Come riscattare la laurea per andare in pensione prima?

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Autore: Paolo Florio

24 marzo 2026

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.

Guida pratica al riscatto della laurea: scopri come anticipare l’uscita dal lavoro, calcolare i costi dell’onere agevolato e aumentare l’assegno Inps.

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Il percorso universitario rappresenta un investimento per la crescita professionale, ma i suoi effetti si riflettono anche sul futuro previdenziale. Molti lavoratori si pongono una domanda precisa: come riscattare la laurea per andare in pensione prima? Questa opzione permette di trasformare gli anni di studio in contributi effettivi. Non si tratta solo di un modo per accorciare i tempi della carriera, ma di uno strumento per potenziare l’importo dell’assegno che si riceverà al termine del percorso lavorativo.

A cosa serve riscattare gli anni di università?

La scelta di procedere con il riscatto della laurea nasce principalmente dall’esigenza di anticipare il momento del ritiro dall’attività lavorativa. Per chi ha dedicato diversi anni alla formazione accademica, il tempo trascorso sui libri rappresenta un vuoto contributivo che può essere colmato. Se un soggetto inizia a lavorare subito dopo aver conseguito il titolo di studio, l’operazione di riscatto permette di aggiungere quegli anni all’anzianità complessiva. Questo meccanismo è particolarmente utile per raggiungere i requisiti della

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pensione anticipata ordinaria.

In assenza di riscatto, un lavoratore deve solitamente attendere il compimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia. Al contrario, recuperando il periodo legale del corso di studi, è possibile perfezionare i requisiti contributivi necessari per l’uscita anticipata in un momento temporale precedente. Esiste però un secondo vantaggio, non meno importante: l’incremento del futuro assegno pensionistico. Anche se il riscatto non dovesse risultare determinante per anticipare la data del pensionamento, i contributi versati andranno comunque a gonfiare il salvadanaio previdenziale, garantendo una rendita mensile più elevata. Ogni anno riscattato si somma infatti alla contribuzione versata durante la carriera, aumentando la base di calcolo per la pensione.

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Come funziona il calcolo nel sistema contributivo?

Per comprendere la convenienza economica dell’operazione, bisogna analizzare il funzionamento del sistema contributivo. In questo regime, l’onere pagato per il riscatto finisce direttamente nel cosiddetto montante contributivo. Si tratta di una sorta di conto virtuale dove vengono accumulati tutti i contributi versati nel corso degli anni. Un aspetto fondamentale riguarda la tempistica della domanda: la somma versata confluisce nel montante nell’anno in cui viene presentata la richiesta all’Inps, anche se il pagamento avviene in forma rateale.

Una volta che queste somme entrano nel sistema, iniziano a produrre effetti attraverso la

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rivalutazione. A partire dall’anno successivo a quello della domanda, il montante viene rivalutato annualmente in base all’andamento del prodotto interno lordo, ovvero l’indice Pil. Per questa ragione, il fattore tempo gioca un ruolo primario. Presentare la domanda nelle prime fasi della carriera lavorativa consente alla somma versata di beneficiare di un numero maggiore di rivalutazioni nel corso dei decenni. Nel lungo periodo, questo meccanismo di capitalizzazione può portare a una differenza significativa nell’importo finale della pensione, poiché una somma versata a venticinque anni godrà di molti più cicli di rivalutazione rispetto a una versata a cinquant’anni.
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Quali sono i costi per il riscatto ordinario e agevolato?

L’ordinamento attuale offre due strade principali per recuperare gli anni di studio, con costi e modalità di calcolo differenti. La prima opzione è l’onere ordinario. In questo caso, il calcolo prende come riferimento le retribuzioni percepite dal lavoratore nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data di presentazione della domanda. A questa base retributiva si applica l’aliquota contributiva della gestione previdenziale di appartenenza. Per la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti, questa aliquota è pari al 33%. Se ipotizziamo una retribuzione annua di 24.000 euro, il costo per riscattare un singolo anno di università sarà di circa 7.920 euro.

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La seconda opzione, introdotta per rendere l’operazione più accessibile, è l’onere agevolato. Questa modalità non tiene conto della retribuzione reale del lavoratore, ma utilizza come base di calcolo il minimale previsto per la gestione di artigiani e commercianti. Si tratta di un sistema a forfait che abbatte notevolmente i costi, specialmente per chi ha stipendi medio-alti. Per l’anno 2026, l’onere agevolato è fissato a circa 6.207 euro per ogni anno da riscattare. Rispetto all’esempio precedente del riscatto ordinario su una base di 24.000 euro, il risparmio è già evidente, e diventa ancora più marcato al crescere della retribuzione annua lorda del richiedente.

