Che nome posso dare a mio figlio? Limiti di legge

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Autore: Redazione

07 febbraio 2026

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

I divieti e le regole sulla scelta del nome del neonato: dal padre vivente ai nomi ridicoli, cosa può impedire l’anagrafe.

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Stai per diventare genitore e hai già immaginato mille volte come sarà il tuo bambino. Tra le prime domande che ti sei fatto c’è sicuramente questa: che nome posso dare a mio figlio? La risposta non è così scontata come sembra. Molte coppie sfogliano libri di nomi, cercano ispirazioni in rete, fanno lunghe discussioni con i nonni. Ma pochi sanno che la legge italiana pone dei limiti precisi sulla scelta del nome. Non puoi chiamare tuo figlio come ti pare. Esistono regole che servono a proteggere il bambino da scelte che potrebbero danneggiarlo per tutta la vita. Un nome, infatti, accompagna una persona dalla nascita alla morte. Cambiarlo è possibile solo in casi eccezionali e con procedure complesse. Per questo il legislatore ha voluto mettere dei paletti. L’obiettivo è evitare che i genitori, presi dall’entusiasmo o da mode passeggere, diano al figlio un nome che lo metterà in imbarazzo a scuola, sul lavoro, nelle relazioni sociali. Il bambino non può difendersi, non può dire la sua. Tocca alla legge farlo al posto suo. Le regole sono contenute nel decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, che disciplina l’ordinamento dello stato civile. Vediamo nel dettaglio cosa puoi fare e cosa ti è vietato quando vai all’anagrafe per registrare la nascita di tuo figlio.

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Posso chiamare mio figlio come me?

No. Questa è la prima regola che devi conoscere. In Italia non puoi dare a tuo figlio lo stesso nome tuo se sei vivo (DPR 396/2000). Il divieto vale per il padre. Se ti chiami Marco, non puoi chiamare tuo figlio Marco. Se ti chiami Giovanni, tuo figlio non potrà chiamarsi Giovanni. La regola protegge l’identità individuale di ciascuna persona all’interno della famiglia.

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Molti si chiedono perché questa limitazione esiste. Il motivo è semplice: avere due persone con lo stesso nome e cognome nello stesso nucleo familiare crea confusione nei documenti, nelle comunicazioni ufficiali, nei rapporti con banche e uffici pubblici. Immagina di ricevere una multa intestata a “Marco Rossi” e di non sapere se è tua o di tuo figlio. Oppure pensa ai problemi con le cartelle cliniche, le dichiarazioni dei redditi, i contratti.

In altri Paesi, come gli Stati Uniti, è comune aggiungere “Junior” al nome del figlio che porta il nome del padre. Trovi spesso nomi come “Robert Johnson Junior” o “Michael Smith Jr.”. In Italia questa pratica non è ammessa

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. Non puoi chiamare tuo figlio “Antonio Junior” se tu ti chiami Antonio. L’ufficiale di stato civile ti dirà di no.

Esiste però una soluzione per chi vuole comunque tramandare il proprio nome. Puoi usarlo come secondo nome. Se ti chiami Luca e vuoi che tuo figlio porti il tuo nome, puoi chiamarlo Andrea Luca, oppure Matteo Luca, o qualsiasi altra combinazione dove Luca sia il secondo nome. In questo modo il bambino avrà come nome principale un altro prenome, ma porterà anche il tuo come secondo nome. Questa è una pratica lecita e diffusa.

Un’altra possibilità riguarda le madri. Il divieto vale per il nome del padre, ma la legge permette di dare alla figlia il nome della madre aggiungendo un altro nome davanti. Se la madre si chiama Rosa, la figlia può chiamarsi Rosa Maria oppure Rosa Lisa. Il primo nome deve essere diverso, ma il secondo può riprendere quello materno.

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La ratio di questa norma è duplice. Da un lato protegge l’identità del minore, dall’altro evita situazioni di confusione che potrebbero creare problemi pratici nella vita quotidiana. Il legislatore ha fatto una scelta chiara: ogni persona deve avere un nome che la distingua dalle altre, anche all’interno della propria famiglia.

Il nome del fratello o della sorella è vietato?

Sì, anche questo è vietato. Non puoi dare a tuo figlio lo stesso nome di un fratello o di una sorella vivente (DPR 396/2000). Se hai già un figlio che si chiama Alessandro, non puoi chiamare il secondo figlio Alessandro. Se hai una figlia che si chiama Sofia, la seconda figlia non potrà chiamarsi Sofia.

