Sanità, liste d’attesa truccate: l’ultimo schiaffo ai malati

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Autore: Raffaella Mari

05 febbraio 2026

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

Il Ministro Schillaci attacca le Regioni sui dati falsati. Dai Nas 1.700 denunce: il diritto alla cura è ormai un privilegio per chi paga.

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Il teatro della politica sanitaria italiana si arricchisce di un nuovo, durissimo capitolo che vede contrapposti il Ministero della Salute e le amministrazioni locali in un gioco di specchi dove a perdere, sistematicamente, è il cittadino. L’affondo di Orazio Schillaci contro le Regioni non è solo una sferzata politica, ma la certificazione di un fallimento sistemico che trasforma le liste d’attesa in un labirinto burocratico alimentato da espedienti poco nobili. Mentre i Nas portano alla luce una realtà fatta di denunce e abusi nelle corsie, emerge un quadro inquietante: la salute pubblica è diventata un terreno di scontro dove la

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trasparenza viene sacrificata sull’altare dei bilanci e del consenso elettorale. Le parole del Ministro pesano come macigni su una governance che, troppo spesso, preferisce “pulire” le agende sulla carta piuttosto che curare le persone in carne ed ossa, alimentando un cortocircuito economico e sociale che spinge i pazienti verso il privato o, peggio, verso la rinuncia alle cure.

Quali sono le accuse mosse dal Ministro della Salute sulla gestione dei dati regionali?

L’amministrazione centrale ha sollevato un velo pietoso su pratiche che superano il limite della scorrettezza amministrativa per sfociare nel campo dell’immoralità gestionale. Il titolare del dicastero della Lungara ha denunciato apertamente l’esistenza di veri e propri “trucchi” utilizzati per manipolare i dati relativi ai tempi di attesa, con l’obiettivo di far apparire gli standard regionali in linea con i parametri nazionali quando, nella realtà dei fatti, la situazione è diametralmente opposta.

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Questi artefatti statistici permettono alle direzioni generali di mostrare registri apparentemente ordinati e agende libere, mentre i cittadini continuano a scontrarsi con l’impossibilità di prenotare esami fondamentali in tempi ragionevoli. Si tratta di una gestione che il rappresentante del governo ha definito scandalosa, sottolineando come non si tratti di un intoppo tecnico o di una mancanza di risorse, ma di una deliberata mancanza di onestà intellettuale e operativa da parte di chi gestisce le aziende sanitarie locali.

La pressione del Ministero della Salute punta a scardinare questo sistema di finzioni, ricordando che i direttori generali e sanitari hanno l’obbligo di legge di monitorare e garantire l’accesso alle prestazioni. La manipolazione dei dati non è solo un danno d’immagine per il

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Ssn, ma un atto che impedisce una programmazione seria, nascondendo le reali necessità della popolazione sotto un tappeto di numeri rassicuranti quanto falsi.

In che modo i controlli dei Nas hanno scoperchiato il vaso di Pandora nelle corsie ospedaliere?

L’attività investigativa condotta dai nuclei antisofisticazione ha prodotto risultati numerici che lasciano poco spazio alle interpretazioni, con oltre 1.700 denunce accumulate in un triennio di monitoraggio serrato. Nel solo anno 2025, i Nashanno effettuato più di 1.900 controlli, focalizzandosi non solo sulle code per le prestazioni, ma anche sulla gestione dei cosiddetti medici “gettonisti” e sull’uso distorto dell’attività

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intramoenia.

Le ispezioni hanno rivelato una connessione perversa tra l’inefficienza del servizio pubblico e l’esplosione delle prestazioni a pagamento all’interno degli stessi ospedali. Il generale Raffaele Covetti ha evidenziato come questi fenomeni siano strettamente interconnessi: laddove la macchina pubblica si inceppa (spesso artificialmente), fiorisce l’attività libero-professionale, creando una corsia preferenziale per chi ha la possibilità economica di bypassare le lungaggini del sistema.

Questo scenario configura una violazione sistematica dei principi di equità del servizio sanitario nazionale. Quando un ospedale dichiara di non avere macchinari o medici disponibili per un esame istituzionale, ma li rende “magicamente” pronti non appena il paziente accetta di pagare una tariffa privata, si consuma quello che è stato definito un atto disumano. La legge prevede che l’attività privata non debba mai superare quella pubblica, ma i dati dei carabinieri suggeriscono che questo limite venga regolarmente ignorato nell’ombra delle corsie.

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Perché la norma “salta-fila” rimane inapplicata nonostante sia un obbligo di legge?

