Buoni pasto ai soci-amministratori: il rischio di discriminazione "ad personam"

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Autore: Paolo Florio

16 marzo 2026

Dottore Commercialista (2007) e Avvocato (2010). Svolge l’attività professionale di consulente e giurista d’impresa, con specializzazione nel campo del diritto tributario, diritto societario, diritto commerciale, diritto fallimentare e diritto penale dell’economia. Ha maturato, altresì, una specifica esperienza quale munus pubblicum per conto di diversi Tribunali avendo svolto incarichi giudiziari e in particolare di Custode e Amministratore Giudiziario, di Curatore Fallimentare, di professionista delegato alle vendite nelle procedure esecutive, nonché C.T.U. in giudizi civili e perito per la Procura in procedimenti penali.

Escludere un membro del Cda dai buoni pasto perché non è socio è illegittimo. Scopri come evitare contestazioni fiscali sulla categoria omogenea.

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L’erogazione dei buoni pasto all’interno di una società non è un atto di generosità arbitraria, ma una procedura soggetta a rigide regole fiscali che, se violate, possono trasformare un beneficio detassato in un pesante carico tributario. Il caso di una Srl che intenda premiare solo i membri del Consiglio di Amministrazione che sono anche soci, escludendo l’amministratore esterno, solleva dubbi di legittimità allarmanti. La normativa fiscale non permette di cucire i benefit su misura per determinati soggetti basandosi su condizioni personali, come la titolarità di quote sociali. Il rischio è che l’Agenzia delle Entrate consideri questa distinzione come un vantaggio

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ad personam, facendo decadere le agevolazioni previste e trasformando il valore dei ticket in reddito da tassare integralmente.

La sottile distinzione tra soci e amministratori

Per comprendere il rischio, bisogna analizzare la natura del reddito percepito. I membri del Cda percepiscono somme che la legge assimila ai redditi di lavoro dipendente (art. 50, comma 1, lett. c-bis d.p.r. 917/1986). Proprio per questa assimilazione, gli amministratori hanno diritto ai buoni pasto (art. 51, comma 2, lett. c Tuir). Tuttavia, la figura del

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socio lavoratore è profondamente diversa sotto il profilo fiscale: il socio, in quanto tale, non produce un reddito da lavoro dipendente o assimilato. Cercare di creare una “super-categoria” che includa solo gli amministratori-soci significa mescolare due piani giuridici differenti, rischiando di creare una distinzione che non ha nulla a che fare con la prestazione lavorativa svolta in azienda.

Il concetto di categoria omogenea secondo il Fisco

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiarito da tempo (Circolare 326/1997) che le prestazioni sostitutive della mensa devono essere rivolte alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee. Ma cosa significa “omogeneo”? La prassi dell’Agenzia delle Entrate (Interpello 57/2024 e Risoluzione 55/E/2020) specifica che:

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  • la categoria non deve riferirsi solo alle qualifiche del Codice Civile (dirigenti, operai);

  • può riguardare un gruppo che condivide una condizione lavorativa (es. tutti i turnisti di notte);

  • non può basarsi su caratteristiche personali o familiari;

  • non deve costituire un vantaggio per singoli lavoratori ben individuati.

Escludere un amministratore solo perché non possiede quote della società appare come una violazione diretta di questi principi, poiché la condizione di “socio” è una caratteristica personale e non un livello contrattuale o una tipologia di prestazione.

Il pericolo di contestazione per i benefit selettivi

Se una società decide di erogare i buoni pasto solo ai tre soci-amministratori, sta di fatto creando una discriminazione verso il quarto amministratore. Questa scelta potrebbe essere facilmente contestata dall’amministrazione finanziaria. Se il criterio di esclusione non è legato alla “mansione” ma allo status di socio, viene meno il requisito della

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categoria omogenea. In questo scenario, i buoni pasto erogati perderebbero la loro natura di benefit esentasse, diventando componenti di reddito a tutti i tetti. La società si troverebbe a dover gestire un recupero d’imposta su somme che credeva fossero deducibili e non soggette a tassazione per il percettore.

Come blindare l’erogazione dei ticket in azienda

Per evitare sanzioni e contestazioni, la via corretta è identificare le categorie in base all’ufficio ricoperto. Poiché tutti e quattro i soggetti percepiscono compensi come membri del Cda, essi costituiscono naturalmente una categoria omogenea: quella degli amministratori. Distinguere tra loro in base al possesso di azioni o quote è un azzardo normativo. La legge (Circolari 28/E/2016 e 5/E/2018) è chiara: il beneficio deve essere messo a disposizione di tutti i dipendenti di un certo “tipo” o “livello”, anche se poi qualcuno decidesse di non usufruirne. La sicurezza fiscale della Srl passa dunque per l’inclusione di tutti i membri del consiglio, evitando di trasformare uno strumento di welfare in un privilegio per i soli proprietari.

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