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Questa regola segue la stessa logica del divieto di dare il nome del padre. L’obiettivo è garantire l’unicità dell’identità di ciascun figlio all’interno della famiglia. Due fratelli con lo stesso nome creerebbero confusione continua. A scuola gli insegnanti non saprebbero come distinguerli nei registri. A casa, quando chiami “Alessandro”, risponderanno entrambi. Nei documenti familiari si genererebbe un caos.

Il divieto vale solo per fratelli e sorelle viventi. Se per esempio hai avuto un figlio che purtroppo è morto in tenera età e si chiamava Tommaso, puoi dare lo stesso nome a un figlio successivo. La legge lo permette perché in quel caso non c’è rischio di confusione tra due persone che convivono. È una situazione dolorosa, ma capita che i genitori vogliano onorare la memoria del figlio perso dando il suo nome a quello successivo.

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Anche qui esistono soluzioni pratiche per chi vuole che i figli abbiano nomi simili. Puoi usare varianti dello stesso nome. Se hai un figlio che si chiama Francesco, puoi chiamare il secondo Franco o Francesca. Se hai una figlia che si chiama Giulia, puoi chiamare la seconda Giuliana. Oppure puoi usare lo stesso nome come secondo prenome, come abbiamo visto prima.

Alcune famiglie amano dare ai figli nomi che iniziano con la stessa lettera o che hanno un suono simile. Va bene, ma devono essere nomi diversi. Puoi avere Marco, Matteo e Michele come fratelli. Non puoi avere tre Marco.

La norma è chiara e l’ufficiale di stato civile non può accettare la registrazione di un nome identico a quello di un fratello o sorella vivente. Se provi a farlo, ti dirà che non è possibile e ti chiederà di scegliere un altro nome.

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Posso usare un cognome come nome?

No, la legge lo vieta espressamente. Non puoi dare a tuo figlio un cognome come nome (DPR 396/2000). Questa regola serve a mantenere chiara la distinzione tra nome e cognome, che hanno funzioni diverse nell’identificazione delle persone.

Molti cognomi italiani hanno una forma che potrebbe sembrare un nome. Pensa a Ferrari, Russo, Romano, Lombardi. Ma non puoi usarli come nomi propri per tuo figlio. Se il tuo cognome è Bianchi, non puoi chiamare tuo figlio Rossi Bianchi. Se ti chiami Di Marco, non puoi dare a tuo figlio il nome Ferrara solo perché ti piace come suona.

Il divieto vale anche per cognomi stranieri che sono molto usati come nomi in altri Paesi. Per esempio, negli Stati Uniti è comune trovare persone che si chiamano Madison, Jackson, Harrison, che sono tutti cognomi usati come nomi. In Italia questo

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non è ammesso. Se vuoi dare a tuo figlio uno di questi nomi perché ti piace il suono o perché sei appassionato di cultura americana, l’ufficiale di stato civile potrebbe rifiutare la registrazione.

Ci sono però delle zone grigie. Alcuni nomi italiani sono identici a cognomi diffusi. Pensa a Matteo, che è sia un nome che un cognome. In questi casi il problema non si pone perché sono nomi riconosciuti dalla tradizione. La legge vieta di usare un cognome come nome, non vieta di usare un nome che per caso è anche un cognome.

La questione diventa più complessa con nomi stranieri. Se per esempio vuoi chiamare tua figlia Kennedy, in omaggio alla famiglia americana, potresti avere problemi. Kennedy è chiaramente un cognome, non un nome proprio. L’anagrafe potrebbe rifiutare.

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Il consiglio pratico è: se hai dubbi su un nome che hai scelto, verifica prima con l’anagrafe del tuo comune. Puoi chiamare o andare di persona e chiedere se il nome che hai in mente è ammissibile. Meglio scoprirlo prima che trovarsi davanti a un rifiuto il giorno della registrazione della nascita, quando sei già in ospedale con il neonato tra le braccia.

I nomi vanno scelti in base al sesso del bambino?

Sì, e questo è un punto su cui la legge italiana è stata tradizionalmente molto rigida. Non puoi dare a un maschio un nome femminile e a una femmina un nome maschile (DPR 396/2000). La regola vuole che il nome corrisponda al sesso del bambino registrato all’anagrafe.

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Questa norma ha generato molte discussioni negli anni. Alcuni la considerano troppo rigida e poco rispettosa delle diverse sensibilità culturali. Altri la ritengono necessaria per evitare confusione e imbarazzi al bambino. Il legislatore ha fatto una scelta precisa: il nome deve riflettere il sesso della persona.