Esiste un dispositivo legale, introdotto e difeso con forza dall’attuale esecutivo, che permetterebbe di abbattere immediatamente il muro delle attese, ma che scontra la resistenza passiva dei manager sanitari. La normativa stabilisce che, qualora i tempi previsti per una prestazione vengano superati, l’azienda sanitaria sia tenuta a garantire l’esame o la visita attraverso l’attività libero-professionale, ma al costo del solo ticket, facendosi carico della differenza economica.

Questo meccanismo, ribattezzato popolarmente “salta-fila”, rappresenterebbe la vera ancora di salvataggio per il malato, eppure rimane in gran parte una lettera morta. Le Direzioni Generali evitano di pubblicizzare questa possibilità per non gravare sui bilanci aziendali, preferendo che sia il cittadino a pagare l’intera tariffa privata o a rimanere in attesa indefinita. La resistenza delle

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Regioni ad applicare questa norma è l’aspetto più critico di un sistema che tutela più i conti economici che la salute dei contribuenti.

L’invito rivolto alle amministrazioni è quello di una vigilanza rigorosa: le regole ci sono e non necessitano di ulteriori passaggi parlamentari, ma di una volontà politica locale che metta fine all’aggiramento delle procedure. Il mancato rispetto di questo obbligo non è solo una mancanza gestionale, ma potrebbe configurare profili di responsabilità legale per omissione in atti d’ufficio, dato che il diritto alla salute è un precetto costituzionale che non può essere subordinato a meri calcoli di budget.

Quale impatto avrà il cambio della guardia ai vertici di Agenas sulla trasparenza dei dati?

Il futuro della sanità digitale e della rendicontazione dei tempi di attesa passa inevitabilmente per l’

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Agenas, l’agenzia che funge da cerniera tra Stato e territori e che oggi si trova al centro di un profondo rinnovamento della sua governance. La nomina dei nuovi membri del Cda in Conferenza Unificata segna la fine dell’era del commissario Americo Cicchetti e l’inizio di una nuova fase che vede in pole position figure dal profilo molto tecnico e, in alcuni casi, inusuale per il settore.

La possibile ascesa di Jonathan Pratschke alla presidenza e, soprattutto, di Angelo Tanese alla direzione generale, suggerisce una virata verso una gestione basata sull’analisi sociologica e sulla sicurezza informatica. Tanese, con un passato che tocca anche i servizi segreti, porterebbe una competenza fondamentale in un’epoca in cui la

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Piattaformanazionale sulle liste d’attesa deve gestire una mole immensa di dati sensibili e proteggere il fascicolo sanitario elettronico da attacchi cyber.

Tuttavia, il cambio dei vertici rischia di rallentare ulteriormente l’avvio della Piattaforma di monitoraggio, uno strumento che le Regioni hanno già tentato di frenare chiedendo continue proroghe. Senza una dashboard trasparente e accessibile in tempo reale, che mostri i tempi di attesa di ogni singolo ospedale, sarà impossibile per il Ministero verificare se i trucchi denunciati siano stati effettivamente eliminati o se siano stati semplicemente raffinati con nuovi espedienti digitali.

Esiste una correlazione economica tra l’inefficienza pubblica e il boom della sanità privata?

Il declino della tempestività del settore pubblico non è un evento accidentale, ma un fenomeno che produce uno spostamento di capitali immenso verso la sanità privata e quella convenzionata. Ogni giorno di attesa in più per un cittadino rappresenta un potenziale guadagno per le strutture che operano in regime di libera professione, creando un incentivo perverso al mantenimento di agende sature o chiuse.

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Il costo sociale di questa inefficienza è incalcolabile: diagnosi tardive che si trasformano in cure più costose per lo Stato, giornate di lavoro perse e un impoverimento delle famiglie che attingono ai risparmi per curarsi privatamente. La denuncia di Schillaci tocca un nervo scoperto dell’economia nazionale, suggerendo che il risparmio cercato dalle Regioniattraverso il blocco delle assunzioni o il contenimento delle prestazioni istituzionali sia, in realtà, un costo enorme scaricato interamente sulle spalle dei malati.

L’onestà richiesta dal Ministro ai direttori generali non è dunque solo un valore etico, ma una necessità economica per salvare la tenuta stessa del Ssn. Se la politica locale non smetterà di proteggere i piccoli interessi dei propri apparati manageriali a scapito dell’efficienza globale, il sistema sanitario è destinato a implodere, lasciando spazio a un modello dove la cura è un bene di consumo disponibile solo per chi possiede una carta di credito illimitata, in totale spregio dell’articolo 32 della Costituzione.

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