Amministrazione di sostegno: la prodigalità non basta per la misura

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Autore: Angelo Greco

03 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La Cassazione chiarisce che l’amministrazione di sostegno richiede una reale fragilità: non si possono limitare le scelte economiche di chi è capace.

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L’amministrazione di sostegno non può essere trasformata in uno strumento per controllare le scelte di vita di una persona capace che decide di spendere il proprio patrimonio in modo generoso o superfluo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la semplice prodigalità, ovvero la tendenza a spendere molto, non è un motivo sufficiente per limitare la libertà d’azione di un cittadino se non esiste una reale condizione di fragilità o una patologia psichica. Lo scopo della legge è sostenere chi si trova in difficoltà, non imporre uno stile di vita improntato al risparmio per proteggere l’eredità dei familiari. Un soggetto che produce reddito e non presenta anomalie mentali deve restare libero di disporre dei propri beni, anche se le sue scelte appaiono discutibili o eccessive agli occhi del giudice o dei parenti.

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Il confine tra libertà di spesa e necessità di protezione

La questione nasce dal ricorso di una commercialista che, dopo aver superato un periodo di crisi personale, ha chiesto la revoca dell’amministrazione di sostegno. Nonostante la donna fosse tornata a lavorare stabilmente con un reddito di 3.300 euro al mese e non presentasse patologie psichiatriche, i giudici di merito avevano negato la libertà. Il motivo risiedeva nella sua attitudine a richiedere somme extra per l’acquisto di beni considerati superflui o eccessivamente costosi. La

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Corte di Cassazione (ordinanza n. 5763/2026) ha però accolto le ragioni della professionista. I magistrati hanno chiarito che l’istituto non deve servire a scopi puramente patrimoniali, né può essere utilizzato per sostituire la volontà di chi è perfettamente in grado di intendere e di volere.

La differenza tra prodigalità e vera vulnerabilità psichica

La prodigalità è definita dalla giurisprudenza come un comportamento abituale di chi spende, regala o rischia denaro in modo esorbitante rispetto alle proprie reali possibilità economiche. Sebbene questa condotta possa giustificare l’inabilitazione, nell’ambito dell’amministrazione di sostegno serve un accertamento molto più profondo. Il tribunale non può limitarsi a osservare che una persona preferisce l’oggetto più costoso o chiede continui anticipi sulla propria dotazione mensile. Occorre dimostrare che esista una

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vulnerabilità reale, ovvero un limite che impedisce al soggetto di comprendere che sta scivolando verso lo stato di indigenza. Senza una documentata invalidità o fragilità, la scelta di vivere in modo largo rientra nella sfera delle libere decisioni personali che l’ordinamento deve rispettare.

No al controllo del patrimonio per tutelare gli eredi

La Suprema Corte ha criticato l’approccio paternalistico dei giudici precedenti. Lo Stato non può imporre un modello etico di risparmio solo per garantire che il patrimonio resti integro a vantaggio del gruppo familiare. L’amministrazione di sostegno nasce come uno strumento di solidarietà, pensato per favorire la partecipazione alla vita sociale dei soggetti più deboli, e non come un vincolo per salvaguardare gli interessi degli eredi. Se un cittadino è padrone delle sue facoltà mentali, le sue scelte di vita non possono subire sacrifici. Ad esempio, una persona benestante che decide di spendere gran parte dei suoi guadagni in viaggi di lusso o beni voluttuari, pur avendo un reddito solido, non può subire una tutela se manca una patologia che altera la sua

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capacità di giudizio.

L’importanza dell’ascolto e della volontà dell’interessato

Un altro punto fondamentale della sentenza riguarda il diritto della persona a ricevere ascolto dal giudice tutelare. L’amministrato deve avere la possibilità di esprimere il proprio punto di vista in modo semplice, anche attraverso strumenti informali come la posta elettronica ordinaria. Non serve la presentazione di istanze legali complesse: è sufficiente che il soggetto manifesti la propria opinione o le proprie ragioni. Il magistrato ha l’obbligo di valutare con attenzione la volontà contraria della persona rispetto alla misura restrittiva. Se non ci sono gravi motivi di salute, il rifiuto del cittadino verso l’amministratore di sostegno è un elemento di grande peso, poiché la libertà individuale resta un valore che l’ordinamento deve difendere.

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