Centrale rischi: non basta il mancato pagamento del leasing

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Autore: Paolo Florio

13 marzo 2026

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.

La Cassazione chiarisce che per la segnalazione a Bankitalia serve una crisi profonda e non basta la semplice morosità nei canoni di leasing.

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La segnalazione alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia rappresenta un provvedimento dalle conseguenze devastanti per la reputazione creditizia di un’impresa o di un privato. Tuttavia, questa procedura non può scattare in modo automatico. Secondo una recente decisione della Corte di cassazione, il solo mancato pagamento dei canoni di un contratto di leasing non costituisce un presupposto sufficiente per giustificare l’invio della segnalazione a sofferenza. La banca ha l’obbligo di compiere una valutazione analitica e complessiva dello stato patrimoniale del debitore prima di procedere. Non rileva solo il debito scaduto in sé, ma la capacità generale del soggetto di onorare i propri impegni finanziari. Se la difficoltà è temporanea o circoscritta a un singolo rapporto, la segnalazione risulta illegittima. Questa regola generale protegge i soggetti economici da atti eccessivi che possono bloccare l’accesso al credito e causare danni patrimoniali ingenti.

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I presupposti legali per la segnalazione a sofferenza

La banca che intende segnalare un cliente deve accertare l’esistenza di uno stato di insolvenza, anche se non dichiarato formalmente da un tribunale. La Corte di cassazione (ordinanza n. 5593/2026) ha stabilito che il credito può essere considerato “a sofferenza” solo quando il debitore versa in una situazione di grave difficoltà economica. Nel caso esaminato, una società era stata segnalata per una morosità di circa 42.000 euro relativa a canoni di locazione finanziaria. I giudici hanno chiarito che il semplice ritardo nei pagamenti non equivale automaticamente a uno stato di crisi irreversibile. L’intermediario finanziario deve dimostrare che il cliente non è più in grado di far fronte ai propri debiti a causa di un patrimonio deficitario. Una valutazione che si fermi al solo dato numerico del debito scaduto è incompleta e rende la segnalazione contraria alle norme di correttezza.

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La nozione di insolvenza secondo le istruzioni di Bankitalia

La definizione di insolvenza utilizzata per la Centrale dei rischi non coincide con quella prevista dalla legge fallimentare. I criteri si ricavano dalle istruzioni della Banca d’Italia, emanate su direttiva del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR). Il fulcro della valutazione è una analisi negativa della situazione patrimoniale, che deve apparire deficitaria o caratterizzata da un disagio economico profondo. Non è necessario che il debito sia definitivamente irrecuperabile, ma occorre che la difficoltà non sia soltanto momentanea. Ad esempio, se un’azienda ha un contenzioso aperto su un contratto di

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leasing ma possiede altri beni e flussi di cassa regolari, la banca non può bollarla come insolvente. La segnalazione richiede dunque un esame che abbracci l’intera operatività del soggetto, evitando di trasformare ogni inadempimento contrattuale in un allarme per l’intero sistema bancario.

Il danno da segnalazione e il nesso di causalità

Una segnalazione illegittima può causare il collasso finanziario di un’azienda, impedendo l’erogazione di nuovi prestiti. Nella vicenda trattata, la società coinvolta aveva richiesto un risarcimento del danno di 2,5 milioni di euro. La Cassazione ha sottolineato che il danno è evidente quando esiste una prova certa del rifiuto di credito da parte di altri istituti. Nel caso specifico, una lettera di Unicredit attestava il diniego di un mutuo proprio a causa dell’alert presente in

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Banca d’Italia. Questo documento dimostra il legame diretto tra la condotta della banca segnalante e il pregiudizio subito dalla società.

I criteri per valutare il danno includono:

  • la prova del rifiuto di nuove linee di credito;

  • il peggioramento delle condizioni applicate dagli altri istituti;

  • la perdita di opportunità commerciali a causa della cattiva reputazione;

  • la contrazione del volume d’affari legata all’impossibilità di investire.

Conclusioni sulla responsabilità della banca

In definitiva, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della società, rinviando la causa alla Corte d’appello per una nuova valutazione. I giudici dovranno verificare se, al momento della segnalazione, la società fosse realmente in uno stato equiparabile all’insolvenza. La sentenza conferma che le banche rispondono dei danni se agiscono con leggerezza, omettendo di considerare i tentativi di conciliazione o la solidità generale del cliente. La protezione del sistema creditizio non può giustificare il sacrificio di imprese sane colpite da segnalazioni infondate per debiti di modesta entità rispetto al loro volume d’affari complessivo.

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