Spese di lite: stop alla compensazione senza gravi motivi espliciti

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Autore: Angelo Greco

08 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Il giudice deve motivare le ragioni gravi ed eccezionali per non condannare chi perde a pagare le spese legali. Non basta la complessità della lite.

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In un sistema giudiziario che punta alla trasparenza, il principio della soccombenza rappresenta una garanzia fondamentale per il cittadino. Chi è costretto a rivolgersi a un tribunale per vedere riconosciuto un proprio diritto non deve subire il peso economico delle spese legali se alla fine ottiene ragione. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 6892 del 23 febbraio 2026, ha chiarito che il giudice non può decidere in modo arbitrario di dividere i costi della lite tra le parti. La compensazione delle spese deve essere un’eccezione alla regola e richiede una motivazione specifica e rigorosa. Non è più ammesso l’uso di formule di stile o di riferimenti generici alla difficoltà della materia trattata. Questa decisione stabilisce una tutela più forte per chi vince, impedendo che la vittoria processuale venga vanificata dai costi degli avvocati. Il giudice deve spiegare esattamente quali fatti rendano necessario derogare alla norma generale.

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La regola generale: chi perde la causa paga le spese legali

Il diritto italiano prevede che la parte sconfitta in un giudizio debba rimborsare alla parte vittoriosa le spese sostenute per la difesa. Questo meccanismo, noto come principio della soccombenza, serve a mantenere intatto il patrimonio di chi ha subito un torto e ha dovuto affrontare un processo per ottenere giustizia. Nel processo tributario, la norma di riferimento è l’articolo 15 del decreto legislativo 546 del 1992 (art. 15, comma 2, d.lgs. 546/1992). La legge specifica che la

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compensazione, ovvero la decisione di lasciare le spese a carico di ciascuna parte, può avvenire solo in caso di sconfitta reciproca o in presenza di ragioni gravi ed eccezionali.

Tali ragioni non possono restare confinate nella mente del magistrato, ma devono apparire in modo esplicito nel testo della sentenza. Il legislatore ha voluto limitare la discrezionalità dei giudici per evitare che la compensazione diventi una prassi automatica. Se il giudice decide di non condannare la parte soccombente, deve illustrare un percorso logico che giustifichi questa scelta insolita. La mancata enunciazione di questi motivi rende la sentenza impugnabile davanti alla Suprema Corte.

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Il caso del rimborso Irpef e il giudizio di ottemperanza

La questione nasce dalla lunga battaglia legale di un contribuente contro l’Agenzia delle Entrate per un rimborso Irpef. Dopo aver vinto la causa principale, il cittadino si è scontrato con un pagamento parziale da parte dell’ufficio, che aveva versato solo la metà della somma dovuta. Per ottenere il residuo, il contribuente ha dovuto avviare un secondo procedimento, chiamato giudizio di ottemperanza, davanti alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado. Nonostante il pieno successo del cittadino, il collegio giudicante aveva deciso di compensare le spese di lite, giustificando la scelta con la “complessità e novità della questione”.

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Il contribuente ha quindi presentato ricorso in Cassazione. Egli ha lamentato la violazione delle regole sulla ripartizione delle spese, poiché la sua vittoria era stata totale e non vi erano motivi reali per non condannare l’amministrazione finanziaria al pagamento dei legali. La Cassazione ha accolto il ricorso, sottolineando che la motivazione fornita dal giudice tributario era troppo vaga e non rispettava i requisiti minimi previsti dalla legge dopo le modifiche introdotte nel 2015.

Perché la complessità della causa non giustifica la compensazione

Un punto fondamentale della sentenza 6892/2026 riguarda l’uso dei termini “complessità” e “novità”. Molto spesso, i giudici utilizzano queste parole come una sorta di scudo per evitare di addossare le spese a una delle parti. Tuttavia, la Suprema Corte chiarisce che la difficoltà tecnica di un caso non è, di per sé, una ragione eccezionale. Al contrario, se una causa è molto complessa, il lavoro dell’avvocato della parte vittoriosa è stato probabilmente più oneroso. In questa prospettiva, la complessità dovrebbe incidere semmai sull’aumento dell’importo da liquidare, non sulla decisione di azzerarlo.

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Ad esempio, se un cittadino vince una causa su una norma fiscale appena entrata in vigore e molto intricata, il fatto che la materia sia nuova non cancella il suo diritto a non rimetterci i soldi dell’avvocato. La novità normativa non è un “fattore esterno incolpevole” per chi perde, specialmente se la parte soccombente è lo Stato, che le leggi le scrive o le deve interpretare correttamente. La Cassazione ricorda che la compensazione è un correttivo proporzionale che va usato solo quando applicare la regola generale risulterebbe ingiusto a causa di comportamenti imprevedibili o situazioni straordinarie.

I criteri per definire le ragioni gravi ed eccezionali

Per stabilire quando sia possibile compensare le spese, il giudice deve analizzare la

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condotta processuale delle parti. Non si può ignorare il comportamento di chi resiste in giudizio senza una valida base legale, costringendo l’altra parte a una spesa inutile. La Cassazione elenca alcuni parametri che il magistrato deve tenere in considerazione per motivare correttamente la sua scelta:

  • la condotta delle parti durante tutte le fasi del processo;

  • la presenza di fattori esterni e non controllabili che hanno influenzato la lite;

  • il rispetto del principio di proporzionalità tra il vantaggio ottenuto e i costi della difesa;

  • l’enunciazione espressa e dettagliata dei motivi nella decisione finale.

Senza questi elementi, la compensazione appare come una punizione ingiustificata per chi ha vinto. La sentenza deve quindi riflettere un esame attento del caso concreto, dimostrando che la condanna alle spese sarebbe stata un’ingiustizia maggiore rispetto alla deroga alla legge. In assenza di tale sforzo motivazionale, il principio della soccombenza resta l’unica via percorribile.

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