Ma ci sono delle eccezioni importanti. La più nota riguarda il nome Andrea. In italiano Andrea è un nome maschile. Ma in molti Paesi, soprattutto di lingua tedesca, Andrea è un nome femminile. Per anni l’anagrafe italiana ha rifiutato di registrare bambine con il nome Andrea. Poi la Corte di Cassazione è intervenuta e ha stabilito che Andrea può essere usato anche per le femmine, riconoscendo che in alcune tradizioni culturali è un nome femminile.

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Un’altra eccezione riguarda il nome Maria come secondo nome per i maschi. Puoi chiamare tuo figlio Giovanni Maria, oppure Antonio Maria, o Marco Maria. Maria in questo caso non è considerato un nome femminile vero e proprio, ma un secondo nome che richiama la Madonna e che per tradizione cattolica viene dato anche ai maschi.

Per tutti gli altri casi, la regola è ferrea. Non puoi chiamare tua figlia Francesco, anche se ti piace come suona. Non puoi chiamare tuo figlio Chiara, anche se nella tua famiglia c’è una grande Chiara a cui vuoi rendere omaggio. Se vuoi onorare una persona dell’altro sesso, devi trovare una variante del nome adatta al sesso del bambino. Per esempio, se vuoi onorare la nonna Francesca, puoi chiamare il maschio Francesco. Se vuoi onorare il nonno Paolo, puoi chiamare la femmina Paola.

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Esistono alcuni nomi che sono ambigui o che in alcune lingue hanno un sesso diverso che in altre. In questi casi l’ufficiale di stato civile deve valutare caso per caso. Se il nome è chiaramente riconosciuto come maschile o femminile in italiano, quella sarà la classificazione che conta. Se è un nome straniero con una tradizione diversa, si può aprire uno spazio di discussione.

La questione diventa ancora più delicata per le persone transgender o per chi vuole educare i figli senza stereotipi di genere. La legge italiana attuale non prevede nomi neutri o nomi che possano andare bene per entrambi i sessi. Questa è una rigidità che in futuro potrebbe essere superata, ma al momento è così.

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Cosa succede se scelgo un nome ridicolo?

La legge vieta espressamente di dare ai figli nomi ridicoli o vergognosi (DPR 396/2000). Questa è forse la norma più delicata da applicare, perché richiede una valutazione soggettiva. Cosa rende un nome ridicolo? Dove passa il confine tra un nome originale e un nome che metterà in imbarazzo il bambino per tutta la vita?

Il legislatore non ha voluto dare una lista di nomi vietati. Sarebbe impossibile e anche controproducente. Ha preferito affidarsi al buon senso dei genitori e, quando questo manca, al controllo dell’ufficiale di stato civile e del magistrato.

Facciamo degli esempi concreti. Se ti chiami Lampa e vuoi chiamare tuo figlio Dario, il risultato sarà “Dario Lampa”. Dillo ad alta voce e capirai il problema. Lo stesso vale per Dina Lampa. Oppure pensa a Tromba Daria, Perla Pace, Bigo Dino, Licenziato Assunto. Sono tutti casi reali in cui i genitori hanno provato a registrare questi nomi e l’anagrafe ha dovuto intervenire.

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Il problema nasce dalla combinazione tra nome e cognome. Spesso il nome da solo non è ridicolo. Dario è un nome normale. Ma se abbinato al cognome sbagliato crea un effetto comico che il bambino subirà per tutta la vita. Pensa a dover presentarti a scuola, sul lavoro, in ogni situazione ufficiale con un nome che fa ridere tutti.

Come funziona il controllo? Quando vai all’anagrafe a registrare il nome del bambino, l’ufficiale di stato civile ha il compito di verificare che il nome sia ammissibile. Se ritiene che il nome sia ridicolo o offensivo, non può più rifiutarsi di registrarlo direttamente. La legge gli impone però di segnalare immediatamente il caso al Procuratore della Repubblica

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.

Il Procuratore valuterà la situazione. Se ritiene che effettivamente il nome sia dannoso per il bambino, può aprire un procedimento di rettifica davanti al Tribunale. Il giudice ascolterà i genitori, valuterà le loro ragioni, ma alla fine deciderà nell’interesse del minore. Se conclude che il nome è inadatto, ne ordinerà la modifica.

Esiste un caso famoso, spesso citato dai giuristi. Una coppia voleva chiamare il figlio Venerdì. I genitori erano convinti, forse ispirati dal Robinson Crusoe di Defoe. Ma il giudice intervenne e impose il nome Gregorio, che era il santo patrono del giorno di nascita del bambino. I genitori dovettero accettare.