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Quando conviene presentare la domanda all’Inps?

Individuare il momento perfetto per richiedere il riscatto richiede una valutazione attenta della propria situazione lavorativa. Se la scelta ricade sull’onere agevolato, la regola d’oro è muoversi il prima possibile. Poiché il costo è fisso e sganciato dallo stipendio, prima si effettua il versamento, maggiori saranno le rivalutazioni legate al Pil che il montante accumulerà nel tempo. Aspettare non porta alcun vantaggio economico in termini di costo del servizio, ma riduce drasticamente il rendimento finale dei contributi versati.

Nel caso in cui si opti per l’onere ordinario, la decisione dipende strettamente dall’andamento delle retribuzioni. Se un lavoratore prevede una carriera con una crescita degli stipendi contenuta e lineare, il momento migliore rimane comunque l’inizio dell’attività lavorativa. Anche in questa ipotesi:

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  • il costo iniziale sarà più basso perché calcolato su retribuzioni di ingresso;

  • il numero di rivalutazioni annuali sarà superiore;

  • il montante finale risulterà più consistente grazie al tempo di permanenza nel sistema;

  • l’esborso finanziario risulterà meno gravoso rispetto a una richiesta fatta in età matura.

    Muoversi tempestivamente permette quindi di ottimizzare il rapporto tra la spesa sostenuta oggi e il beneficio previdenziale che si otterrà domani.

Come influisce la crescita della retribuzione sulla scelta?

La situazione si complica per quei professionisti che prevedono o vivono una carriera caratterizzata da una crescita sostenuta delle retribuzioni. Quando lo stipendio aumenta in modo significativo nel tempo, il calcolo dell’

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onere ordinariodiventa più oneroso, poiché la base del 33% verrà applicata a cifre molto più alte. In questo scenario, il lavoratore deve compiere una valutazione comparativa. Occorre verificare se versare una cifra più alta in un dato anno porti effettivamente a un montante contributivo finale superiore rispetto a quello che si otterrebbe versando una cifra inferiore anni prima.

Bisogna pesare il costo maggiore dell’onere calcolato su stipendi elevati contro il vantaggio di avere un capitale che matura rivalutazioni per più tempo. Spesso, l’incremento di valore dato dalle rivalutazioni del Pil su un onere pagato da giovani supera il beneficio di un versamento massiccio effettuato a ridosso della pensione. Inoltre, va considerato che l’esborso per il riscatto ordinario su stipendi alti può diventare proibitivo per le finanze personali. La norma prevede la possibilità di riscattare solo i periodi che rientrano nel corso legale di laurea (l. n. 335/1995), escludendo gli anni fuori corso. Questa limitazione impone una pianificazione ancora più oculata, poiché non è possibile recuperare l’intero tempo trascorso in università se si è andati oltre i termini stabiliti dal piano di studi originale.

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Quali sono i documenti e le garanzie dell’operazione?

Sotto il profilo pratico, il riscatto della laurea non è un evento automatico ma richiede un’istanza esplicita del cittadino. Il lavoratore deve dimostrare di aver conseguito il titolo e di non avere copertura contributiva per quegli stessi anni (ad esempio, se avesse lavorato durante gli studi con versamenti regolari, quegli anni non sarebbero riscattabili). Una volta che l’Inps accoglie la domanda e viene definito l’onere, il richiedente può decidere di pagare in un’unica soluzione o attraverso una rateizzazione.

L’intera operazione gode di agevolazioni fiscali che rendono l’esborso meno amaro. Le somme versate per il riscatto sono infatti deducibili dal reddito complessivo, riducendo l’imposta Irpef dovuta. Questo significa che una parte della spesa sostenuta viene recuperata sotto forma di minori tasse pagate allo Stato. In sintesi, il riscatto rappresenta un ponte tra la formazione e la previdenza, permettendo di valorizzare il tempo dedicato allo studio. La scelta tra onere ordinario e agevolato, così come la decisione sul momento in cui intervenire, devono essere figlie di una visione lungimirante della propria carriera, tenendo conto che il sistema contributivo premia chi immette risorse nel sistema con largo anticipo rispetto alla data del riposo.

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