a cancellare le disparità non giustificate. Tutte le informazioni sui divari e sulle componenti variabili dello stipendio (come bonus o premi produzione) devono essere trasmesse, se richiesto, anche all’

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Ispettorato del lavoro. Questi enti possono chiedere ulteriori spiegazioni e il datore è tenuto a fornire risposte motivate in tempi ragionevoli, garantendo che ogni componente del salario sia trasparente e corretta.

Quali rischi corre l’azienda che non rispetta la parità?

La legge non si limita a dare istruzioni, ma prevede sanzioni pesanti per chi non si adegua. I lavoratori che si sentono discriminati possono agire in giudizio per proteggere i propri diritti. Se il giudice accerta che l’azienda ha violato le norme sulla trasparenza o sulla parità salariale, le conseguenze sono severe (art. 41 dlgs 198/2006).

Oltre al risarcimento del danno al dipendente, l’impresa rischia:

  • l’esclusione da qualsiasi agevolazione finanziaria o creditizia dello Stato;
  • il divieto di partecipare a appalti pubblici;
  • la perdita di concessioni già ottenute.

Questa pressione economica serve a garantire che le aziende non considerino la parità retributiva come un optional, ma come un obbligo legale fondamentale. La trasparenza diventa quindi la chiave per trasformare il diritto alla parità di trattamento in una realtà concreta per ogni lavoratore.

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