La valutazione tiene conto di diversi fattori. Il giudice considera se il nome

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espone il bambino a scherno o derisione. Considera se il nome ha un significato offensivo o volgare. Considera se il nome, anche se originale, è comunque dignitoso. Un nome stravagante ma non offensivo può passare. Un nome che mette in ridicolo il bambino no.

Il consiglio pratico è: usa il buon senso. Pensa a come tuo figlio dovrà presentarsi per tutta la vita. Pensa ai compagni di scuola, che notoriamente non sono indulgenti con chi ha un nome strano. Pensa ai colloqui di lavoro. Un nome originale può essere bello, ma deve rimanere dignitoso.

Quanti nomi posso dare a mio figlio?

La legge italiana permette di dare al bambino un massimo di tre nomi (DPR 396/2000). In gergo tecnico si chiamano “prenomi”. Puoi scegliere di dare un solo nome, oppure due, oppure tre. Non puoi superare il numero di tre.

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Ma c’è un dettaglio importante da capire. I tre nomi non devono essere separati da virgola. Se li scrivi senza virgola, vengono considerati come un nome unico composto. Se li separi con la virgola, sono nomi distinti e il bambino potrà in futuro scegliere quale usare.

Facciamo un esempio pratico. Supponiamo che tu decida di chiamare tuo figlio Diego Armando Maradona, senza virgole. Il suo nome legale sarà “Diego Armando Maradona”, tutto insieme. Quando firma un documento, dovrà scrivere per intero Diego Armando Maradona. Quando si presenta, il suo nome è tutto il blocco.

Se invece decidi di scrivere Diego, Armando, Maradona con le virgole, stai dando a tuo figlio tre nomi separati. In questo caso il bambino, quando sarà grande, potrà

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scegliere quale nome usare nelle situazioni quotidiane. Potrà firmarsi semplicemente Diego, oppure Diego Armando, oppure usare tutti e tre. Avrà più flessibilità.

La scelta tra usare o non usare la virgola è quindi importante. Molti genitori non lo sanno e fanno registrare i nomi senza virgola per semplicità, senza rendersi conto che così stanno obbligando il figlio a usare sempre il nome completo. Se vuoi dare al tuo bambino la possibilità di scegliere, usa la virgola.

C’è un altro aspetto da considerare. Avere più nomi può essere un vantaggio in alcune situazioni. Per esempio, se il primo nome è molto comune (ci sono tanti Marco o tante Sara in Italia), avere un secondo nome distintivo può aiutare. Oppure se vuoi onorare più persone della famiglia, puoi usare i vari nomi per ricordare nonni, zii, o altre figure importanti.

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D’altra parte, avere troppi nomi può essere complicato. Pensa ai moduli da compilare, dove spesso c’è poco spazio per il nome. Pensa alle situazioni in cui devi dettare il tuo nome al telefono o scriverlo su un documento. Un nome composto da tre parti è più lungo e macchinoso.

La tendenza moderna in Italia è verso nomi più semplici e corti. Molti genitori scelgono un solo nome, massimo due. I tre nomi sono più rari, anche se qualcuno li usa ancora per tradizione familiare o per motivi personali.

Un’ultima cosa: il numero massimo di tre vale per i prenomi, non per i cognomi. I cognomi seguono regole diverse e possono essere anche più di tre se derivano da una concatenazione di cognomi familiari. Ma qui parliamo solo dei nomi propri.

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Cosa cambia se i genitori sono stranieri?

Quando i genitori sono stranieri, la legge italiana riconosce che possono esserci tradizioni culturali diverse e applica una certa flessibilità (DPR 396/2000). L’obiettivo è rispettare le diverse origini etniche e le pratiche di denominazione di altri Paesi.

In questi casi si applica la normativa del Paese di provenienza dei genitori. Questo significa che se in quel Paese è ammesso dare al figlio un certo tipo di nome che in Italia sarebbe vietato, l’anagrafe italiana lo accetta comunque. Per esempio, in alcuni Paesi africani è tradizione dare nomi molto lunghi, composti da più di tre parti. In questi casi l’anagrafe italiana accetta il nome anche se supera il limite dei tre prenomi previsto per gli italiani.

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Lo stesso vale per nomi che in altre culture hanno un significato diverso o appartengono a tradizioni diverse. Per esempio, ci sono nomi che in alcuni Paesi sono considerati neutri o possono essere usati per entrambi i sessi. In Italia normalmente questi nomi non sarebbero ammessi, ma se i genitori sono stranieri e nella loro cultura quel nome è accettabile, viene registrato.

C’è però un problema pratico. Se l’alfabeto del Paese di provenienza è diverso da quello italiano, come fare? Pensa ai nomi cinesi, giapponesi, arabi, russi. Questi Paesi usano sistemi di scrittura completamente diversi dal nostro alfabeto latino.

La soluzione prevista dalla legge è la trascrizione fonetica

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. Il nome viene scritto usando l’alfabeto italiano in modo da riprodurre il suono del nome originale. Per esempio, se un bambino cinese si chiama con ideogrammi che si pronunciano “Wei”, all’anagrafe italiana verrà trascritto come “Wei”. Se un bambino arabo ha un nome che si pronuncia “Mohammed”, verrà scritto “Mohammed” o “Muhammad” o in un altro modo che riproduce quel suono.

Sono ammessi anche accenti particolari che non esistono normalmente in italiano, come la dieresi (ë), l’accento circonflesso (ê), o altri segni diacritici usati in lingue straniere. Questi accenti aiutano a rendere più fedelmente la pronuncia originale del nome.

Un’altra questione riguarda i nomi che in Italia sarebbero considerati cognomi. In alcune culture, per esempio in Cina, l’ordine è inverso: si dice prima il cognome e poi il nome. Oppure ci sono culture dove non esiste una distinzione netta tra nome e cognome. In questi casi l’anagrafe italiana deve adattarsi e registrare il nome secondo le convenzioni del Paese di origine, anche se questo comporta qualche anomalia rispetto alle nostre regole.

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I figli di coppie miste, dove un genitore è italiano e l’altro straniero, possono beneficiare in parte di questa flessibilità. Di solito si applica la normativa italiana, ma se c’è una forte componente culturale legata al Paese straniero, l’anagrafe può essere più aperta.

Il consiglio pratico per i genitori stranieri in Italia è: informatevi sui vostri diritti. Portate con voi documentazione sul significato e sulla tradizione del nome che avete scelto. Se l’ufficiale di stato civile ha dubbi, spiegate le ragioni culturali della vostra scelta. Nella maggior parte dei casi, se il nome è accettabile nel vostro Paese di origine, sarà accettato anche in Italia.

Posso dare nomi che richiamano l’abbandono?

No, questo è espressamente vietato. Non si possono più dare ai figli di

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genitori sconosciuti nomi o cognomi che richiamino la loro condizione di bambini non riconosciuti (DPR 396/2000). Questa è una norma di civiltà che protegge i bambini abbandonati da uno stigma sociale ingiusto.

In passato era pratica comune dare ai bambini lasciati in orfanotrofio o affidati allo Stato cognomi come Diotallevi, Trovato, Esposito, Proietti. Questi cognomi segnala

vano immediatamente che il bambino era stato abbandonato. Chiunque sentisse quel cognome capiva la situazione familiare della persona. Questo creava un marchio indelebile che accompagnava queste persone per tutta la vita.

La legge attuale vieta questa pratica. Quando un bambino non viene riconosciuto dai genitori, l’ufficiale di stato civile deve dargli un nome e un cognome che non rivelino in alcun modo la sua condizione. Deve essere un nome normale, comune, che non distingua quel bambino dagli altri.

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Questo non significa che i cognomi storici come Esposito o Trovato siano vietati in assoluto. Ci sono migliaia di persone in Italia che portano questi cognomi per ragioni storiche, perché i loro antenati li avevano. Queste persone non hanno nulla di cui vergognarsi e possono continuare a usare il loro cognome. Il divieto riguarda solo la pratica di assegnare oggiquesti cognomi ai nuovi nati non riconosciuti.

L’obiettivo è garantire al bambino abbandonato una piena dignità e la possibilità di integrarsi nella società senza portarsi dietro un marchio che rivela la sua origine. Il nome è la prima cosa che diciamo quando ci presentiamo. Deve essere un nome che non ci penalizza, che non ci mette in una categoria svantaggiata fin dalla nascita.

La norma si applica anche ai nomi propri. Non si possono dare nomi che per qualche ragione siano associati all’abbandono o che abbiano un significato negativo in questo senso. L’ufficiale di stato civile deve scegliere nomi neutri, comuni, che permettano al bambino di crescere senza sentirsi diverso.

Questa è una delle norme più importanti dal punto di vista etico e sociale. Protegge i più deboli, quelli che non hanno nessuno che parli per loro. È un esempio di come la legge possa e debba intervenire per garantire pari dignità a tutti, anche nelle situazioni più difficili.

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